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MUSSOLINI ULTIMO ATTO



Regia: Carlo Lizzani
Lettura del film di: Nazareno Taddei
Edav N: 17 - 1974
Titolo del film: MUSSOLINI ULTIMO ATTO
Titolo originale: MUSSOLINI ULTIMO ATTO
Cast: regia: Carlo Lizzani – sogg.: Fabio Pittorru – scenegg.: Fabio Pittorru, Carlo Lizzani – fotogr.: Roberto Gerardi – mus.: Ennio Morricone – mont.: Franco Fraticelli – scenogr.: Amedeo Fago – cost.: Ugo Pericoli – effetti: Basilio Patrizi – interpr. princ.: Rod Steiger (Benito Mussolini), Franco Nero (Colonnello Valerio/Walter Audisio), Lisa Gastoni (Claretta Petacci), Lino Capolicchio (Pedro), Henry Fonda (Cardinale Ildefonso Schuster) - prod.: it. - colore - Iungh.: m. 3523 - CCC: II – produz.: Aquila – origine: ITALIA, 1973 – distrib.: Ital Noleggio Cinematografico (1975) - Golden Video, Delta Video, Video Club Luce
Sceneggiatura: Fabio Pittorru, Carlo Lizzani
Nazione: ITALIA
Anno: 1973
Chiavi tematiche: Carlo Lizzani nato a Roma il 3 aprile 1922 e morto a Roma il 5 ottobre 2013 a volte noto anche come Lee W. Beaver

Come vicenda, il film ricostruisce gli ultimi quattro giorni di Mussolini, dall'ordine «di Berlino» - da lui disatteso - di riparare a Merano, fino alla sua uccisione davanti ai cancelli d'una villa di Dongo, attraverso gli interventi del Card. Schuster, arcivescovo di Milano, per salvare vite umane e la città, il tentativo di «fuga» del duce dai tedeschi per riparare in Svizzera e consegnarsi agli americani (che peraltro lo cercavano e lo volevano vivo), la ricerca dei partigiani per fucilarlo e «far giustizia» al popolo italiano, l'altro inutile tentativo di fuga stavolta con i tedeschi, la scoperta, l'arresto, i vari contrasti anche tra i partigiani sul come fare quella giustizia. Vi è evidenziata con notevole rilievo la parte sentimentale dovuta alla certamente generosa e in certo senso ammirevole presenza di Claretta Petacci, che pure verrà ammazzata assieme al suo uomo (il film fa sembrare quasi per incidente, nel suo tentativo di salvare il duce).

 

Per noi che abbiamo vissuto i giorni del movimento di liberazione come parte attiva, anche se molto modesta e senza tessere o coccarde ufficiali, e abbiamo seguito quegli eventi dalle notizie che ci giungevano a brani e bocconcelli da chi stava partecipando all'uno o all'altro momento dell'azione in un settore o nell'altro delle due parti, in alcuni dettagli o aspetti di questa ricostruzione di Lizzani abbiamo risentito più la versione interpretativa legata allora a un certo colore politico che non la resa nuda e cruda dei fatti; ma nel complesso c'è parso di riscontrare una notevole fedeltà almeno a quello che allora avevamo saputo e che possiamo ancora ricordare.

Il racconto esibisce: un Mussolini ormai finito, con qualche risucchio della sua tragica megalomania e del suo empirismo trionfalistico, non privo di profondi risvolti umani positivi e negativi; un ritmo di cronaca che - come accennato - si direbbe obiettiva, quasi a far parlare solo i fatti (salvo l'accennato colore interpretativo che ovviamente ha influito sulla stesura della sceneggiatura); una quasi declamata intenzione di rifuggire dallo spettacolo e quasi la preoccupazione di dare una versione dei fatti che possa andare bene per qualunque delle odierne parti avverse.

E il film finisce con l'annuncio della fucilazione dei gerarchi fascisti sulla piazza di Dongo e col comunicato riportato in scritta scorrevole su fondo neutro - del Comitato di Liberazione Nazionale per l'Alta Italia sui motivi della condanna e dell'esecuzione.

Tutto questo fa concludere che l'idea centrale è quella di far dire al film qualcosa facendolo saltar fuori dalla ricostruzione di quella vicenda. Ma poiché, come si sa, ogni resa filmica è sempre interpretazione, di fatto la significazione del racconto consiste nel dare una certa significazione alla vicenda; significazione che dovrebbe essere quella degli eventi narrati - narrati «obiettivamente», senza fanatismi - ma che di fatto è quella del taglio che l'autore vi ha dato e in cui, forse a causa del tempo in cui il film esce più cheper la sostanza delle cose dette, il colore politico sembra prevalere su quello storico.

Il racconto infatti esibisce anche, tra il resto, una serie di attori noti e commercialmente catalogati, i quali vanno da Rod Steiger - bravissimo e credibile Mussolini (in qualche momento, tuttavia, pare di intravvedere lo sforzo più di conformarsi - con preparazione ammirevolmente severa - al modello gestuale e comportamentale studiato sui cinegiornali dell'epoca che di abbandonarsi a un'ispirazione interiore) - a Lisa Gastoni nei panni della Petacci, a Henry Fonda che piuttosto... lontanamente fa rivivere il compianto Card. Schuster, fino a - guarda caso! - Franco Nero, l'attore che la vince sempre tra i sospiri delle folle, nella parte del colonnello Valerio, l'uccisore.

Ecco allora che la ricostruzione per quanto obiettiva dei fatti non può non essere vista attraverso questo filtro.

Chi è Mussolini - dal film - per uno che non ne abbia mai sentito parlare? Un pover'uomo braccato da ogni parte in una situazione di guerra, vilmente ingannato dai «fedeli» che lo deificano, amato fino all'eroismo da una donna oltretutto gelosa, accusato delle più atroci nefandezze dalla parte avversa, senza potere, senza nessuna forza di reazione, che viene ucciso proprio e solo perché qualcuno lo vuole uccidere per... fatto personale, nonostante le affermazioni in contrario. Cosa ci sia veramente dietro ai personaggi e alle azioni che si vedono, il film non lo dice o lo fa dire da qualcuno - proprio a livello narrativo - che potrebbe parlare per colore di parte e non per obiettività esterna di fatti reali.

Chi è poi Mussolini — sempre dal film - per chi ne ha sentito parlare solo o dal fanatismo dei nostalgici o dal fanatismo degli antifascisti? L'uomo tradito vergognosamente per i primi, per i quali la dedizione della Petacci diviene emblema d'un amore sublime ed egli stesso mito dell'incomprensione e dell'ingiustizia politica; l'uomo verme da schiacciare a ogni costo, per i secondi, senza dovere di ricercare giustificazioni, come si fa con lo scorpione velenoso che si avvicina al tuo piede.

E chi è Mussolini per il grosso pubblico del cinema d'oggi? Il bravissimo ma non emotivamente affascinante Rod che l'emotivamente affascinante Franco vuole — e vuole perché deve! (altrimenti sarebbe un volgare assassino) - uccidere, ma che incontra tante difficoltà a farlo e finalmente ci riesce. Applausi, infatti, in sala. Non a caso, la Claretta, che non c'entra direttamente nel duello Rod-Franco, ma che non si può omettere perché ci sta bene, viene uccisa quasi per incidente; altrimenti come la metteremmo con un Franco che deve sempre essere simpatico?

«Se qualcuno si vuol commuovere - ha scritto Lizzani su «Paese Sera» (7 aprile 1974) - sulla sorte di Mussolini, si commuova pure, io non ho nascosto niente. Darà prova di maggior maturità chi saprà filtrare questa commozione attraverso la ragione . Il che non è proprio esatto, perché la «ragione» dovrebbe lavorare sui fatti storici e politici che, di fatto, nel film vengono proposti con una certa colorazione perlomeno emotiva, mentre la «commozione» non è tanto per la «sorte di Mussolini», poveretto!, quanto piuttosto per la vittoria di Franco su Rod.

Ben a maggior ragione scrive Cosulich: «Temiamo (...) che finirà per prevalere l'ideologia del rotocalco. ( ... ) Siamo ancora e sempre dinnanzi a un esempio di storia romanzata, come si usava una volta per drammatizzare la fine dei Romanoff. » (l.c., 30 marzo 1974) E, qualche giorno dopo: «Vedi, caro Lizzani, sarò uno spettatore sottosviluppato ( ... ), ma debbo confessarti - a costo di arrossire - che, mentre vedevo il film ( ... ), una piccola, istintiva speranzella che 'quel povero vecchio ' con quella stupidona che aveva accanto questa volta una scorciatoia per il confine svizzero, riuscisse a trovarla, l'ho covata. » (l.c., 7 aprile 1974)

Il che nasconde due problemi: il primo, quello del film storico; secondo, quello del film che si vuol far «significare» a livello di informazione materiale.

Sotto il profilo teorico, un film di vicenda, per quanto storico, sarà sempre romanzo e mai storia; e a livello di informazione materiale, un film non potrà mai essere latore di tematiche vere, bensì solo di pseudotematiche.

E, stando così le cose, è chiaro che non è possibile fare alcun ulteriore discorso, fondato, d'ordine tematico, tanto più politico, sul film.

Tutto quello che si dica in più sta fuori del film.

Il film politico o storico - e su questo preciso punto ancora una volta Cosulich (ivi) ha ragione — è altra cosa da una ricostruzione «drammatica» dei fatti.

Ma lo stesso Cosulich non si fa più seguire quando dimostra il suo asserto cascando nello stesso equivoco di Lizzani, cioè rifacendosi ai contenuti narrativi (l'operato di Walter Audisio, l'uccisore, che «tormenta oggi parecchi partigiani») che sarebbe bastato capovolgere narrativamente, per esempio, con un flash-back che partisse da Piazzale Loreto, per rendere valido il film.

Il problema è si di struttura, ma non di struttura a solo livello narrativo: quello che importa è l'idea centrale e non la significazione della cosa rappresentata.

Il che è quanto dire: una pseudotematica o è valida come comunicazione filmica o non lo è. Se non lo è, non Io è una volta per tutte: e non Io è, perché cerca la sua significazione a livello d'informazione materiale (cioè narrativo); non diventa valida se si cambia solo qualcosa all'interno di questo fattore.

Il discorso sul film di Lizzani, quindi, potrebbe fermarsi qui, mentre potrebbe svilupparsi un discorso più generale e teorico sul film politico e storico. Discorso che va affrontato su ben diverse basi da quelle su cui viene impostato dalla moda culturale corrente.

Ma di fronte a un film come questo e alle nobili intenzioni di Lizzani di «allargare alle grandi masse la discussione su un momento storico eccezionale e che particolarmente oggi merita di essere ricordato» (ivi), mi pare possibile qualche ulteriore considerazione.

A livello di idea parziale, Lizzani pare sostenere un'interpretazione di decisa difesa nei confronti dell'operato del CLNAI e del col. Valerio, anzi un'interpretazione addirittura di ammirazione storica: «nel nostro paese ( ... ) un momento di autonomia politica di questo genere [ammazzare Mussolini anziché sottoporlo a processo regolare] fa spìcco e appare, a distanza, eccezionale.» (I. c.)

Una simile interpretazione non è condivisa da larga parte di quanti hanno fatto la Resistenza.

Infatti chi ha lottato e rischiato orribilmente la pelle proprio per porre fine a una situazione di oppressione totalitaristica e di ingiustizia, non può ammettere come fonte di diritto la forza materiale e la prepotenza delle armi, né può accettare che «fare giustizia» si confonda con l'ammazzare semplicemente. L'esecuzione di quella condanna a morte da parte di gruppi combattenti poteva aver senso come azione di guerra, non come atto di vendetta. Con Dongo, purtroppo, giustizia non è stata fatta (Dongo, poi, come ben sa chi ha vissuto quel periodo, non è solo la morte di Mussolini e degli altri gerarchi fucilati sulla piazza); non perché Mussolini e complici non dovessero «pagare», ma perché l'ammazzare un uomo materialmente finito non serviva né a salvaguardare, né a risarcire, tanto meno a punire. Era solo ammazzare per il gusto di dire: l'ho fatto fuori io. Un regolare processo - comunque concluso - sarebbe stato ben maggiore punizione per il megalomane di piazza Venezia, vistosi tradito e abbandonato da tutti meno che da una donna fanatica.

A distanza, dunque, pur ammettendo tutte le scusanti per l'eccezionalità del momento, la versione ai fatti che Lizzani dà nel suo film dimostra non tanto un gesto d'autonomia (che doveva esserci e ci sarebbe stato anche senza l'uccisione fatta in quel modo), quanto piuttosto un gesto voluto di vendetta da parte di pochissime persone (e forse quasi di una sola) e non di un movimento. (Si veda infatti ciò nel contesto dell'incontro – narrato da Lizzani - col card. Schuster: se Mussolini non li avesse fatti aspettare invano avrebbe forse lavato le colpe per le quali l'avevano condannato a morte? Eppure gli avevano assicurato l'incolumità!)

Concludendo, non pare di poter dire che il film di Lizzani sia un film di storia: resta un film di cronaca discretamente obiettiva, che però offre spunti validi di considerazione sugli eventi di quei giorni. Non ultima la considerazione, messa dal film in bocca a Valerio ma che si ritorce contro di lui, che quel sistema d'oppressione e di ingiustizia, per distruggere il quale tanto s'era sofferto, cominciava subito a rigermogliare. Il fascismo, oltre che tragico periodo politico e storico d'Italia, è una mentalità che purtroppo non è scomparsa, qualunque sia il colore di cui s'ammanta. (NAZARENO TADDEI)

 


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