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TSILI



Regia: Amos Gitai
Lettura del film di: Manfredi Mancuso
Titolo del film: TSILI
Titolo originale: TSILI
Cast: Regia: Amos Gitai basato sul romanzo Tsili di Aharon Appelfeld scenegg.: Amos Gitai, Marie-Jos Sanselme fotogr.: Giora Bejach mont.: Yuval Orr, Isabelle Ingold scenogr.: Andrei Chernikov cost.: Dani Bar Shai mus.: Alexei Kochetkov, Amit Poznansky interpr. princ.: Sarah Adler, Meshi Olinki, Lea Koenig, Adam Tsekhman, Andrey Kashkar, Yelena Yaralova colore durata: 88 produz.: Agav Film, Hamon Hafakot, Trikita Entertainment, Archipel 35, Citrullo International origine: ISRAELE, RUSSIA, ITALI, FRANCIA, 2014 distrib.: Microcinema
Sceneggiatura: Amos Gitai, Marie-Jos Sanselme
Nazione: ISRAELE, RUSSIA, ITALI, FRANCIA
Anno: 2014
Presentato: 71. Mostra Internazionale D'arte Cinematografica di Venezia (2013) FUORI CONCORSO

Durante i terribili giorni della Seconda Guerra Mondiale, una giovane ebrea di nome Tsili, si nasconde nei boschi per sfuggire all’orrore dei rastrellamenti contro gli ebrei. A raggiungerla ben presto arriva Marek, giovane uomo anch’egli in fuga e anch’egli ebreo. Marek si stabilisce con Tsili nella foresta e vi resta per qualche giorno. Subito dopo però Tsili sparisce e al suo posto compare un’altra giovane donna senza nome, con la quale Marek sembra misteriosamente entrare subito in intimità, tanto da farci di lì a poco sesso. Tsili ricompare di notte a rimboccare le “coperte” ai due amanti addormentati.

 

Qualche tempo dopo, ritroviamo Tsili che, in una spiaggia, si unisce ai sopravvissuti ebrei della guerra, mentre, nottetempo, alcuni di essi vengono radunati su una spiaggia dai nazisti. Quindi ritroviamo nuovamente Tsili in un ospedale, dove la donna si commuove. E sul finire scorrono le immagini di repertorio di bambini ebrei chiusi nei campi di concentramento con le loro famiglie.

Anche da una lettura sommaria della vicenda sopra riportata è facile intuire che il film di Gitai non segue precise logiche narrative, ma prosegue a balzi in un susseguirsi di sequenze (e immagini) simboliche, legate le une alle altre dall’esile filo della presenza della “protagonista” Tsili. Difficile inoltre considerare quest’ultima fino in fondo come tale, per lo meno se si seguono i classici canoni di identificazione dello spettatore. In realtà, infatti, il racconto inizia con una danza della giovane donna senza nome, che su sfondo nero, sembra “fluttuare” con movimenti sempre più innaturali e forzati, mentre la musica si fa via via più sincopata e drammatica, quasi a “presagio” della tragicità della vicenda che segue.

Proprio in virtù (o meglio, a causa) della difficile identificazione dei simboli di riferimento, è arduo attribuire a Tsili una funzione metaforica precisa, ma resta comunque chiaro l’intento di Gitai di ripercorrere una tematica a lui cara, narrando l’orrore dell’Olocausto. Dall’iniziale “nido” tranquillo (nonostante l’atrocità della guerra che li circonda), Tsili ha così modo di venire a conoscenza di altri compagni di sventura, (dalla donna che attende speranzosa il ritorno della famiglia scomparsa, al suonatore di violino che, quasi come il pifferaio di Hamlin, attira e guida i sopravvissuti della diaspora) e di raggiungere infine un ospedale che contiene i sopravvissuti, dove la voce fuori campo di una donna recita una poesia che promuove la speranza nei bambini, poco prima che però Tsili inizi a piangere, mentre sullo schermo appaiono, di lì a poco, le immagini di repertorio di cui già detto, come se questi elementi (il pianto di Tsili e la cruda “realtà” delle immagini) contraddicano la tenue speranza espressa pochi attimi prima dal componimento poetico.

Nonostante la scelta del tema encomiabile il film risulta però tutt’altro che gradevole, specie a causa di uno stile lento e ripetitivo, che finisce con lo stancare presto lo spettatore, cui pesa anche, probabilmente, una certa monotematicità di fondo in cui Gitai sembra essersi ormai chiuso. (Manfredi Mancuso)

 


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