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NAZARENO TADDEI, UN GESUITA AVANTI - 2 la musica


di ANDREA FAGIOLI
 
LA MUSICA
 

   Cos’altro le è rimasto del carattere dei trentini?

 

   Mi è rimasto senz’altro l’amore per i canti. Ci si trovava in tre o in quattro e si cantava a tre o quattro voci, senza aver studiato musica. Istintivamente. Al massimo si faceva la melodia col controcanto, la terza sotto.

   Visto che ha introdotto questo argomento, so che lei è autore di canti di montagna, fondatore di cori alpini e che dal 1960 al 1964 è stato consulente per la cultura in due legislature presso la Provincia autonoma di Trento. Quindi, oltre alla montagna, le chiedo cos’ha significato per lei la musica?

   Ho già detto di questo senso corale, che è il senso armonico, non solo melodico, cioè l’armonia è la figlia dell’unità. Come poi ho studiato con il cinema prima e con gli altri mezzi di comunicazione sociale dopo, si tratta dell’unità nella molteplicità, ovvero la struttura, che è diventata un po’ il mio cavallo di battaglia. L’idea di struttura dei linguaggi forse mi è venuta proprio da questo senso dell’armonia. È chiaro che allora non mi rendevo conto. Ma questo senso armonico che cerca di fare un’unità mi ha messo dentro un germe che poi senza sapere di sviluppare ho sviluppato: la molteplicità delle voci, e delle note naturalmente (è la molteplicità delle note che fa anche la melodia), nell’unità dell’insieme. E’ questo senso armonico che ti riempie l’anima, proprio perché Dio è uno e trino, l’unità della molteplicità nel campo dell’infinito. E credo anche d'aver dato con i miei canti dei momenti di gioia a qualche confratello, agli italiani minatori di carbone in Belgio,soprattutto la notte di Natale, a interi gruppi di ragazze in India e anche a molti miei corsisti il dopocena.

   Ci può ricordare qualche titolo di canto da lei scritto e i nomi dei cori che ha fondato?

   Di canti ne ho scritti almeno una decina: «Le campanelle del Trentino», «L’armonica 'n Val de Sol», «O che bela maitinada»…. Ho tirato su il Coro del Cai di Padova, dal quale poi è nato e si è distaccato il Coro Tre Pini. Il Coro del Cai era appena nato ed aveva bisogno di un maestro. Si risale al 1944. Il gruppo frequentava l’Antonianum dei gesuiti e cosí ebbi modo di conoscerlo. Per quel coro ho fatto diversi canti alcuni dei quali sono diventati addirittura pezzo d’obbligo nei concorsi. Nell’autunno del ’49 i ragazzi del Coro mi accompagnarono alla stazione di Padova, salutando la mia partenza per Roma con uno dei miei canti d’addio e chiudendo cosí quattro anni di studio, di canzoni e di amicizia. Molti di quei ragazzi, ovviamente invecchiati, li ho ritrovati 45 anni dopo quando il 17 marzo 1990 il Coro del Cai di Padova ha celebrato l’anniversario con un magnifico concerto nel grande Auditorium Pollini, gremitissimo d’una folla entusiasta. La meraviglia è nella costanza di quei 45 anni di Coro. Da cosí tanto tempo si ritrovano due sere la settimana per cantare. Per soddisfazione personale, certo, ma anche per comunicare agli altri attimi di gioia e di serenità nei loro concerti. Il coro, come tutte quelle attività che richiedono costanza e sacrificio, è una vera scuola di formazione morale e civile. Il Coro del Cai vive ancora e spesso ha oltrepassato i confini di Padova e anche d’Italia. Lo stesso discorso vale per il Coro Tre Pini.

   Mi risulta che si sia diplomato in composizione e direzione d’orchestra presso il Conservatorio «Benedetto Marcello» di Venezia….

 

   Proprio cosí. E anche con un voto alto: 9,5 su 10. Chi m’ha tenuto basso è stato il pianoforte. Ero compagno di Luigi Nono e ho conosciuto anche Luciano Berio che studiava con Ghedini. Direttore di Conservatorio e mio maestro è stato il vecchio e famoso Gian Francesco Malipiero, di composizione Cumar, di orchestrazione un noto direttore d’orchestra Nino Sanzogno, dal quale sentii la prima volta in vita mia, alla Fenice di Venezia, «La Rapsodia in bleu» di Gershwin. Mi entusiasmò. Al pianoforte poi c’era un altro celebre pianista, ma non ricordo bene se Benedetti Michelangeli, scomparso non molto tempo fa, o un altro, pure molto noto.

   Questo quand’è avvenuto?

   Il diploma nel ’49, quattro anni dopo l’iscrizione. Infatti, i dieci anni di corso li feci in soli quattro. Ero a Padova, era appena finita la guerra e facevo Lettere e filosofia, di cui ricordo particolarmente il professor Ferrabino, fondatore o giú di lí dell’«Enciclopedia italiana Treccani», che durante l’esame mi fece parlare della tesi tomistica della Materia Prima e Forma Sostanziale (che avevo appreso dal noto padre Busa, mio maestro a Gallarate; a lui devo se considero San Tommaso mio maestro di cinema) e invitò tutti i professori ad ascoltarmi. Avevo fatto i voti, ma non ero ancora stato ordinato. Era quel periodo che nei gesuiti si chiama «del Magistero», cioè finita la licenza (io nel 1945 avevo preso la Licenza maggiore di filosofia presso la Pontificia facoltà di Gallarate) veniamo mandati ad una Università o ad esercitare determinati compiti per tre o quattro anni.

   Perché allora è andato al Conservatorio se già frequentava Lettere e filosofia?

   Perché in seminario durante la guerra, nei contatti con i tedeschi, in Trentino eravamo porta a porta, avevo capito che Hitler stava lavorando molto con la radio e con il cinema e avevo capito che radio e cinema (allora non c’era la televisione) erano mezzi d’influsso enorme sulla gente, che portavano la gente a fare quello che il capo voleva. A quel punto ho capito che gli uomini di Chiesa dovevano fare qualcosa in questo campo sia per educare la gente a non lasciarsi influenzare, sia per usare questi mezzi per diffondere il Vangelo. Quando poi mi sono fatto gesuita, ho detto al mio Provinciale, il padre Bianchini (colui che mi accolse nella Compagnia, scomparso da anni), che avrei voluto dedicarmi a questi studi. Purtroppo eravamo alla fine della guerra e non potevo andare a Roma dove c’era l’unico istituto del genere. L’Italia era veramente divisa in due. Allora il Provinciale mi disse: «Lei è portato per la musica, nel cinema c’è la musica, incominci intanto a studiare un po’ di musica». Ecco perché mi sono iscritto al Conservatorio di Venezia. Da Padova ci andavo con una Lambretta usata che mi avevano dato i Superiori. A Venezia ho avuto anche modo di conoscere le meraviglie di una città unica al mondo.

    È vero che durante la guerra ha aiutato i partigiani, ma ha rifiutato il «tesserino»?

    Sí. È vero che ho dato loro un aiuto, anche se modesto, ed è vero che alla fine, quando il tenente Galli, poi diventato deputato e sottosegretario alla presidenza del Consiglio, mi offrí il «tesserino» di partigiano io lo rifiutai.

   Perché?

   Perché mi sembrava di aver fatto troppo poco e poi perché avevo visto delle cose che francamente mi avevano dato un’immagine diversa da quella che poi è stata esaltata lungo gli anni a proposito dei valori della Resistenza. Comunque, quello che ho potuto fare, sia a Gallarate che a Bormio, l’ho fatto volentieri. Ricordo un giovane, biondo (non ricordo il nome, anche perché allora si cercava di dimenticare i nomi in caso di tortura), che mi diceva: «Lei ci dica quello che dobbiamo fare. Poi, andiamo noi a fare!». E quel «fare» voleva dire rischiare la vita. Non l’ho piú visto.

   Cos’è che ha fatto per i partigiani?

   Intanto, a Bormio, quando non arrivavano gli aiuti americani (dai sovietici arrivavano solo propagandisti), i partigiani rischiavano di morire di fame. Io allora, con l’aiuto del confratello fratel Dassi, cercavo di mettere insieme almeno un po’ di pane, avanzato dalla mia comunità, un pane fatto di paglia, e di notte lo lasciavo sulla finestra della cappella aspettando che passassero a prenderlo. A Gallarate ho anche tenuto contatti e collaborato con il gruppo comandato dal tenente Galli. Invece, quando andavo a Cepina a fare catechismo, ne approfittavo per tenere dei contatti con un maestro elementare, un emissario che veniva da Milano, e che mi dava delle istruzioni da portare ai partigiani. Il messaggio era in codice. Ad esempio: «Domani alle cinque noi vogliam Dio». Allora il giorno dopo, alle cinque, andavo nella chiesa di Bormio e all’organo suonavo «Noi vogliam Dio». Ad un certo punto sentivo aprire la porta, qualcuno entrava, ascoltava quella canzone e poi se ne andava. Naturalmente, qualche volta dovevo marinare la scuola, segretamente d’accordo col Superiore padre Gazzana, ma con scandalo degli altri che non sapevano niente. Qualcuno di questi è diventato Superiore. Ma era pericoloso che lo sapessero.

   Ricorda altri episodi legati a quegli anni?

   Un giorno, ritornando in autobus, ricordo che salirono alcuni soldati tedeschi (Alpenjäger, non SS). Mi videro vestito da prete, anche se allora ero studente, e si misero a parlarmi delle loro famiglie, mi fecero vedere le foto, si commossero. Poco dopo venni a sapere che avevano trucidato l’intera famiglia di Bormio di cui erano ospiti, perché avevano avuto l’ordine per il sospetto che aiutasse i partigiani. Questo fatto mi turbò profondamente e mi spinse ad aiutare sempre piú i partigiani.

   Cos’altro fece, allora?

   Aiutai anche alcuni ebrei ad attraversare la montagna. E per farlo mi ero esercitato camminando sui cornicioni dell’istituto di Gallarate.

   Com’è questa storia?

   Io ero reduce, da piú giovane, della montagna e quindi le vertigini in parte le avevo già superate. Ma siccome da qualche tempo non andavo in montagna, volevo essere ugualmente pronto anche a fare dei passaggi pericolosi, magari di notte. Ed è quello che poi feci aiutando delle persone ad andare al di là delle montagne di Bormio. Camminare sui cornicioni mi era servito soprattutto per vincere la paura. Ma poi mi fecero smettere. Il buon padre Maraschi sr, in particolare.

   Cos’è che invece ha visto o saputo e che le ha dato quell’immagine diversa della Resistenza a cui accennava?

   Ad esempio, il giorno della liberazione, eravamo già tornati a Gallarate, i partigiani «azzurri» della zona, che al mattino avevano rischiato la vita ed erano poi quelli del gruppo che seguivo io, mi accompagnarono verso mezzogiorno il capo dei «rossi», arrivato da poco, che sapendo quello che avevo fatto voleva stringermi la mano. Mi disse: «Qua la mano». E aggiunse: «Pensi che questa mano stamattina ha ammazzato cinque fascisti». Avevo già saputo che erano stati ammazzati cinque fascisti, dopo la battaglia, proditoriamente però, perché erano già arrestati e disarmati dagli «azzurri». «No – risposi -, la mano non gliela do perché lei ha fatto una vigliaccheria». Lui rimase impressionato dalla risposta. Dopo di che siamo entrati quasi in amicizia. È venuto diverse volte a trovarmi e un giorno a furia di chiacchierare con lui ho cercato di convincerlo: «Voi che siete comunisti, siate comunisti italiani». E insistevo su quell’«italiani». «Vi rendete conto che avevate sempre i sovietici che venivano a imbonirvi e a dirvi cosa fare. Voi non dovete sacrificare l’Italia alla Russia». Un giorno mi disse: «Guardi, abbiamo una riunione e io porterò questa idea perché capisco anch’io che non dobbiamo essere schiavi della Russia». Andò. Da allora non l’ho piú visto e non ho piú saputo nulla di lui. Un’altra esperienza che mi ha lasciato l’amaro in bocca è legata a Busto Arsizio dove andavo a fare catechismo quando ero a Gallarate. Andavo in un locale di quello che poi sarebbe diventato l’onorevole Pastore. Lí, oltre al catechismo, facevo qualcosa per la propaganda antinazista e antifascista. Ad esempio, ricordo che lí preparai il testo per i volantini che vennero lanciati dall’aereo il giorno della liberazione, di cui eravamo stati avvertiti in precedenza. Il giorno dopo la liberazione, mi vennero a dire che Pastore aveva bisogno di quei locali e che io non dovevo farmi piú vedere. Cosí sfumò anche il catechismo, perché il prevosto non seppe darmi nessun altro locale.

   Nell’immediato dopoguerra, nonostante l’Università e il Conservatorio, ha avuto anche il tempo di fondare a Padova una «Città dei ragazzi».

   Nel ’46, immediatamente dopo la guerra, andavo a fare catechismo la domenica al cosiddetto Capitello di Pontesalboro, una frazione di Padova. Erano tutte famiglie povere. Avevo già sentito parlare di quella che poi sarebbe diventata la famosa Nomadelfia di don Zeno e allora pensai di organizzare un campeggio estivo per i ragazzi di Pontesalboro. Andai dal mio rettore, padre Messori Roncaglia, ex cappellano dei sommergibilisti, che era anche Delegato regionale della Poa (Pontificia opera assistenza, diretta da monsignor Baldelli), gli spiegai l’idea e gli chiesi un aiuto. Lui mi disse: «Senti ragazzo, io ti do tutte le cose di cui hai bisogno, ma ad una condizione: che tu vada a San Carlo all’Arcella a raccogliere i ragazzi di lí e te li porti in campeggio con quelli di Pontesalboro». L’Arcella era una zona dove nessuno aveva mai messo piede: né preti, né polizia. Nessuno si era mai arrischiato. C’erano dei ragazzini che a otto anni avevano già ammazzato. La sera andavano in giro ad assalire le macchine con le bombe rubate ai tedeschi in fuga. Io risposi: «Padre rettore, mi dia l’ordine di santa obbedienza e io ci vado». L’«ordine di santa obbedienza», nella Compagnia di Gesú, è una cosa seria, non è la solita obbedienza. Se c’è l’ordine di santa obbedienza è peccato mortale disubbidire. Padre Messori Roncaglia si raccolse un momento e poi disse: «Ordine di santa obbedienza». E poi ancora: «Mi raccomando, si prenda un po’ di caramelle per andare là» e mi indicò dove. Inforcai la bicicletta e andai al San Carlo. Trovai i ragazzi che giocavano in un campo. C’erano anche delle ragazzine. Ero vestito da prete e quando mi videro si misero subito all’erta. Nessuno si avvicinava, ad eccezione di una bambina che avrà avuto dieci anni. Le diedi una caramella e le chiesi se voleva venire con me. In quel momento tutti i ragazzi scapparono. Con la bambina sulla canna della bicicletta, andai in mezzo alle case, ma tutte le porte erano chiuse. Ad un certo punto, la ragazzina disse: «Guardate cosa mi ha dato». Sbucarono tutti fuori, mi vennero intorno e presero le caramelle. Cosí ruppi il ghiaccio. Bisogna pensare com’erano quei tempi: lí una caramella poteva essere un tesoro. Si cominciò a fare amicizia e per mettere insieme un po’ di soldi li mandavo in giro a raccogliere carta. Un giorno vennero da me, al pensionato dei gesuiti, per riferirmi del lavoro. Erano i tempi della Cianciulli. Arrivarono che ero in cucina a mescolare una pignatta. Stavo facendo del sapone (per il campeggio) con il grasso. «Cos’è quella roba lí?», mi chiese il cosiddetto «Nuvolari», il piú sveglio. «Saón (sapone)», risposi ingenuamente. Apriti cielo! Si sparse la voce che io andavo a raccogliere ragazzi per farne sapone. Io non lo sapevo. Soltanto piú tardi venni a sapere che un giorno si erano messi d'accordo: «Adesso, quando viene, ce ne liberiamo!» Per uccidermi, si erano nascosti dietro la porta di una delle case dove entravo sempre, ma quel giorno, chissà perché, entrai da tutte tranne che da quella. Uno di quei ragazzi, era Armando che, fra l'altro, diventò poi «sindaco» della mia Città dei ragazzi. Dovetti lottare, ma alla fine riuscii a fare la prima Città dei ragazzi in montagna, a Torrebelvicino, un servizio che è andato avanti un paio di anni finché i superiori non mi mandarono a Roma. Ma quei ragazzi, oggi tutti nonni e benestanti, dopo tanti anni sono venuti a riprendere contatto con me, il che, ovviamente, mi ha molto confortato.

 

(…)
 
Andrea Fagioli, Nazareno Taddei un gesuita avanti, ed. Edav, Roma, 2000
 


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