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LA TOSCA



Regia: Luigi Magni
Lettura del film di: Nazareno Taddei
Edav N: 7 - 1973
Titolo del film: LA TOSCA
Titolo originale: LA TOSCA
Cast: regia, sogg., scenegg.: Luigi Magni liberamente tratto dal dramma Devant lui tombait toute une ville di Victorien Sardou fotogr.: Franco Di Giacomo, Giuseppe Lanci (operatore) mus.: Armando Trovajoli scenogr., cost.: Lucia Mirisola mont.: Ruggero Mastroianni interp. princ.: Monica Vitti (Floria Tosca), Vittorio Gassman (Barone Scarpia), Gigi Proietti (Mario Cavaradossi), Aldo Fabrizi (Il governatore), Umberto Orsini (Cesare Angelotti) durata: 104 colore lungh. m. 2.825 CCC IV produz.: Franco Committeri per Quasars Film Company, Ugo Tucci per Uti Produzioni Associate origine: ITALIA, 1973 distr. Titanus, Creazioni Home Video, Dvd: 01 Distribution Home Video (2009)
Sceneggiatura: Luigi Magni
Nazione: ITALIA
Anno: 1973

La Vicenda è «liberamente tratta» dal romanzo «Davanti a lui tremava tutta Roma», dal quale è stato tratto anche il più noto (se non più celebre) libretto dell'opera «Tocca» di Puccini.

 

E' la storia di un pittore, Cavaradossi, di idee francesi nel momento in cui lo Stato Pontificio è in lotta con Napoleone, il quale, per aver aiutato nella fuga dal carcere un noto cospiratore, viene arrestato e, senza processo, dovrà essere giustiziato. Tosca, una cortigiana romana, è pazzamente innamorata di lui ed è lei che, senza volere, mette sulle tracce di Cavaradossi il barone Scarpia, capo della polizia pontificia. Tosca piace molto a Scarpia. Questi per ottenerne le grazie le promette di far fucilare… a salve il pittore e scrive un lasciapassare per i due. Ma Tosca lo pugnala non appena ha firmato il salvacondotto. Avviene la fucilazione; ma l'ordine di caricare i fucili a salve era fasullo. Così Cavaradossi muore e Tosca si butta dall'alto del Castel Santangelo.

Il Racconto si incentra sul 14 giugno 1800, giornata della battaglia di Marengo, le cui notizie arrivano a Roma contrastanti, favorevoli prima alle truppe papaline, poi a Napoleone.

Il film - sui cui titoli si vedono sculture sacre e si sente una filastrocca cantata sulle note del «Veni Creato»  - comincia nella Chiesa di S. Agnese dove il cardinal governatore di Roma sta terminando una strana funzione infarcita di preghiere e di canti di giubilo per la creduta vittoria su Napoleone. La scelta dell'attore (Aldo Fabrizi) che impersona il cardinale, i grotteschi dettagli della funzione, dei personaggi e dei canti della chiesa rilevano il tono sarcastico, più che umoristico, sul quale il regista vuole impostare il suo racconto. E infatti, tale tono prosegue in una strana preghiera collettiva di pezzenti davanti all'altare e soprattutto con la figura di Scarpia (Vittorio Gassman), cicisbeo e feroce, bigotto e crudele, nascostamente aspirante al papato. Tale tono prosegue quando si scopre il cospiratore nascosto in chiesa e più ancora quando in chiesa arriva Tosca ad amoreggiare col pittore. Il confessionale, p.e., sembra il luogo più adatto per le effusioni dei due, sotto il compiacente sguardo del sacrista. Costumi, scenografie, riprese, tutto è volutamente barocco e sarcastico, dove non manca p.e. la reminiscenza del ROMA felliniano.

Il sarcasmo prosegue nella sequenza dei fuochi d'artificio per celebrare la vittoria, con la regina delle Due Sicilie, alla presenza del Card. governatore, incorniciato stavolta da una riccioluta parrucca settecentesca anziché dalla mitria maestosa.

E il sarcasmo procede anche quando la storia volge in tragedia, ma il sorriso si trasforma in smorfia: il sarcasmo proprio non ci sta con la tragedia messa a quel modo, oppure è la tragedia che non ci sta con quel sarcasmo; certo è che anche stilisticamente il film - che bene o male fino a quel punto avevi retto - scricchiola, incespica, zoppica e, diciamolo pure, cade.

In tutto questo bailamme, Tosca sbuca nel film innamorata pazza, ma con un leitmotiv ( «mia madre è morta tisica e io morirò di crepacuore» ) cantato addirittura in duetto con Cavaradossi che dà tutta l'aria d'essere una presa in giro mentre (lo si canti perfino durante il corteo che accompagna Cavaradossi alla fucilazione) parrebbe dover essere un fatto emblematico d'un amore cieco che diviene presa di coscienza addirittura civile e sociale (la libertà dall'oppressore). In cima al Castel Santangelo, prima di buttarsi, Tosca parla a Roma dicendo di non fidarsi (e - guarda caso - mette in mostra lo stemma pontificio della grande bandiera) e trattando di libertà; ma tentando di seguitare il sarcasmo filmico con la risposta («Non casco; mi butto!») che dà al giannizzero che le ha gridato: «Guarda che caschi!».

E il povero Scarpia, galletto tardivo («non è più giovane!» commentano i suoi due fidi giannizzeri, quando Tosca fa loro credere che si riposi dalle fatiche amorose con lei), così scaltro attento a tutto, si lascia pugnalare come un allocco, estraendo inutilmente a difesa da un crocifisso un appuntito pugnale.

Il card. governatore scompare dalla scena a metà film, rievocato solo dall'ordine che dà di giustiziare il pittore prima dell'alba.

I due giannizzeri, prima dell'ultima già citata battuta, in mezzo ai loro atteggiamenti servili e ripugnanti (v. i commenti che fanno sui capi con Tosca e l’«io non ho sentito niente» di fronte alla autoaccusa di questa, salvo poi andarlo a spifferare subito agli altri) hanno un apparente momento di resipiscenza quando si chiedono com'è da definire il loro operare (cioè far credere che la fucilazione sarà fasulla, mentre sanno benissimo che sarà vera).

Anche il buon Cavaradossi finisce sarcasticamente la sua carriera filmica, iniziata nella chiesa con commenti sui preti tra un boccone e l'altro di pane e prosciutto, respingendo con un «no, grazie» da salotto d'oggi il bacio al crocefisso e commentando con un «ammàppete» le pallottole vere che l'hanno colpito.

Di tanto in tanto, accanto alla citata strofetta di Tosca cantata anche a duetto, salta fuori qualche cavatina o qualche coro. Il che fa pensare allo stile dell'opera (la «Tosca» non è forse una celebre opera?); ma l'inserimento dei brani cantati e la musica di carattere pseudo-popolare fanno pensare piuttosto che i sarcasmo sprizzi anche sotto questo profilo.

Si direbbe dunque che l'autore abbia tentato lo stile cabaret ma la vicenda pensata realisticamente nonostante il tono, a mio parere, impedisce il realizzarsi dell'intenzione.

Quello che, almeno intenzionalmente, non è sarcastico sono le frasi ideologiche di libertarismo e gli atteggiamenti dei due cospiratori ai quali viene ad adeguarsi, per sdegno della carognata più che per convinzione maturata, quello di Tosca. Ma il contesto nel quale sono messi e il modo nel quale sono realizzati fanno per lo meno nascere il dubbio se il buon regista non abbia voluto ironizzare anche sullo spirito delle cospirazioni.

Da un racconto cinematografico così combinato è ben difficile tirar fuori un'idea centrale che sia veramente espressa. L'intenzione pare evidente: «mettere in guardia contro... i lupi vestiti d'agnello e nella fattispecie contro la chiesa (quella ufficiale e istituzionale, s'intende)»; ma l'effettiva dizione filmica non salta fuori e tanto meno saltano fuori le ragioni che dovrebbero suffragare l'affermazione. In altre parole, posto e non concesso che il classico episodio di Cavaradossi sia emblematico del sistema di governo pontificio, il film non riesce a dimostrarlo e tanto meno riesce a renderlo emblematico d'una situazione attuale.

In sede teorica, noi diciamo che l'idea della cosa deve divenire idea del segno attraverso quella che chiamiamo «traduzione», la quale non può confondersi con la semplice «trasposizione» in immagini.

In questo film, pare proprio di poter dire che chiaramente manca la traduzione: c'è stata solo trasposizione in immagini d'un episodio e si è creduto di caricarlo di significato buttando tutto in sarcasmo, mettendoci dentro le cantatine tipo opera, ecc. con l'intenzione - ripeto - del cabaret. Ma la traduzione è qualcosa di più: non è rivestimento esterno, bensì struttura.

E la struttura qui è solo narrativa, ma di quella narrativa che sta dalla parte della vicenda e non del racconto.

La menda strutturale non è solo quella dello stile sarcastico che a un dato punto non regge con la tragedia messa a quel modo. Questa caratteristica del film fa capire però quali erano le intenzioni del regista e perché non sono riuscite a divenire realtà cinematografica.

Il racconto, p.e., non ha un vero e proprio, «protagonista» (in senso teorico preciso): non è Tosca, non è Cavaradossi, non è nemmeno Scarpia; né sono tutti e tre messi insieme. Essi sono protagonisti a livello di vicenda; ma a livello di racconto nessuno di essi e nemmeno tutti e tre insieme lo reggono. Cosa ci starebbe a fare infatti, p.e., tutta la parte relativa al governatore? ambientazione? ma l'ambientazione deve essere sostrato o cornice che risulta dal o fa risultare il protagonista, non può essere parte autonoma di racconto. Né il protagonista è, in questo caso, la situazione o l'ambiente o il sistema, perché non è esso che regge né la vicenda né il racconto, proprio a causa del modo in cui è realizzato. Mettete un potere qualsiasi al posto della chiesa e la storia regge lo stesso col suo significato; e allora perché dare tanto peso alla chiesa, per poi abbandonarla, salvo l'accenno finale di Tosca sullo stemma pontificio? La chiesa come chiesa ha troppa parte nel film (quasi tutto il primo tempo) per essere solo una cornice; d'altro lato ha troppo poca parte e viene sopraffatta dalla vicenda e dai personaggi principali per essere essa stessa protagonista.

E se non c'è protagonista, non c'è racconto, non c'è - sotto il profilo strutturale - unità, quindi non c'è film, non c'è vera idea centrale.

Restano le indicazioni delle intenzioni, la somma delle idee parziali (satira, per l'uno o l'altro aspetto della vita e della religione) e resta soprattutto una volontà di dissacrare la Chiesa, ma è una volontà acida tanto da far balbettare anziché parlare o inveire.

Tutto sommato, dunque, un film sbagliato, prima ancora che dissacratore e irriverente. Sbagliato sul piano tematico, stilistico e artistico. Sbagliato prima di tutto sul piano cinematografico, nonostante il gusto della mess'in scena, la bravura di quasi tutti gli attori, la fantasia compositiva, la bontà cromatica, il brio narrativo (ma non troppo), la discreta (non eccelsa) originalità scenografica delle riprese.

La valutazione morale è a mio avviso negativa, soprattutto per la mancata unità dell'opera e - lo si noti bene - non in senso estetico. Questa mancata unità impedisce di cogliere un preciso pensiero e porta in primo piano quell'acidità dissacratrice la quale, appunto per non essere sorretta da una precisa idea fosse pur discutibile o falsa, è sempre capace di distruggere senza nulla costruire: «calunniate, calunniate: qualche cosa resterà».

La calunnia non è la satira che, per quanto dolorosa, colpisce il cuore del torto e fa pensare gli onesti; la calunnia è viltà e menzogna.

E non sto a dire che nella storia della Chiesa e del Papato non ci siano cose che possono benissimo essere denunciate e anche fatte oggetto di sarcasmo: nonostante il rispetto profondo e la solidarietà che ci lega alla Chiesa, non siamo così ingenui o così poco cristiani da credere che coprire gli errori di alcuni, forse molti, uomini della Chiesa sia fare un buon servizio a questa nostra Madre, «sposa immacolata di Cristo». Dico che dissacrare ciò ch'è sacro (e il film fa questo, dal momento che non riesce a essere precisa denuncia, a causa del modo in cui è fatto) è ingiusto e contro la dignità dell'uomo, oltre che frutto di sostanziale ignoranza; dico che sputare per sputare è, nel migliore dei casi, maleducazione.

Calunniare, poi, con un film, oggi, quando un complesso di circostanze (di cui anche molti uomini della Chiesa non sono affatto innocenti, purtroppo) fa sì che la gente recepisca per buono tutto ciò ch'è contro o ironico nei confronti della religione istituzionale, significa collaborare a ingannare la gente e praticamente fare opera di inciviltà.

E anziché proibire o sequestrare, direi: discutete e fate leggere questi film; fate vedere quanto pochi argomenti abbiano certi spiriti acidi! Hanno bisogno di far ridere con cardinali sfatti dal grasso e funzionari cicisbei e parole irriverenti; non sanno portar ragioni e quante ce ne sarebbero! -; o addirittura non hanno il coraggio di sfidare in aperta battaglia! Non sono migliori degli uomini pur riprovevoli che vorrebbero attaccare! (NAZARENO TADDEI)

 


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