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IO E CATERINA



Regia: Alberto Sordi
Lettura del film di: Nazareno Taddei sj
Edav N: 83 - 1981
Titolo del film: IO E CATERINA
Titolo originale: IO E CATERINA
Cast: regia: Alberto Sordi sogg.: Rodolfo Sonego scenegg.: Rodolfo Sonego e Alberto Sordi mus.: Piero Piccioni fotogr.: Sergio DOffizi mont.: Tatiana Casini Morigi interpr. princ.: Alberto Sordi, Edwige Fenech, Catherine Spaak, Rossano Brazzi produz.: Fulvio Lucisano per Iif Tarak Ben Ammar per Carthago F (Parigi) durata: 106' (m. 3172) colore origine: ITALIA / FRANCIA, 1980 distrib.: D.L.F. e Italian lnternational Film.
Sceneggiatura: Rodolfo Sonego e Alberto Sordi
Nazione: ITALIA / FRANCIA
Anno: 1980

Evidentemente non basta Sordi - ideatore, sceneggiatore, regista e attore - per fare un bel film, anzi per non sciupare occasioni che potrebbero essere anche buone. È vero che il nostro pubblico è di bocca buona; ma fino a un certo punto...

 

Caterina è un robot, che fa tutti i servizi di casa in maniera meravigliosa e risponde, perfino al telefono, proprio come una cameriera compita.

In un viaggio in America - 10 minuti di appuntamento col presidente-donna (ch'era stata a letto con lui, quand'era segretaria, ma che adesso finge di non riconoscerlo) d'una grossa multinazionale, con la quale deve firmare un importante contratto - l'industriale Enrico viene a conoscere Caterina. Così, tornato in Italia e alle prese con una moglie che non ha più voglia di esserlo, con una segretaria che non accetta più di fare l'amante gratis e con una cameriera che ha bizze sindacali, Enrico si libera delle donne e compera una Caterina.

Magnifico! Senonché, anche Caterina... ama e diventa gelosa. Così, il povero Enrico passa dalla padella alla brace: per non essere schiavo delle donne vere, gelose pretenziose e femministe, finisce per essere schiavo d'una donna robot.

È questo il discutibile senso d'una vicenda, che fino a un certo punto è divertente, perché coglie effettivamente alcune frange di verità, nonostante gli stereotipi, relativi al rapporto uomo-donna degli anni '70 e forse anche '80, in un contesto di ricchezza industriale e tecnologica.

Senso che ho chiamato «discutibile», perché la chiave di volta (Caterina che acquista sentimenti) è gratuita, anzi assurda, proprio all'interno della paradossalità pur accettabile (un robot perfezionato a quel punto) su cui si basa. Supposto - voglio dire - che un robot tanto perfezionato possa esistere, è assurdo che travalichi gli «ordini» elettronici, sia pur imparando dalla visione nuovi comportamenti, e prenda scienza del proprio «io». Così casca l'asino non solo dell'emblema e del significato tematico, bensì anche solo del divertimento. Un assurdo che non diverte, proprio perchè la chiave di base non è né voleva essere quella dell'assurdo, bensì quella dell'emblematico.

In altre parole, il film casca a livello di racconto, a causa di una sceneggiatura incongruente, impostata su alcune metafore («dalla schiavitù della donna vera a quella del robot», la «donna-oggetto» che non accetta più di essere tale, il «diventare schiavo della macchina»), che crede di poter realizzare cinematograficamente violando i limiti imposti dal tipo di invenzione. Insomma, che quell'«oggetto» (in senso fisico: il robot-donna, ma donna solo per la sua carcassa esterna e per i compiti tradizionalmente femminili che le si fanno fare) non: voglia più esserlo e si senta un «io» solo perché fa elettronicamente azioni che una volta facevano le donne (ma allora lo stesso discorso varrebbe per una lavatrice o per un rasoio elettrico), non ha alcun significato in un contesto in cui il discorso è impostato sull'uomo che considera la donna, vera quale «oggetto» (in senso metaforico), al punto di credere di potersene liberare quando ha trovato una macchina che ne compie  alcune funzioni materiali. Tanto più che Caterina diventa gelosa nei confronti della nuova donna che Enrico sta per portarsi a letto, nei confronti cioè di una funzione che essa in nessuna maniera potrebbe compiere perché nemmeno nell'invenzione filmica vi è stata predisposta.

In conclusione: tematicamente, spunti veri ma non maturati; una molteplicità di concetti di per sé non stravaganti, ma che non riescono a comporsi nemmeno in una decente insalata.

Cinematograficamente, ben poco da rilevare, a parte alcuni buoni Primi Piani di Sordi, un buon mestiere in tutti, scenografie che creano ambiente, sonoro ben inventato e ben montato e, in sede di soggetto, gli accennati spunti su una certa realtà contemporanea.

Moralmente, poca infamia ma anche pochissima lode e forse un sorriso di commiserazione per qualche tocco di conformismo alle mode correnti.

In funzione pedagogica e didattica, probabilmente il film non susciterà particolare interesse. Qualora ciò avvenisse, il rilievo alle suaccennate incongruenze del copione potrebbe essere sufficiente: la confusione, cioè, dei piani e dei ruoli, per quanto riguarda sia la donna vera, la sua natura e le sue funzioni, sia un robot corazzato da donna, sia soprattutto il rapporto assurdo tra la prima e il secondo. Che confusioni di questo genere si facciano, è purtroppo vero: ma che abbiano un qualche fondamento è ridicolo. E forse l'offrire occasione di rilevare queste insulse considerazioni, sia pur per negativo (cioè proprio perché il film le contiene), ne può essere paradossalmente l'unico pregio. (Nazareno Taddei S.J.)

 


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