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NAZARENO TADDEI, UN GESUITA AVANTI - 4 il cinema e la tv


di ANDREA FAGIOLI

 

IL CINEMA E LA TV

 

   Com'è nata la passione per il cinema?

   Non direi di avere avuto una passione per il cinema. D’altra parte a Malé il cinematografo non c’era. A Trento avrò visto due o tre pellicole e non ricordo nemmeno quali. Però avevo desiderio di studiare queste cose. Come ho già detto, quello che faceva Hitler m’aveva convinto che gli uomini della Chiesa dovevano interessarsi al cinema, tanto è vero che a Padova fondai con Venturini, Cessi e Trentin (?) forse il primo circolo di cultura cinematografica in Italia. Eravamo nel dopoguerra e le difficoltà erano enormi. Ci si preoccupava di prendere contatti e di far entrare in Italia opere e persone bandite fino allora dal fascismo e dalle circostanze della guerra. Non ricordo che film abbiamo fatto, ma ricordo che affrontavamo il problema del linguaggio, dello specifico filmico. Poi, via via che si diradavano le nebbie del dopoguerra, cominciai a prendere qualche contatto, in particolare a Roma, dal ’49 in poi, con Luigi Chiarini e Renato May. Con Chiarini, comunista ma onesto, uomo colto, diventammo amici. Nel frattempo, già da studente di filosofia, quindi già da Gallarate, avevo cominciato a fare lo schedario cinematografico, migliaia di ritagli di giornali di varie lingue disposti sistematicamente, non quello che poi sarebbe stato pubblicato. Quello pubblicato però è stato desunto da quella prima raccolta di ritagli di giornale circa il cinema. Da lí ho cominciato a studiare. La prima riga di cinema l’ho scritta dopo molti anni di studio. 

   Si ricorda i testi che sono stati piú importanti per l’inizio dei suoi studi sul cinema?

 

   All’epoca ho letto le opere che era possibile rintracciare nella confusione dell’immediato dopoguerra, con particolare riguardo agli autori classici del linguaggio cinematografico, prima di tutto attraverso le collezioni di «Bianco e nero» e altre riviste specializzate. Poi, un po’ alla volta, attraverso le opere di autori quali Arnheim, Balazs, Ejsentejn, Bazin, Sadoul, Pudovkin, Barbaro, Morin, Pasinetti…. Dopo di che ho avuto altri contatti personali, oltre che con Chiarini e May, con Barthes, Blasetti, Bresson, Zavattini, Dreyer, Metz…. Ovviamente, le letture e i contatti personali si sono allargati mano a mano che la letteratura sul cinema di diffondeva e le condizioni generali si normalizzavano. Molto importanti, però, sono state le discussioni con Renato May. Dal ’49 al ’52 ho avuto anche qualche collaborazione sporadica a Roma con il Centro sperimentale di cinematografia e con scuole analoghe di altre nazioni: ad esempio Lovanio, Mosca, Praga, Stoccolma, Parigi… Ma i ricordi sono piuttosto confusi.

   Le prime cose che ha scritto, se non sbaglio, le ha scritte proprio su «Bianco e nero», che prima rammentava?

   Non è proprio esatto. A dire il vero, le prime cose le ho scritte sulla «Civiltà cattolica» dal ’46 al ’49, anche se si trattava piú che altro di saggi sulla musica. Uno, però, era sulla «Musica in fotogrammi». Anche per «Bianco e nero», nel 1949, iniziai con la musica per poi andare avanti con alcuni scritti sul cinema. Ricordo ad esempio, sempre nel ’49, «Concetto di “plastico” nel cinema» e poi, l’anno successivo, «Arte, libertà, censura» e «Neorealismo, arte o linguaggio?». «Come leggere un film» l’ho scritto per la prima volta su «Letture», ma eravamo già nel gennaio del ’57.

   A proposito di «Letture», com’è arrivato al Centro San Fedele di Milano?

 

   Al Centro San Fedele sono arrivato nel 1953, l’anno dopo l’ordinazione e la Licenza di baccalaureato in Teologia presso la Pontificia Università Gregoriana di Roma. Allora il San Fedele si occupava soprattutto di letteratura e di arte, in particolare padre Favaro, l’inventore stesso del Centro culturale. Io facevo parte del gruppo di giovani gesuiti. Con me c’erano Bassan, Morell, Mason, Castelli, Colombo, Perico, Rosa, Bisol, Sommavilla…. Nel 1956 fui tra gli animatori del «Premio San Fedele per il miglior soggetto di film per la gioventú». Con me in giuria c’erano Amalia di Valmarana, Goffredo Lombardo, Renato May, Dino Risi, Gianluigi Rondi e Mario Verdone. Nel 1957 iniziai e diressi per quattro anni la rubrica di spettacolo e in particolare di cinema proprio della rivista del San Fedele, «Letture». Ma già qualche anno prima, tra il ’53 e il ’54 avevo iniziato a raccogliere delle persone e a tenere dei corsi privati di teoria del linguaggio cinematografico, televisivo e di regia. Da questi corsi, tra gli altri, sono usciti registi quali Olmi, Mandelli, Sandrini, Berbenni, Faggioni, o studiosi e critici come Bettetini, Bernardini, Raffaelli, Ortolani, Barros (brasiliano), Bove, mi pare Flynn (irlandese), Barrueco (equadoriano), Busquet (spagnolo)…. E per avere una base di ricerca per i corsi, portai avanti anche lo «Schedario cinematografico», che già avevo iniziato nel ’50, nel quale veniva raccolto sistematicamente materiale di documentazione su tutto quanto riguardava il cinema. Lo schedario assunse poi una tale consistenza che, a partire dall’aprile 1962, divenne una pubblicazione enciclopedica periodica a schede per il cinema degli anni Sessanta. 

   Praticamente, quei corsi segnarono la nascita del «Centro San Fedele dello Spettacolo»?

 

   Sí. Nacque in contemporanea all’inizio del mio impegno in tv, nel ’53. Poi, 10 anni dopo, assunse la denominazione di «Centro San Fedele dello Spettacolo e della Comunicazione sociale», per specificare meglio anche nell’intestazione le sue funzioni e rendere omaggio, nello stesso tempo, alla terminologia del Concilio Vaticano II.

   Diceva, però, del suo impegno in tv.

   Era infatti il 1953 quando il cardinale Schuster, arcivescovo di Milano, oggi beato, mi chiamò per affidarmi le trasmissioni religiose televisive. La sede principale della Rai, allora in fase sperimentale, era a Milano. Il mio nome fu fatto a Schuster dall’ingegner Grancini, direttore generale per l’Italia della Philips, esponente dell’Azione cattolica. Il cardinale mi volle incontrare. Con quegli occhietti che penetravano mi guardò fisso e mi chiese molte cose per essere sicuro che l’incarico che aveva intenzione di affidarmi sarebbe stato portato avanti bene. Lo trovai apertissimo ai problemi e col cuore cristianamente offerto in mano. Mi fu facile veder dissolversi le riserve che avevo sentito contro il benedettino orante, inadatto alla pastorale, il vescovo incline al fascismo e deploratore dello scempio di piazzale Loreto. A sua volta il cardinale fece il mio nome alla Rai e la Rai mi chiamò. Schuster è stato il primo ecclesiastico, in Italia, a far nascere la tv nella Chiesa. 

   Ricorda la prima trasmissione?

 

   La prima trasmissione che ho fatto in sede sperimentale è stata in occasione del Pontificale ambrosiano di Ognissanti dello stesso cardinale Schuster, con omelia, il 1° novembre 1953, dal Duomo di Milano. Fu diretta come regista da Gagliardelli, molto bravo e competente pur essendo nuovo della televisione. Tutti eravamo agli inizi compreso il sottoscritto. Io preparavo i testi, gli argomenti. Gagliardelli curava la regia. Dopo di che imparai la regia televisiva applicando quello che avevo imparato dal cinema. Mi accorgevo fin dove la televisione coincideva con il cinema e dove non coincideva piú. Lí, forse, da parte mia c’è stato un eccesso di legame con il cinema. Mi accorgevo che erano linguaggi diversi, però, almeno all’inizio, cercavo di utilizzare in televisione quello cinematografico. 

   È vero che Pio XII negò la ripresa di una sua Messa?

 

   Sí, è vero. Ma il fatto va precisato. 

   In che senso?

 

   Nel senso che l’anno seguente all’inizio delle trasmissioni religiose, ovvero nel ’54, mi recai con il conte Alvise Zorzi, mio diretto superiore in Rai, a chiedere a Pio XII di poter trasmettere la sua messa di mezzanotte del Natale. Sarebbe stata la prima apparizione di un Papa in tv. Oggi è normale, ma allora la televisione era considerata ancora mezza coda del diavolo, roba per guitti e ballerine, tutt’al piú per sportivi. Pio XII, però, ci ascoltò attentamente e ci fece anche qualche domanda. Pareva convinto. Si rivolse a monsignor Montini, che l’assisteva con monsignor Tardini: «Si può fare, vero monsignore?», osservò. Da Montini un freddo cenno della testa né di sí né di no. La trasmissione di quella messa, quella volta, non si fece. Dovemmo aspettare il Natale successivo. 

   Lei ha realizzato oltre 200 regie televisive. Si sente il padre della Messa in tv?

 

   Che io mi senta o non mi senta, non ha importanza. Il fatto non molto allegro, semmai, è che negli ultimi tempi, in occasione di un convegno nazionale sulla Messa in tv, nessuno mi ha avvertito, tantomeno invitato. Per l’esattezza, qualcuno che doveva fare una relazione, mi ha telefonato, ha chiesto informazioni e poi non mi ha neanche citato. Ma è un po’ quello che succede a coloro che arrivano dopo: scoprono l’acqua calda senza rendersi conto che è già stata inventata e che converrebbe sapere come la si può utilizzare meglio. 

   Per quanto tempo ha diretto le trasmissioni religiose della Rai?

 

   Per otto anni, fino al 1960 quando un giorno, senza nessun preavviso, il portiere della Rai di Corso Sempione, mentre stavo andando al mio consueto lavoro, non mi lasciò passare chiedendomi (seppure mi conoscesse molto bene): «Lei chi è». Compresi immediatamente che s’era scatenata l’emarginazione nei miei confronti per la questione de «La Dolce Vita» e me ne andai.

   Lei ha vinto i primi due premi che la Rai sia riuscita a guadagnarsi nel mondo. I due diplomi, tra l’altro, sono tra le cose che conserva affisse nel suo studio.

   Nel ’58 ottenni il Premio Unda per la categoria «Reportage religioso» con il documentario «Tra gli zingari», trasmesso il 15 gennaio 1957. Nel ’59 vinsi nuovamente il premio per il documentario «Disse: Alzati e cammina» sui mutilatini di Don Gnocchi. Questi due premi mi causarono non pochi problemi. 

   Cioè?

 

   Beh, a parte qualche gelosietta, quando vinsi il primo, facevo otto trasmissioni al mese: quattro messe e quattro rubriche religiose. La Rai metteva a disposizione i mezzi tecnici e mi assegnava, se non ricordo male, 100 mila lire a trasmissione per tutte le spese organizzative, compreso il mio mantenimento. Dopo l’assegnazione del premio, mi chiamò Pugliese, allora direttore, e mi disse: «Per la Rai si tratta del primo premio che prende nel mondo. Lei è bravissimo, merita di essere aiutato ad andare avanti in questa strada. D’ora in poi, invece che otto, farà quattro trasmissioni». Di conseguenza mi fu dimezzato il compenso. L’anno successivo, dopo l’altro premio, Pugliese mi fece lo stesso discorso e le trasmissioni diventarono due al mese. Il compenso subí un ulteriore dimezzamento. Non solo, dopo il primo premio, mi prese sottobraccio uno del settore culturale della Rai, di cui non faccio il nome, perché incredibile, e mi disse: «Vedi Taddei, tu hai preso il premio con una trasmissione che alla Rai è costata 100 mila lire, mentre c’è il tale regista che voleva fare anche lui una trasmissione sugli zingari e non gliel’hanno lasciata fare perché aveva bisogno di due milioni e mezzo. Tu, invece, l’hai fatta con 100 mila lire. Stai attento a fare le trasmissioni bene e con poco, perché cosí togli il pane agli altri». Al che io dissi: «Senti caro, io sono qui per incarico dei miei superiori ed in particolare del cardinale Schuster, devo cercare di fare le cose meglio che posso, perché sono qui per fare un’opera di apostolato». Un’altra volta, mentre stavo per andare in onda con la trasmissione, mancavano tre minuti, il tecnico capo, si chiamava Rosa, comunista ma bravissimo nel suo mestiere, mi disse: «Padre, è saltato il pg non possiamo andare in onda». Volevano sabotare le mie trasmissioni. Non mi scomposi. Ero già al tavolo di regia e senza nemmeno voltarmi gli dissi: «Guarda che c’è un pg di riserva in quel cassetto in fondo. Ti do cinque minuti di tempo. Se andiamo in onda oltre i due minuti di ritardo, ti denuncio». Andammo in onda puntualissimi.

   In seguito ha subito altre pressioni?

 

   Un altro dirigente Rai, mio amico, che ha ancora un posto di rilievo nel mondo cattolico, mentre un giorno parlavamo proprio delle difficoltà che stavo incontrando, mi disse: «Taddei, ti devi rendere conto che o dici quello che vogliono gli altri o altrimenti sarà difficile che tu possa continuare. Il tuo problema è che non hai il “punto di fusione”». «Cos’è il punto di fusione?», chiesi. Seppi che è la cifra alla quale uno accetta di dire quello che vogliono gli altri. Io non sapevo nemmeno che esistesse questo «punto di fusione» e finché il Signore mi aiuta non avrò mai un «punto di fusione». Finora, grazie a Dio, è andata cosí.

   Dunque ha avuto problemi con i cattolici già ai tempi delle prime trasmissioni religiose in tv?

   Allora e anche dopo. Per quello che riguarda i primi tempi delle trasmissioni religiose, ricordo un episodio legato a monsignor Pisoni, che allora dirigeva il quotidiano cattolico «L’Italia», il predecessore di «Avvenire». Insieme col rappresentante del cardinale Schuster ero andato a chiedergli che annunciasse sul giornale le nostre trasmissioni religiose, completamente trascurate dal «Radiocorriere». Pisoni era contrario alla televisione pubblica, era un fautore «ante litteram» delle televisioni libere. «Vede ­– mi disse – noi siamo i cattolici dei miliardi!» e mi chiese di far andare male le mie trasmissioni, motivando la richiesta con il fatto che la televisione pubblica si nascondeva dietro di esse per dire che non era laicista, mentre in realtà era governata dai massoni e dai comunisti. Pisoni mi disse chiaro: «I massoni e i comunisti le sparano al petto, sappia che adesso avrà i cattolici che le spareranno alle spalle».

   Un’affermazione grave.

   Certo. Ma al di là di questo, le due vicende spiegano come funzionavano e funzionano le cose e spiegano anche perché, proprio in ambienti cattolici, certe mie proposte non siano mai state accettate. 

   Una sorta di congiura?

 

   Non proprio. Il fatto è che le cose, come dicevo, funzionano cosí. Ad esempio, ho appena letto il libro di Ettore Bernabei «L’uomo di fiducia» e attraverso alcune cose che lui dice, sono riuscito a capire delle realtà che avevo sentito e che non ero ancora riuscito a individuare. Per me restavano misteriose. Invece, tutto rientra in una realtà che adesso leggo in chiave ignaziana: sul terreno di battaglia ci sono due schieramenti, lo schieramento di Cristo (Gerusalemme) e lo schieramento di Satana (Babilonia); il mondo della comunicazione è il terreno sul quale si svolge la battaglia. Sono convinto che esiste chi cerca di seguire sinceramente Cristo e chi, nel nome di Cristo, segue la parte opposta. Anche oggi vedo, quasi ogni giorno, succedere qualcosa del genere. Non si tratta, però, sempre di «diavoli». Nemmeno si rendono conto di essere del vessillo di Satana. Prendiamo ad esempio la confusione mentale. I miei studi mi hanno portato a formulare una metodologia che obbliga a cercare la verità. La confusione mentale è contro la ricerca della verità e oggi il rifiuto di cercare la verità è diventato un merito. Ecco perché in molti dicono che la mia teoria è superata, proprio perché cerca di avvicinarsi alla verità. 

   Ma non mi dirà che le cose le sono sempre andate lisce?

 

   No, di certo. Ad esempio, all’Università Lateranense, dopo mi pare quattro anni di insegnamento, per mandarmi via senza sembrare, hanno chiuso il mio corso che due anni dopo hanno riaperto con altro titolo e, ovviamente, con altro docente. Ma qualche alunno ha voluto ugualmente laurearsi con me. Cose analoghe mi sono successe altre volte. Penso che, a parte i miei limiti e difetti personali, i due «Discorsi sul film ideale» di Pio XII siano stati dimenticati.

   Solo questo?

 

    Per la verità, penso che la cosa sia un po' piú complessa: un giorno avevo deciso che dopo la Messa (che celebravo in quel tempo tutti i giorni, quand'ero a Milano, presso le Suore di Maria Bambina in via S. Sofia) sarei andato a prendermi una certa soddisfazione. La cosa evidentemente non piaceva al Padre Eterno, il quale, durante la Messa, mi fece capire che non dovevo andare. Io insistevo. Mi fece capire che allora sarei stato contrastato sempre nella mia attività, ma che Lui mi avrebbe aiutato. Alla mia domanda se ciò avrebbe compromesso anche il risultato pastorale di bene delle anime e della mia azione sacerdotale, m'è parso di sentirmi assicurare del no, perché Lui, appunto, mi avrebbe aiutato; non solo, ma che verso la fine della vita qualcosa in mio favore sarebbe cambiato. Naturalmente pregai intensamente e poi andai dove volevo, ma quella soddisfazioncella non riuscii a prendermela. Questo per dire che le cose non andate lisce sono ben piú d'una; ma il Signore m'ha sempre aiutato a tenere duro. Ma soprattutto ho capito che il Padreterno fa le cose sul serio e mantiene la parola. L'importante è che anche noi cerchiamo di essere fedeli.

 

(…)
 
Andrea Fagioli, Nazareno Taddei un gesuita avanti, ed. Edav, Roma, 2000
 


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