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LAMANTE DI GRAMIGNA



Regia: Carlo Lizzani
Lettura del film di: MOS
Titolo del film: LAMANTE DI GRAMIGNA
Titolo originale: LAMANTE DI GRAMIGNA
Cast: regia: Carlo Lizzani sogg.: Giovanni Verga (novella), Ugo Pirro scenegg.: Ugo Pirro, Carlo Lizzani scenogr.: Moni Aladgemov, Dino Leonetti fotogr.: Silvano Ippoliti mont.: Franco Fraticelli mus.: Otello Profazio - cost.: Danilo Donati interpr. princ.: Gian Maria Volont (Gramigna), Stefania Sandrelli (Gemma), Ivo Garrani (Barone Nard), Luigi Pistelli (Ramarro), Emilia Radeva (Madre di Gemma), Assen Milanov (Il notaio) durata: 108 colore origine: ITALIA/BULGARIA, 1968 - produz.: Dino De Laurentis cinematografica, Studija ZA Igralni Filmi distrib.: Paramount (1969)
Sceneggiatura: Ugo Pirro, Carlo Lizzani
Nazione: ITALIA / BULGARIA
Anno: 1968
Chiavi tematiche: Carlo Lizzani nato a Roma il 3 aprile 1922 e morto a Roma il 5 ottobre 2013 a volte noto anche come Lee W. Beaver

MOS in Note Schedario, n. 3, 1969

 

A preferenza di altri film sulla Sicilia, questo di Lizzani ha più di un merito. Un uso funzionale del dialetto siciliano che ambienta e caratterizza la vicenda e, in contrasto col dialetto piemontese, fa risaltare l’opposizione, e incomprensione, psicologica – attraverso quella linguistica – tra “dominati” e “dominatori”.

L’opposizione è anche evidenziata dal contrasto tra il bianco e la pulizia delle divise piemontesi e lo scuro degli abiti siciliani e dal fatto che i piemontesi sono quasi sempre a cavallo come in alto sul livello del volgo: “superiorità” altezzosa marcata spesso dall’angolazione e dalla figurazione.

Funzionale e, in complesso, sobria la musica “siciliana” che concorre a dare una sfumatura dolente alla Sicilia della seconda metà del secolo scorso che il regista vuol mostrarci squassata dall’incomprensione tra gli abitanti chiusi in un loro mondo rozzo, sensuale, violento, oppresso ma al limite della ribellione e i piemontesi (i “liberatori”) ciechi, oppressori e alleati dei più forti.

Infatti la vicenda di Gramigna di questo ex garibaldino che si fa bandito per reagire a un sopruso perpetrato contro suo padre dal locale barone che ha dalla sua la legge e i rappresentanti della legge è inserita in un contesto sociale in fermento. Ma, se la fusione ideologica tra i due motivi tematici individuale e sociale è piuttosto chiara, la fusione narrativa risulta stentata. Gramigna più d’una volta aveva esortato i suoi compaesani ad acquistare una coscienza sociale e a ribellarsi contro i soprusi; però la loro ribellione non è provocata dalle sue parole, anche se avviene per un motivo simile al suo: la sopraffazione da parte del più forte (l’identità dei motivi è espressa emblematicamente dal fucile che una mano ignota lancia a Gramigna quando questi inizia la vendetta: lancio accompagnato da una frase d’incitamento a “vendicar tutti”).

E l’uccisione di Gramigna avviene in concomitanza solo esteriore con la rivolta dei contadini. Accanto al cadavere del barone, i carabinieri lo colpiscono con innumerevoli superflue fucilate: l’ironia sferzante, ma facile, di questo “superfluo” viene accentuata, con maggiore facilità, dalle parole del comandante.

La perplessità di fronte alla tematica del film cresce quando si tenta di approfondire il significato.

Perché muore Gramigna: perché è un violento o perché in uno Stato che non capisce i suoi cittadini il debole deve sempre pagare? Sia Gramigna sia i suoi compaesani si limitano a distruggere e finiscono a loro volta distrutti: la censura morale del regista è contro i siciliani diciamo, il proletariato o contro lo stato italiano? Si direbbe che è contro tutti e due: il proletariato non ha coscienza sociale e lo Stato non è sollecitato verso i cittadini.

Però, visto che la vicenda è ambientata al 1865, quindi poco dopo l’impresa dei Mille, sì che i piemontesi non avevano avuto il tempo di rendersi conto della situazione, mentre certi aspetti crudeli della vendetta di Gramigna e certi atteggiamenti sensuali, remissivi e selvaggi dei suoi compaesani sono mostrati come ancestrali, la censura di Lizzani è diretta soprattutto ai siciliani o, se si vuole, ai borbonici e, giù giù, a tutti gli altri precedenti dominatori della Sicilia.

Evidentemente il regista non voleva arrivare a questa conclusione, ma s’è fatto tradire dal desiderio di dire troppe cose. (MOS)

 


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