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ALLA LUCE DEL SOLE



Regia: Roberto Faenza
Lettura del film di: Nazareno Taddei sj
Edav N: 328 - 2005
Titolo del film: ALLA LUCE DEL SOLE
Titolo originale: ALLA LUCE DEL SOLE
Cast: regia, sogg.: Roberto Faenza scenegg.: Roberto Faenza, Gianni Arduini, Giacomo Maia, Dino Gentili, Filippo Gentili, Cristiana Del Bello (per la stesura della Sceneggiatura sono state utilizzate anche le testimonianze di Suor Carolina Iavazzo e di Gregorio Porcaro) fotogr.: Italo Petriccione mus.: Andrea Guerra mont.: Massimo Fiocchi scenogr.: Davide Bassan cost.: Sonu Mishra interpr.: Luca Zingaretti (Don Pino Puglisi), Alessia Goria (Suor Carolina), Corrado Fortuna (Gregorio), Giovanna Bozzolo (Anita), Francesco Foti (Filippo), Piero Nicosia (Giuseppe), Lollo Franco (Gaspare), Mario Giunta (Saro), Pierlorenzo Randazzo (Domenico), Gabriele Castagna (Rosario), Salvo Scelta (Carmelo) colore durata: 89 produz.: Elda Ferri per Jean Vigo Italia origine: ITALIA, 2004 (uscito 21.1.2005) film realizzato con il Contributo del Ministero per i Beni e le Attivit Culturali distrib.: MIKADO
Sceneggiatura: Roberto Faenza, Gianni Arduini, Giacomo Maia, Dino Gentili, Filippo Gentili, Cristiana Del Bello (per la stesura della Sceneggiatura sono state utilizzate anche le testimonianze di Suor Carolina Iavazzo e di Gregorio Porcaro)
Nazione: ITALIA
Anno: 2004

È fuori dubbio che Roberto Faenza abbia mano nel fare cinema. Ma non è nemmeno da stupire che talvolta capiti, come qua e là in questo film sulla tragedia del siciliano don Pino Puglisi, ucciso dalla mafia locale il 15 settembre 1993, da due anni non sfiduciato, anzi zelante e impavido fino all’eroismo, parroco nel quartiere Brancaccio di Palermo.

 

Il film, dedicato «ai ragazzi di Palermo» inizia con l’in­contro, che sarà fatale, di don Puglisi con i suoi assassini, che dice: «Vi aspettavo!»; e subito il film rinvia a quei due anni prima, quando il giovane sacerdote, tutto ben animato, arriva come nuovo parroco nel paese in cui è nato e si trova davanti a una chiesa interamente deserta alla Messa e a uno stuolo di ragazzi che lo accolgono quasi sghignazzanti (dato lo stretto siciliano, non sono riuscito ad afferrare il senso di piú d’una delle diverse battute, che il regista, forse troppo incurante di chi il siciliano non lo conosce, ha seminato anche in punti cruciali della vicenda), ma poi si lasciano trascinare da un bellissimo campo di calcio, dove il sacerdote comincia a educarli, fin dal gioco, al vivere civile e al rispetto degli altri e delle regole sociali, fino ad arrivare ad inculcare loro che bisogna usare la propria testa nel dire sí o no alle scelte che ci si propongono e non lasciarsi imbambolare dalle chiacchiere degli interessati.

 

 

Ma quel parroco si dà il suo bel daffare per aiutare tutti e riesce ad avere aiuto dal suo vescovo, mediante tre generose suore, tra cui quella suor Carolina Iavazzo, che — quasi per angelico istinto — accorse e lo raccolse sulla strada colpito a morte e che poi ha collaborato, testimoniando, alla sceneggiatura.

Il film, senza attardarsi e senza fronzoli, rileva le varie ostilità che il nuovo parroco incontra proprio da chi ha vissuto, anche con qualche screzio gli anni dell’infanzia e della giovinezza e sollecitano ora i figli a seguirne le orme disoneste.

Una notte, con un in­gan­no, lo pestano a sangue, ma egli rifiuta di far conoscere, tanto meno denunciare l’accaduto.

Ma pare che, nel film, la goccia che ha fatto traboccare il vaso e scattare la congiura sia stato quando dal pulpito don Pino fa evidenziare le promesse conservate vane dalle autorità mafiose, che egli invita a uscire dai loro nascondigli e affrontarlo in pubblica piazza, «perché, nella sua chiesa, c’è sempre spazio anche per loro.»

Cosí, il flash-back si chiude: i giovinastri dell’inizio si capisce che l’hanno ucciso con una rivoltella procurata e occultata dal papà di uno dei ragazzi che, tra i primi, s’erano trovati bene con lui e che, in fase di congiura, aveva cercato di avvertirlo o di intimorirlo col fingere piú volte e con insistenza di investirlo con la motoretta.

Attorno al feretro sistemato nella chiesa, il film fa arrivare i ragazzi in processione. Momento molto spettacolare per la sua emotività, che forse rasenta la soglia del buon gusto, soprattutto con l’immagine che chiude il film: in una luce intensa, che da una specie di scoppio d’un improvviso globo solare diventa quella che entra dal portone spalancato della chiesa, il ragazzino che s’era visto poco prima, oggetto delle attenzioni di don Pino, si sofferma, lasciando perdere il gruppo che se ne v a e si volta, salutando col sorriso e con la mano un incredibile don Pino seduto o inginocchiato in uno dei banchi ultimi della chiesa nel riverbero di quella luce. E don Pino, ovviamente (?!?), risponde pur brevemente.

 

È tipico dei film spettacolari, si diceva nel Trentino, «cavàr ‘l goto» (cercare di strappare l’applauso col bicchiere [finale] del brindisi). Ma mi viene di ricordare anche che, sempre nel Trentino si diceva e si dice ancora: «Scherza co’ i fanti e lassa star i santi» (Scherza con i fanti, ma lascia stare [cioè: rispetta] i santi!) Forse un po’ di troppo in quel finale c’è; ma se c’è chi s’accontenta, goda pure: questione di gusto non di peccato! (Nazareno Taddei sj)

 


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