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NAZARENO TADDEI, UN GESUITA AVANTI - 8 apostolato


di ANDREA FAGIOLI

APOSTOLATO

 

   Sul fronte della comunicazione c’è ancora molto da fare per educare soprattutto alla «lettura» dei mass media. È cosí?

   Certo che è cosí. Saper «leggere» significa cogliere il punto piú alto, la sostanza di quello che stai esaminando. Il cinema, ad esempio, è mezzo di comunicazione e allora significa che bisogna capire quello che l’autore ti dice con il suo film. Se vuoi sapere cosa ti dice un cinese, devi imparare la lingua cinese; se vuoi sapere cosa ti dice un autore cinematografico devi imparare il linguaggio cinematografico, che è ingannevole perché ti mostra delle cose che credi di capire: vedi immagini, senti suoni e prole e credi di capire. Invece no: devi «leggere», ch'è un'altra cosa. È una medaglia con le consuete due facce: da una parte, il film già fatto, con l’idea che si vuole esprimere e il modo di esprimerla cinematograficamente; dall’altra, lo spettatore che deve saper cogliere quell’idea e (se vuole) valutare come è stata espressa. Si tratta di quella che chiamo «Educazione a l’immagine e educazione con l’immagine». Alla base ci deve essere uno studio del linguaggio cinematografico e alla base del linguaggio cinematografico ci deve essere uno studio sulla comunicazione.

   Che invece, a suo giudizio, non c’è.

   Oggi, anche in campo cattolico, si continua a far prevalere la comunicazione interpersonale come se fosse l’unica forma di comunicazione. Ma non ci si accorge che anche la comunicazione interpersonale non può avvenire se non c’è comunanza di conoscenze previe, di linguaggio e di mentalità, tutti elementi che dipendono dai «nuovi modi di comunicare» introdotti dai mass media, come dice il Papa nella «Redemptoris Missio».

   Ma quali sono i tipi e i livelli di comunicazione?

   Ci sono tanti tipi e livelli di comunicazione, a partire dalla comunicazione fisica, che è quella della natura. La Creazione stessa è tutta comunicazione fisica, ma dietro la comunicazione fisica della natura c’è quello che ha voluto dire il Creatore facendo tutte le cose. Ecco la «lettura strutturale»: siccome l’Autore, Dio, si esprime attraverso una struttura, cosí attraverso la struttura devo andare a capire quello che l’Autore mi ha voluto dire. Poi c’è la comunicazione sensitiva, intellettiva, ecc.. Comunque sia, non si può non partire dalla comunicazione….

   …Che è il «primo areopago del tempo moderno», come lo definisce il Papa nella «Redemptoris Missio», che lei stesso ha appena citato.

   Proprio cosí: il mondo della comunicazione è il «primo areopago del tempo moderno». Questa enciclica di Giovanni Paolo II è davvero rivoluzionaria. L’articolo 37 esprime l’esatta dimensione della natura e della necessità della comunicazione di massa per la «nuova evangelizzazione». Il Papa ha parlato di «nuova evangelizzazione» innumerevoli volte, ma quella citata nella «Redemptoris Missio» basta per intuirne il pensiero.

   In che senso?

   Basta riepilogare il testo dell’enciclica per capirne il senso: nuova evangelizzazione perché occorre riprendere a evangelizzare anche laddove è già arrivato il messaggio cristiano. Ecco la novità fondamentale di questo testo pontificio: questa ripresa dell’evangelizzazione dev’essere attuata con metodi adatti al mondo che è profondamente cambiato sotto il profilo culturale.

   E questo ha delle conseguenze sul piano pastorale.

   È ovvio. Per quanto riguarda non solo la pastorale dei mass media, bensí tutto il problema della pastorale odierna, cioè della nuova evangelizzazione. Basti pensare che i gesuiti nell’ultima Congregazione generale, a integrazione delle Costituzioni di Sant’Ignazio, hanno stabilito che quanto riguarda il mondo della comunicazione «è la dimensione fondamentale per ogni nostra attività».

   Comunque, tornando alla «Redemptoris Missio», lei ritiene che sia un testo «rivoluzionario» per quanto riguarda l’approccio ai mass media?

   Sí, il testo di quell’enciclica è decisamente rivoluzionario, per almeno tre motivi.

   Il primo motivo?

   Il testo evidenzia che i mass media non sono solo enorme cassa di risonanza, bensí soprattutto formatori di una nuova cultura, che è il punto d’arrivo del diffondersi e dello stabilirsi d’una nuova mentalità, in quanto quella cultura nasce, come dice il Papa, da «nuovi modi di comunicare, con nuovi linguaggi, nuove tecniche e nuovi atteggiamenti psicologici».

   Secondo motivo.

   Supera, ma non esclude, la concezione strumentale seguita fin qui nel campo ecclesiastico (e nemmeno sempre in maniera adeguata): afferma, infatti, che l’uso dei mass media «non basta» come diffusione del messaggio, bensí occorre attendere ai «nuovi modi ci comunicare».

   Terzo motivo.

   È il piú notevole e impegnativo. Il Papa sostiene che dev’essere il messaggio cristiano a integrarsi in questa «nuova cultura» creata dai mass media e non viceversa, come s’era concepito e fatto finora. E’ un discorso veramente straordinario per novità e per coraggio: un aspetto enorme, anche sotto il profilo operativo oltre che teorico o concettuale. In una parola, Giovanni Paolo II dice: Evangelizzazione «nuova», non perché nuovi contenuti, bensí perché la nuova età, creata dalla comunicazione moderna, esige i nuovi modi di comunicare quegli stessi contenuti. Diciamo allora che per poter utilizzare i media nell’evangelizzazione odierna, non possiamo prescindere dai nuovi modi del comunicare e quindi dalla natura dei linguaggi e della mentalità, ma non dobbiamo assolutamente cascare nel tranello di usarli come, di fatto, li usano oggi i mass media. E’ inutile, se non addirittura colpevole, affrontarli dilettantisticamente, come purtroppo s’è fatto e si fa ancora molto spesso.

   Lei si sente in questo nuovo senso un «nuovo evangelizzatore»?

   Mah, piú che sentirmi vorrei esserlo. Ed è quello che cerco di fare. I risultati, poi… li giudicherà il Signore nella Sua giustizia e misericordia.

   Il suo apostolato si limita ai mass media. Come prete lo ritiene sufficiente?

   Cosa posso dire? «Unicuique tradidit Deus de proximo suo(a ciascuno, Dio ha dato una missione circa il suo prossimo)». Per un religioso, soprattutto per un gesuita, questa missione viene determinata e affidata dai Superiori nel contesto delle concrete circostanze. Questa missione dei mass media mi è stata data dai miei Superiori e piú volte confermata, al punto che, per esempio, il famoso padre Arrupe, Generale della Compagnia di Gesú, mi prese, cosa piú unica che rara, alla sua diretta dipendenza, al punto che veniva al telefono anche quando lo chiamava, a mio nome, la mia segretaria. La cosa m’ha certo creato qualche difficoltà con altri confratelli, ma la linea della missione era chiara e indiscutibile. E infatti il Signore provvide e provvede a sostenerla, purché ci sia onestà e lealtà nel Suo servizio. Devo quindi ritenere che il mio lavoro sia sufficiente per potersi dire vero e pieno apostolato, salvi ovviamente i limiti e le deficienze piú o meno colpevoli. Ma non so se si può parlare di limiti. Piuttosto, una domanda la voglio fare io.

   Prego.

   Cosa vuol dire «apostolato che si limita ai mass media»?

   Ad esempio, interessarsi di cinema non è come confessare o predicare. Certe cose, tra l’altro, le possono fare anche i laici, certe altre solo i preti. Ma adesso torno io a fare le domande: cosa intende lei per apostolato e per lavoro sufficiente come apostolato?

   Questa è una domanda! Intanto, distinguiamo tra apostolato sacerdotale e carattere (Ordine) sacerdotale. C'è un apostolato strettamente legato all'Ordine sacro (celebrare l'eucarestia, confessare) e apostolato sacerdotale non strettamente all'Ordine. Allora, a questo punto, penso che si debba distinguere anche tra «apostolato» e «forme di apostolato». Confessare o predicare o assistere gli infermi o i moribondi, come pure dire la Messa, oppure educare i giovani o i traviati sono forme di apostolato e dovrebbero essere tutte apostolato vero e autentico. Apostolo (da «apostello», ovvero «inviare») è un inviato in quella missione «de proximo suo» di cui ho detto, cioè al servizio di Dio affinché uno o mille uomini coinvolti da quella missione siano aiutati in qualche modo ad arrivare a Lui, ch’è padrone e padre. Uno che ha avuto in qualche modo la missione di lavare i cessi e li lava per compiere quella sua missione fa apostolato.

   Sí, ma in concreto, per lei?

   Intanto, diciamo subito che gli strumenti di comunicazione dei quali «per missione» mi interesso, sono strumenti che possono servire (e oggi non si può prescindere) per tutte le forma di comunicazione tradizionali, dalla predicazione omiletica agli Esercizi spirituali, alla comunicazione interpersonale. Per esempio, qualche anno fa, presso la Curia generalizia dei gesuiti, fui invitato dal Segretariato per la Spiritualità della Compagnia a esporre un piano per servirsi di film nel proporre gli Esercizi di Sant’Ignazio. Il piano fu approvato dal Segretario di allora, ma trovò il rifiuto dei tradizionalisti. Io ne feci un esperimento a Firenze in occasione d’una Mostra di audiovisivi per la predicazione cattolica anche con religiosi di altre Famiglie che ne furono, almeno per quanto mi consta, molto soddisfatti. Cosí come si può fare comunicazione interpersonale se non ci sono le tre comunanze che ho detto un momento fa? Il fatto è che – lo dice anche il Papa nel passo citato – sono cambiati i modi del comunicare; ma se non si studia un po' il problema, non ci si accorge e non basta essere persone di cultura per accorgersene.    Ma nel caso di questa forma d’apostolato, come del resto in quello d'ogni altra forma, il discorso si fa piú delicato, anche molto ampio e profondo. Si entra nel mistero di Dio e quindi nel mondo del «quale» e non del «quantum». Lavare i cessi o confessare è problema di «quantum», ma farlo con spirito di missione è «quale». Il problema è tutto qui.

   Tuttavia, non è poi cosí semplice.

   Infatti, la tentazione può essere quella di pensare che dell’apostolato si debbano vedere i risultati. Anche questo è problema di «quantum», che quindi non tocca la sostanza della cosa.

   Ha prove dei risultati del suo apostolato?

   Ad esempio, in un recente incontro a Torino, organizzato dal Club dei seniores della Rai e dall’Ucsi regionale per presentare un mio libro delle prediche in Internet, qualcuno ha detto che i miei corsi gli hanno cambiato la vita e non solo professionale, cosa che anche altri qualche volta mi hanno affermato. Nella stessa circostanza, una cantante lirica, celebre qualche anno fa, dopo il mio intervento, mi ha chiesto di abbracciarmi perché con le mie parole le avevo ridato la serenità che da tempo le mancava. Sono questi i risultati del mio apostolato? Può darsi, ma non lo so. Sono senz’altro risultati di una certa mia attività o di certe circostanze delle quali anch’io in qualche modo ho fatto parte, ma se sono veramente frutti di apostolato, cioè atti di sostanziale e non solo emotivo avvicinamento a Dio, lasciamolo dire a Lui. È un mistero, che vale per ogni forma di apostolato e non soltanto per la mia. Io penso che se si fa apostolato in qualcuna delle sue moltissime forme possibili, però con la retta intenzione di compiere la propria missione (anche se talvolta l’egoismo, magari inconsciamente, riesce a giocare una qualche sua parte), si può essere certi di operare nel mistero del Corpo Mistico di Cristo. È come un gioco di vasi comunicanti: se metti un po’ di liquido in uno di quei vasi, il liquido aumenta in tutti i vasi. Per questo, per esempio, le persone che si sono date «per missione» alla vita contemplativa fanno apostolato come quelli che, «sempre per missione», si sono dati alla vita attiva. E viceversa, quelli che fanno apostolato attivo lodano Dio come i contemplativi.

   Va bene. Diciamo allora che studiando cinema o tv sotto il profilo del linguaggio le pare di fare apostolato al pari piú o meno di quando fa le prediche in Internet.

   È sempre questione di «quale» e di «quantum» o, se vuole, di forme diverse di apostolato. Ma mi pare di capire quello che lei vuole sapere: scrivendo di cinema, si fa apostolato solo indirettamente, mentre facendo la Messa in tv o prediche in Internet lo si fa direttamente?

   È questo, ma non solo. Penso anche all’apostolato realmente diretto senza la mediazione di un mezzo tecnico.

   Bene! Allora la mia risposta è che anche studiando linguaggio cinematografico o televisivo e cercando di farne applicazioni, com’è quello che cerco di fare io, «per missione», faccio (o cerco di fare) apostolato direttamente, sia per le ragioni dette (missione, Corpo Mistico, ecc.), sia perché cerco di offrire strumenti efficaci nella lotta attuale contro il male, il secolarismo, la droga, la sete del denaro. Da qualche tempo, per esempio, cioè da quando il cinema è entrato per legge nella Scuola italiana, sono convinto, ed ho anche riscontri, che il cinema presentato con la nostra metodologia della «lettura strutturale» è forse il principale antidoto, almeno al momento, contro il disfacimento comportamentale e morale della nostra gioventú; mentre l'affrontarlo con certi criteri di moda cosiddetti culturali o (falsamente) psicologici è contribuire alla campagna planetaria della confusione mentale.

   Lei però non si limita a studiare il linguaggio cinematografico o televisivo, se è vero quello che dice.

   Effettivamente, nei miei cinquant’anni di vita pastorale, ho esercitato, e in parte esercito ancora, molte e diverse forme di apostolato. Per esempio, in quasi tutti i posti del mondo dove sono andato, pur nei limiti del tempo che vi sono rimasto, ho confessato, predicato, celebrato messe e anche qualche matrimonio. E per oltre trent’anni sono andato ad aiutare don Fresi, il parroco di Porto Cervo e qualche volta anche quello di Arzachena in Gallura (Sardegna), nelle principali feste liturgiche dell’anno e talvolta anche d’estate. Confessando quelle persone di cosí diversa estrazione culturale, provenienza ed età (dal banchiere francese o diplomatico o imprenditore internazionale o addirittura Ministro di Stato, al bambino figlio di pastori o alle loro mamme o papà), mi sono reso conto di parecchie cose.

   Ad esempio?

   Ad esempio, come l’istruzione religiosa o la sensibilità morale o la mentalità cristiana o, diciamo, pagana (e mi chiedevo: «Perché vengono a confessarsi?». Eppur venivano… e non potevo non confessarli) o la genuinità di fede o simili, sono spesso legate alla zona italiana o estera di provenienza. Eppure, Dio è il padre di tutti, al di sopra dell’efficienza dei suoi «inviati». Per quanto poi riguarda i matrimoni che mi si chiedeva di celebrare, ho sempre premesso come condizione un serio colloquio con me dei promessi sposi, prima separatamente e poi insieme, in base al quale avrei deciso se celebrare o meno il matrimonio. Qualche volta, a costo di rompere vecchie amicizie, ho dovuto in coscienza rifiutare, spiegando però le ragioni. Qualcuno ha accettato e qualcuno non ha accettato. Ho fatto o non ho fatto apostolato? Spero di sí e ancora una volta mi affido alla misericordia di Dio. Comunque, la mia esperienza mi dice che anche le cose apparentemente piú profane possono essere strumenti di vera predicazione cristiana, cosí come anche certi film apparentemente negativi possono essere strumenti di bene e di illuminazione spirituale. È sempre questione di «quantum» e di «quale».

   Prima ha citato la Sardegna. Presumo fosse legato al fatto che in quella regione lei ha insegnato per molti anni. Le chiedo appunto: com’è arrivato all’Università di Sassari?

   Perché sono stato richiesto. Stavo insegnando all’Università Gregoriana di Roma, «Filosofia del linguaggio dell’immagine». A un professore di quella Università fu chiesto un nome per un insegnamento moderno nel nascente Magistero di Sassari. Lui fece il mio. Fui ammesso nel 1971 per insegnare «Teoria della comunicazione». Poi feci il mio regolare concorso e lo vinsi. Dopo la riforma, in cui ancora vinsi il concorso, insegnai «Dottrina e pratica degli audiovisivi». In quell’Università mi sono trovato molto bene soprattutto con gli alunni. Con loro ho realizzato sin dall’inizio diverse ricerche e inchieste. Molti di loro si sono laureati con me con tesi che hanno ottenuto il massimo dei voti. Per quanto riguarda i colleghi, invece, anche lí ho assistito al solito arrembaggio, alla solita richiesta di schierarsi. Ma io non mi sono mai schierato se non con la verità. Addirittura ci fu qualcuno che volle vendicarsi accusandomi alla Magistratura di assenteismo, accusa dalla quale venni completamente assolto già in sede di indagine.

   Lei è stato molto anche all’estero, dove ha tenuto relazioni, conferenze e corsi. Ce ne può ricordare alcuni?

   Potrei partire dal 1964, quando fui chiamato a Barcellona, in Spagna, per tenere la relazione di fondo al primo Convegno europeo dei gesuiti sulla comunicazione di massa. Mi fu affidato il tema: «L’immagine elemento sostanziale della civiltà moderna». Tra il ’66 e il ’67, sollecitato dal padre Arrupe e su invito del direttore statunitense dell’Ufficio nazionale dei cattolici per il cinema, il gesuita padre Sullivan, e di alcune personalità americane, ho tenuto lezioni, conferenze e incontri culturali sui problemi dell’epoca dell’immagine in oltre trenta Università o Centri di studi superiori nelle due Americhe; a New York, Chicago, San Francisco, Mexico City, Guadalajara, Bogotà, Santa Rosa in Colombia, Lima in Perú, Buenos Aires. Durante questo giro (se non ricordo male, il primo durò due mesi), fui invitato a presentare un progetto di studio e di sviluppo di attività nel campo della comunicazione di massa per l’America Latina. Il progetto, denominato «Opal», fu parzialmente adottato e attuato da commissioni specializzate dell’America Latina stessa in collaborazione con organizzazioni statunitensi. Sempre nel ’67 fui invitato nelle Filippine e ricevetti richieste di aiuto e collaborazioni da varie altre parti del mondo: Malta, Venezuela, Cile, Perú, ecc. Qualche volta ho dovuto declinare l’invito non avendo modo di pagare il viaggio o di interrompere il lavoro qui. Comunque, per un mese intero, per tre o quattro anni, tenni un corso sulla «Lettura strutturale del film» all’Università Javeriana di Bogotà in Colombia, con alcuni dei piú importanti giornalisti nazionali come partecipanti, e un corso analogo a Medellin, sempre in Colombia. Inoltre, ho già detto del precedente viaggio in India e delle lezioni tenute in molte città europee. Da aggiungere, ci sono i piú recenti soggiorni in Corea per alcuni corsi in tre distinte annate.

   Che ricordi ha di questi viaggi?

   Soprattutto ho ricordi di persone. Ad esempio, non posso dimenticare il confratello padre Vall-Serra di Colombia, vero apostolo della comunicazione catechistica audiovisiva, con il quale formammo una sorta di consorzio per l’attività; il salesiano padre Guzman, di Granada, in Spagna; il paolino Paolo Oh, di Corea, che mentre si laureava con me al Laterano di Roma, veniva ogni domenica a farmi dei massaggi alle gambe e, ritornato in patria, fu il mecenate dei miei corsi laggiú e divenne poi anche Provinciale della San Paolo.

   Una cosa che di cui ha parlato in modo indiretto, citando proprio un viaggio, quello in India del ’60, è che lei stesso è autore di cinema.

   Beh, molto modestamente. Del viaggio in India se n’è parlato per la vicenda della «Dolce vita». Comunque, si è detto che c’ero andato per girare un documentario dedicato alle Suore di Maria Bambina. Ad essere piú precisi, alla fine vennero fuori un lungometraggio e tre cortometraggi documentari. Il mio lavoro da dietro la macchina da presa, a parte le collaborazioni di cui ho detto, ha riguardato proprio i documentari. Ad esempio, già nel 1959 ne presentai uno, «La Mamma Bianca», alla decima Mostra internazionale del documentario di Venezia. Mentre l’anno successivo, un documentario sui Paria del Bengala ricevette il Premio di qualità del Ministero del turismo e dello spettacolo. Inoltre, nel periodo all’inizio degli anni Sessanta in cui sono stato consulente per la cultura presso la Provincia autonoma di Trento, realizzai con la Trento Film una bella serie di documentari, che girarono anche all’estero.

   Si ricorda i titoli?

   «Bosco d’autunno nel Trentino», «Trentino nella neve», «Come nascono le Dolomiti», «Artigiani trentini», «Artigianato nel Trentino», «Cultura di legno». Questi tra il 1962 e il 1964. Poi, tra il ’72 e il ’73, sempre per la Provincia autonoma di Trento, ma questa volta anche con l’Istituto Luce di Roma, diressi come regista un cortometraggio e un mediometraggio sul «Parco Adamello-Brenta» allo scopo di mettere in rilievo i problemi ecologici, culturali e sociali della legge sul Parco. Il primo di questi due documentari, che uscí nel 1973, ebbe due premi: uno in Italia e uno a Bruxelles. Nello stesso periodo, tra il ’72 e il ’74, tornai a lavorare anche per la televisione. Infatti, fui invitato da «Telescuola» a preparare un programma di cinque trasmissioni sulla funzione di «Telescuola» stessa quale contributo didattico alla scuola italiana attraverso un uso metodologicamente impostato. Queste cinque trasmissioni furono ripetute ben 12 volte fino al maggio 1974, anno in cui fui nuovamente invitato da «Telescuola» a preparare altre 20 trasmissioni sui problemi della comunicazione e di massa e del linguaggio dei mass media, ma mi pare che non se ne fece nulla e non ricordo per quale motivo.

 

(…)
 
Andrea Fagioli, Nazareno Taddei un gesuita avanti, ed. Edav, Roma, 2000
 


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