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Z - L'ORGIA DEL POTERE



Regia: Costantin Costa-Gavras
Lettura del film di: Nazareno Taddei sj
Titolo del film: Z - L'ORGIA DEL POTERE
Titolo originale: Z
Cast: regia: Costa-Gavras – sogg.: dal romanzo «Z» di Vassili Vassilikos – scenegg.: Jorge Semprun, Costa-Gavras – dialoghi: Jorge Semprun – fotogr.: Raoul Coutard – mont.: Françoise Bonnot – mus.: Mikis Theodorakis – interpr.: Yves Montand (il deputato), Irene Papas (Hélena), Jean Louis Trintignant (il giudice istruttore), Jacques Perrin (il giornalista), François Perrier (il procuratore), Pierre Dux (il generale), Julien Guionar (il colonnello), Charles Denner (Manuel), Bernard Fresson (Matt), Jean Bovise (Pirou), Renato Salvatori (Yago), Marcel Bozzufi (Gaya), Georges Géret (Nick), Clotilde Joano (Shoula), Maurice Baquet, Jean Dasté (Colas), Jean-Pierre Miquel (Pierre), Guy Mairesse (Dumas), Gerard Darrieu (Baronne), Magali Noël (la sorella di Nick) – durata: 126’ – produz.: Reggane Film (Parigi), Ufficio Nazionale der il Commercio e l’Industria Cinematografica (Algeri) – origine: FRANCIA, 1968 – distrib.: Panta Cinematografica, Roma.
Sceneggiatura: Jorge Semprun, Costa-Gavras
Nazione: FRANCIA
Anno: 1968

da dispensa «Corso EDAV 2», estate 1969, vol. 2°

 

Il film dice chiaramente con la sua didascalia d'inizio che i riferimenti a fatti e persone non è casuale, bensì volontaria. E infatti si riferisce al caso Lambrakis, successo in Grecia qualche tempo prima del colpo di stato dei colonnelli.

Non è tuttavia un film di ricostruzione storica in senso stretto (com'è p.e. LA BATTAGLIA D'ALGERI di G. Pontecorvo) bensì un film drammatico che si costruisce "drammaticamente" su un fatto storico, con la sottolineatura di episodi e di aspetti, che pertanto diventano automaticamente universalizzanti, almeno nelle intenzioni degli autori.

Il Racconto, pertanto, assume direttamente la sua forza d'espressione, già nell'imposto generale. A differenza dei film di ricostruzione storica in cui la significazione è affidata alla Vicenda (=cosa rappresentata) direttamente – benché, ovviamente, sia il modo di rappresentarla (Racconto) quella che dà la significazione vera e propria –, in film di questo genere è il Racconto a portare direttamente la significazione. In altri termini, nei film di ricostruzione storica il Racconto esprime portando in certo modo la significazione della cosa rappresentata (qualora la rispetti e la riferisca in modo da renderne l'effettiva significazione); in film invece ispirati a un fatto storico, ma costruiti drammaticamente, il Racconto porta una sua significazione autonoma che può, ma anche può non dare la significazione che quegli avvenimenti avevano in loro stessi.

Il Racconto del film è diviso in due parti più un finalino. E vedremo come da questa struttura nasca la significazione tematica del film.

La Prima Parte va dall'inizio del film (preparativi della polizia contro il movimento del deputato) fino all'inizio dell'istruttoria operata dal giovane magistrato.

La Seconda Parte comprende l'istruttoria fino alla vittoria della giustizia annunciata alla moglie Elena.

Il Finalino comprende le notizie post-factum date dal fotografo, fino alla fine del film.

La Prima Parte si divide in due sezioni. La prima sezione racconta i fatti nel loro inquadramento politico: il movimento libertario visto "democraticamente" dalle forze di destra cui la polizia è completamente asservita. Quella "democrazia" farà sì che il presidente del movimento venga assalito, altri bastonati ecc.; e si tenti di far passare tutto per "incidente". Col legame narrativo del deputato all'ospedale, si passa alla seconda sezione, incentrata praticamente sull'arrivo della moglie, che permette – sempre narrativamente – di narrare la morte del deputato, il reperto dell'autopsia e il passaggio alla seconda parte, tramite il fotografo da una parte e soprattutto il giudice istruttore dall'altra.

La Seconda Parte comprende l'istruttoria con le sue vicende. La collusione della parte politica con le forze di polizia si fa sempre più evidente. Il giovane magistrato viene sempre più fortemente pressato perché si accontenti di limitarsi alla interpretazione del caso, data dalla polizia. Egli non cede e finirà per incriminare gli alti ufficiali della polizia come mandanti e autori dell'assassinio. Tutto questo viene narrato grosso modo in tre sezioni, punteggiate dalle pressioni che il giovane magistrato riceve e alle quali resiste.

Il Corpo centrale del film, dunque, si risolve con la vittoria della verità e delle giustizia.

Ed ecco il finalino: questo risultato è frustrato. Come dice il fotografo (che aveva così attivamente collaborato all'istruttoria con i suoi documenti fotografici), al processo non poterono partecipare molti degli artefici: o periti di morte "naturale" o violenta incidentale oppure arrestati. Il processo si risolve in un nulla di fatto. E lo stesso fotografo che ci sta raccontando, finirà in galera.

La significazione tematica del film è chiara: il corpo centrale dice (prima idea parziale) che l'onestà coraggiosa del magistrato soprattutto e la collaborazione di altri è riuscita a sconfiggere un potente gruppo di potere, ingiusto e oppressore; il finalino invece dice di no a quanto è stato affermato dal corpo centrale. La significazione globale dunque è che il potere, per quanto apparentemente sconfitto, vince di fatto.

La struttura del film, il modo di dare gli episodi (presentati cioè come emblematici di tutte le situazioni analoghe) danno carattere di universalità al Racconto. E poiché questo potere (quello del film) riesce a vincere, benché sconfitto, ciò significa che è il potere ad avere in sé la forza di vincere sempre sulla verità e sulla giustizia.

Il tema centrale del film, pertanto, si potrebbe così formulare: il potere vince sempre ed è triste che sia così.

Passando ora alla VALUTAZIONE sia cinematografica, sia tematica, constatiamo che la struttura del film è impostata "spettacolarmente". Vale a dire, è fatta per dare emozioni allo spettatore e convincerlo attraverso queste.

Lo ricaviamo da vari elementi:

la struttura delle immagini in connessione agli alti livelli della piramide: ognuna delle sezioni annunciate più sopra è di fatto qualcosa di "emotivo" o "spettacolare": la prima sezione della prima parte è fatta in modo da dividere chiaramente il mondo nelle due parti dei buoni e dei cattivi, degli oppressori e degli ingiustamente oppressi. Non si danno ragioni profonde: il deputato e il movimento liberatorio vogliono una generica libertà da basi missilistiche americane, il che ha un preciso significato solo in una precisa mentalità antiamericana. E infatti, il regista non basa su tale mentalità l'efficacia della sua emozione, bensì sul fatto di oppressi e oppressori, giusti e ingiusti. Il pubblico non s'accorge, né può accorgersi, di questo sottile passaggio (c'è ovviamente chi strumentalizza il film, proprio basandosi su ciò, ma col procedimento inverso: il deputato è vittima d'ingiustizia; perché? perché è contro gli americani; quindi è giusto essere contro gli americani che vogliono basi missilistiche). Tutta questa prima sezione è fortemente spettacolare, anche in senso di immagini: suspence, figura eroica del deputato, angoscie e tensioni degli altri, trama ripugnante della polizia ecc. – Quando la tensione spettacolare è caduta con la caduta del deputato, ecco che interviene la seconda sezione, con un altro tipo di emozione che rinforza il contenuto della prima, ma con altri mezzi: la moglie. La commozione affettiva.

La figura bellissima della moglie, che scioglie il dubbio che ad arte il regista aveva posto in qualche piccolo dettaglio (il flash back al negozio di parrucche, le domande dei giornalisti alla moglie), circa qualcosa che ci potesse essere tra i due, la sua forza d'animo ecc. accentuano la gravità di quell'uccisione e quindi la simpatia per gli oppressi contro gli oppressori. – La seconda parte è un progressivo aumento di tensione spettacolare, provocata da quegli inghippi che si presentano al giudice istruttore. Già alla fine della prima parte, il pubblico, avvertito da un'inchiesta avviata in certo modo (cioè non favorevole alla polizia), si chiede se giustizia potrà essere fatta, se cioè… riusciranno i nostri amici ecc. ecc.? È chiaro che a ogni pressione sul giovane magistrato, la tensione problematica dello spettatore aumenta. Ed è evidente la sua soddisfazione intima nel vedere che questi non molla. La vittoria finale porta la tensione soddisfattoria al massimo. – Ed ecco il finale che distrugge tutto, che dice "no" a questa vittoria. Ecco in altre parole che il pubblico viene sollecitato a urlare contro quel no, dentro il suo interno; e applaude il film che ha avuto la forza di far dire "no" a quel "no".

Se il potere vince sempre, emotivamente il pubblico è portato a mettersi contro questo fatto, a mettersi contro il potere che vince sempre, a considerare ingiusto che il potere vinca sempre.

Poiché il potere che vince sempre è qualcosa che vince mediante la conculcazione della verità, della giustizia e della libertà (il che risulta dal film anche al di là dei fatti emotivi, con la presentazione delle situazioni narrate), la conclusione emotiva provocata nello spettatore corrisponde di fatto a quanto gli avvenimenti insegnano. E fin qui non c'è comunicazione clandestina, bensì solo comunicazione razionale suffragata e forse determinata dalle emozioni.

La comunicazione clandestina invece interviene nel punto di aggancio: l'universalizzazione. Quei fatti dicono ingiustizia non perché potere, bensì perché potere esercitato in quel modo. La comunicazione aperta è giusta, poiché è ingiusto il potere esercitato a quel modo. Che ciò venga detto razionalmente o emotivamente, il risultato non cambia. Cambia invece quando l'emozione fa sì che si attribuisca al potere universalizzato e non al potere esercitato in quel modo il carattere d'ingiustizia. La comunicazione clandestina, dunque, dà l'idea che ogni potere è ingiusto e che quindi – gioco di quel "no" psicologico al "no" filmico – bisogna reagire al potere come tale.

Si noti che potrebbe anche essere vero che il potere offenda sempre la giustizia, quasi per sua natura congenita, ma il film non contiene nessun argomento obiettivo che convalidi o dimostri questa verità. Esso dunque dà un'idea (clandestina) che non potrà essere accettata fino a quando non sia eventualmente dimostrata vera; il che il film non fa.

Questa idea clandestina è comunicata al pubblico che non legge e si abbandona alle emozioni.

A chi invece legga il film, esso fa un discorso più interessante: il potere vince sempre; è triste che sia così; ma perché è così? non avete visto che, nella prima parte, il potere era stato sconfitto? da chi e da che cosa? da una forza d'animo, da un saper pagare di persona (il giudice), da una collaborazione nella verità, da una solidarietà nella giustizia ecc. Il che significa che il potere vince sempre, quando noi lo si lascia vincere; quando noi badiamo ai nostri interessi (alcuni testimoni); quando siamo dei passivi. Nel caso del film, è vero, il potere ha vinto; il leader è caduto, ma non è caduta l'idea, anzi si è rafforzata; un giorno o l'altro ci sarà qualche altro che farà vincere verità e giustizia e libertà.

Il film dunque può avere esiti diversi sul pubblico, a seconda che il pubblico sappia leggere: se ci si ferma al primo livello (quello coartatamente politico) può essere strumentalizzato in funzione di fazione antiamericana. Ma sarebbe ben triste che lo si lasciasse agire a questo livello (v. anche quanto si dirà più avanti a proposito delle aspirazioni del pubblico); se ci si ferma al livello delle emozioni senza lettura, esso può sollecitare la moda della contestazione indiscriminata; se invece lo si legge – ivi compresa l'ipotesi emotiva a tale livello – il film può essere sollecitante una presa di coscienza autentica e importante in questo nostro mondo di rinunciatari a tutto ciò che costa, anche se vale.

Il film al suo apparire ha avuto un enorme successo. Sarà compito della discussione studiare le cause del fenomeno, per poterne trarre deduzioni utili.

 
DISCUSSIONE

Iniziando le risposte all'interrogativo

A.M.PAPI ritiene che il film abbia avuto successo soprattutto per la sua impostazione che ha colto la tendenza del momento.

P.MESINI sj rileva anche l'elemento divistico.

D. ZUCCARO in riferimento all'attuale politica internazionale afferma che questo film costituisce un messaggio di libertà in un momento critico.

D. BICEGO sdb riferendo la distinzione di P. Taddei tra "potere e forza", dice che la ricerca di "potere" è il risultato della incapacità individuale a proporre una propria personalità per cui il film costituendo una scarica psicologica al riguardo, gli dà la soddisfazione e l'illusione di essere forte.

Per D. CACCUCCI (ora Vescovo di Bari) il successo del film è dovuto al partcolare momento politico in cui si trova la Grecia che è visto da noi in un certo modo.

D. ZUCCARO aggiunge che il successo va visto in chiave non solo politica ma addirittura partitica.

A.M.PAPI precisa che il grosso pubblico raccoglie la prima sollecitazione generica (quella fornita dalla tendenza politica), ma che, a livello di comunicazione clandestina, avverte, con angoscia l'idea che "il lupo mangia l'agnello"; il potere finisce sempre per prevalere.

MELANI non si trova d'accordo personalmente con questa conclusione, anche se p.e. nei film sulla "mafia" egli ha notato nei giovani la stessa reazione pessimistica. In effetti, però, i registi di questi film hanno reagito al potere ironizzandolo.

D. CARNEVALI vede un altro motivo di successo nel fatto che la gente non conosce bene ciò che avviene ai vertici della società e della politica e ritiene che vi sia solo corruzione ed imbroglio.

Il film viene a confermare questa concezione; tanto più che esso lo fa afruttando l'emotività. Pertanto il film dovrebbe ritenersi negativo perché la gente, uscendo dal cinema, crede di sapere come va il mondo mentre il film glie ne ha dato un'immagine che non è completamente vera.

D. ZUCCARO pensa di aggiungereche dopo l'esperienza della guerra nella gente sia viva l'idea delle conseguenze dei regimi dittatoriali.

D. PARRACINO vede nel film la forza d'urto della contestazione; il pubblico si immedesima nelle scene di violenza.

D. COLOMBO rileva come questo film sia più effetto che causa di una sensibilità diffusa che trova qui la sua concretizzazione, p.e. del senso di giustizia. Ma egli non esclude il pessimismo di un potere che "purtroppo" prevale sempre.

D. CACUCCI chiede al P. Taddei una precisazione circa il valore universale del film e ottiene risposta.

Secondo PACINI il grosso pubblico non riesce ad universalizzare.

Il successo del film è dovuto alla moda della contestazione di cui esso realizza le ispirazioni.

P. TADDEI d'accordo con la seconda parte del discorso, obbietta alla prima dicendo che noi abbiamo la tendenza istintiva a universalizzare. Chiede poi se Pacini ha riscontrato qualche reazione al film nel proprio ambiente. Questi risponde che quelli da lui sentiti vi hanno visto il dramma dei Greci di oggi.

D. BICEGO sostiene che questo film si presta alle discussioni tra giovani dalle quali si rileva la loro sfiducia verso il potere così come si è costituito storicamente senza distinguere gli aspetti positivi. Il film cioè spinge alla rivoluzione e al "no" indiscriminato all"autorità.

D. PARRACINO precisa che si tratta di una reazione non verso l'autorità ma verso quella ingiustizia che essa perpetua.

D. BICEGO sottolinea però che neppure gli aspetti positivi del potere vengono colti dallo spettatore comune.

A.M.PAPI nota che il film è seguito soprattutto dai non giovani proprio perché capaci di coglierne gli elementi universalizzanti.

ZUCCARELLO non condivide questo parere ed afferma che nelle sale di Roma erano proprio i giovani ad applaudire. Il successo del film pertanto è d'attribuirsi al fatto che il film rispecchi la ideologia della contestazione, peraltro non ancora mitizzata nel cinema e viene colto nel suo aspetto universalizzante.

A.M.PAPI crede di dover notare che la gente va a vedere il film sollecitata praticamente da una propaganda ispirata a sinistra.

 

Poiché alcuni ricordano gli applausi spontanei del pubblico in varie città.

P. MESINI afferma che se ciò è vero, lo spettatore medio ha saputo leggere il film.

Sr. OSSI fma osserva che i giovani sono capaci di distinguere tra autorità ed etichetta dell'autorità, ponendo il rapporto con la giustizia e la libertà.

D. CARNEVALI aggiunge che, proprio perché l'autorità si è sempre espressa in termini negativi, i giovani la rifiutano in blocco e il film induce a questa reazione violenta.

TOMASSETTI è d'accordo sul messaggio di violenza del film, dice però che i giovani non lo raccolgono. Personalmente egli ammira il film come perfetta interpretazione della vecchia propaganda comunista; ma di fatto oggi i giovani non accettano più questo tipo di persuasione (esiste una frattura, oggi, tra la politica comunista e la base).

D. CARNEVALI si ritiene d'accordo, mentre il

PACINI sostiene che i giovani non si rendono conto che la loro realtà non è quella proposta dal film e afferma che essi ritrovano nel film stesso ciò che ci vogliono trovare.

ZUCCARELLO sostiene che i giovani vengono toccati dal film poiché esso propone loro il nucleo ideologico della contestazione. Egli è rimasto colpito per un senso innato di giustizia proprio dei giovani, dal finale, che mette in risalto l'inutilità di ogni condotta umana; e quindi il film lo spinge ad una totale reazione violenta al di fuori di ogni messaggio politico.

D. CACCUCCI dice che in effetti non c'è messaggio politico e che il film esalta un canone del positivismo giuridico. Infatti anche durante la dittatura l'ordinamento giuridico viene posto a salvaguardia di certi valori; però finisce per essere soggiogato dal potere.

 

Richiesta di dire cos'ha provato nel vedere il film,

DE NICOLO' LUCIANA risponde d'aver trovato una rispondenza tra il film e il desiderio dei giovani di cambiare attraverso la rivoluzione. Dice poi d'essere stata personalmente attratta nel film dal personaggio della moglie, quantunque non gli riconosca un ruolo determinante; ma che ciò che più l'ha colpita è stato il senso dell'ingiustizia ivi rappresentata.

GUADAGNA sostiene che il film ha successo per un suo difetto: la drastica divisione tra i buoni e i cattivi, con la quale esso dice subito al pubblico per chi deve parteggiare. Lo spettatore ha degli ideali ed è felice che qualcuno li porti avanti al suo posto. Personalmente egli si sentiva a disagio durante il film per le situazioni di ingiustizia; però al lato pratico si domandava se vale la pena di fare qualcosa per portare avanti certi ideali.

TOMASSETTI, da questo intervento, sostiene che è proprio a causa de la frattura tra il messaggio e la situazione dei giovani che il personaggio positivo risultava incredibile. Il vero dramma dei giovani non nasce - secondo lui - dalla impossibilità di cambiar le cose, ma dalla constatazione della apatia a cambiarle.

Per D. COLOMBO il film non vuol proporre i mezzi con cui superare questa situazione e quindi non incita alla violenza, ma concretizza le aspirazioni dei giovani.

TOMASSETTI nega che il film ci riesca; anzi pensa che, se gli educatori fossero indotti a prendere per vere queste aspirazioni, non individuerebbero la realtà giovanile.

D. PARRACINO nota che negli interventi i giovani hanno risposto con la loro vera personalità e si ritiene d'accordo sul fatto che spesso i problemi ritenuti giovanili interessino invece soprattutto gli adulti. Egli però nota che certe posizioni giovanili anche contradditorie sono frutto della loro età. E in effetti ciò che si ritiene ideologia giovanile è invece quella dei leaders che essi seguono. Egli non crede però che la propaganda comunista di oggi sia quella che ispira il film.

D. ZUCCARO crede che la posizione del Tomassetti rispecchi quella vere dei giovani e ne traccia le caratteristiche.

Egli crede che il film abbia rivolto un discorso ad ogni categoria di gruppo.

TOMASSETTI rileva come il film sia fuori dalle vere problematiche giovanili quantunque l'educatore sia indotto a scoprirvele. Egli nota anche che spesso certe scoperte ritenute importanti per l'educatore risultano scontate per i giovani.

PARRACINO ritiene però che le esperienze di giovani di altri paesi non devono farci credere ad una situazione analoga in Italia.

D. ZUCCARO pensa invece che, a breve scadenza, si ripropongono situazioni identiche in tutti i paesi.

Rispetto al suo primo intervento D. CARNEVALI modifica le sue opinioni: la violenza non è l'ultimo messaggio di questo film, il quale invece ripropone il soccombere del giusto da parte di un regista che conosce a fondo la psicologia delle masse e sfrutta unicamente delle emozioni.

D. PARRACINO rileva che proprio per questa ragione il film ha elementi universalizzanti. Il regista sfrutta bene la tecnica di agganciare un'idea a delle emozioni.

Circa l'influenza del film sulla psicologia femminile, Sr. M. OSSI nota che le ragazze che le confessano i motivi della contestazione universitaria, davano alla loro azione una vernice con cui coprono la volontà di modificare le strutture. Esse si sarebbero offese all'accusa di essere strumentalizzate. Sr. Ossi conclude dicendo che, da una inchiesta condotta a Vittorio Veneto, i giovani posseggono una carica di disponibilità che non sanno orientare perché la società non li convince più. Ella ritiene che colui che saprà dare un ideale ai giovani ne conquisterà tutta la ricchezza.

CONCLUSIONE (Nazareno Taddei)

Nonostante le apparenti diversità degli interventi, mi pare di scoprire una profonda e sostanziale convergenza. Le parole sono diverse; diverse anche sono le esigenze manifestate dai giovani e dagli adulti. Ma al fondo tutti vogliono la stessa cosa.

Ci siamo chiesti perché questo film ha avuto così immediato e notevolissimo successo.

A ben osservare, tutti hanno dato la stessa ragione: il film risponde alle aspirazioni che ci sono nella gente di oggi.

Queste aspirazioni sono però diverse se si considerano nei giovani o negli adulti.

Negli adulti c'è l'insoddisfazione dei poteri che ci governano, c'è una contestazione continua d'una verità e giustizia e libertà conculcate. Il film permette di operare una sorta di tranfert; anche se il film finisce con un "no", esso è tale da far gridare il no di quel no. L'adulto avvilito e frustrato si sente così soddisfatto: almeno in quelle due ore di film, ha vinto il potere oppressore; e il fatto di uscire dal cinema con l'idea di quel "no" al no conclusivo del film è per lui qualcosa che lo fa sentire libero e forte e a posto. Il film dunque risponde alle aspirazioni degli adulti.

Il film risponde anche alle aspirazioni dei giovani. Queste aspirazioni oggi sono aspirazioni di contestazione. Essi rispondono diversamente a questa aspirazione: ci sono quelli che pensano alla rivoluzione e quelli che pensano alla droga per estraniarsi e con la speranza di non svegliarsi più. Comunque l'aspirazione è quella di contestare.

Il film dunque risponde a tutte le aspirazioni, pur lasciando indistinte le risposte. Ciascuno può scegliersi la sua soluzione, dalla rivoluzione all'apatia. Una cosa è certa - e questo è il fondo - che tutti sono insoddisfatti e che il film dà loro ragione di sentirsi tali.

Si può dire, dunque, che il film (cioè il successo del film, almeno da noi in Italia) è effetto di una particolare situazione psicosociologica.

Può essere anche causa?

Almeno al livello di persone che si fermano a ragionarci sopra, il film può essere causa della trattazione e dell'approfondimento di certi problemi contemporanei.

Il punto è quello già visto: perché questa insoddisfazione, perché questo profondo bisogno di contestazione a tutti i livelli, in tutti gli ambienti, anche in quelli religiosi, anche in coloro che obbediscono e credono nell'obbedienza?

Perché - ed è il discorso del film - tutto è impostato sul potere, al di là della giustizia, della verità e della libertà. Anche nell'ambito religioso, molte volte tutto si riduce a potere.

Il potere non è la forza e la forza non è il potere.

C'è alla radice il vizio d'origine, il peccato originale: lo egoismo. Io al posto tuo.

Verità e giustizia sarebbero: io al posto mio, tu al posto tuo. Ciascuno al suo vero posto. Ma l'egoismo ci sollecita diversamente. Ed è chiaro che con un mondo in cui ciascuno dice: io al posto tuo, a qualunque costo, non ci può essere che insoddisfazione.

Insoddisfazione in chi si vede conculcato e oppresso; insoddisfazione anche in chi opprime, poiché non potrà essere soddisfatto fino a quando non si sia messo al posto di tutti. Così la radice è avvelenata: tutti i frutti sono e saranno avvelenati.

Il film che ci fa gridare un "no" del suo finale, ci sollecita di fatto a qualcosa. Non si può ritenersi soddisfatti, solo perché abbiamo scaricato nell'emozione dell'immagine tutto il nostro bisogno di contestazione.

C'è una soluzione?

Teoricamente c'è: io al posto mio; tu al posto tuo.

Ma praticamente? Sulla terra non c'è posto per il giusto. E infatti il Cristo è morto - e non poteva non morire - dal momento che era il Giusto e, peggio ancora, era venuto a predicare la Giustizia. Scegliere la giustizia significa di fatto scegliere la morte. E allora? E non ci si nasconda in illusioni. Il concetto del potere come servizio è ben lontano oggi in tutti i campi di potere.

Cristo l'ha predicato; ma non tutti i suoi seguaci l'hanno raccolto. E allora?

La soluzione escatologica. Certo. Ma solo quella?

Penso sia un problema di scelte personali. Scegliere o non scegliere la via della giustizia vera: io al posto mio. Cioè scegliere la vita o la morte (civile). Se si ha tanta fede da scegliere la giustizia, saremo dalla parte di chi è morto, ma vive ancora.

***

da Note Schedario, 6, 28 giugno1969, pp.12-13

«Z» significa – avverte una voce fuori campo – «ancora vivo».

E forse è il vero messaggio di questo intelligente film senza messaggio. (…Ispirato alla vicenda di un deputato greco trucidato quando si preparava il regime dei colonelli, mostra il conflitto della Giustizia con la giustizia: un giovane magistrato riesce ad incriminare di assassinio premeditato quattro alti ufficiali della polizia sfidando le minacce disdegnando gli allettamenti. Ma al momento del processo, egli sarà morto «d’infarto» e sette dei testimoni principali variamente incidentati a morte. E il giovane giornalista che aveva aiutato il magistrato e che figura fare il reportage in TV della vicenda, si prende anch’egli tre anni di carcere per banali motivi). Il potere dunque vince sempre, presto o tardi; non c’è barba di uomo retto che possa spuntarla fino in fondo.

Ma questo che è l’apparente significato del film ne nasconde uno più sostanzioso: quel potere vince non per forza, ma per debolezza. Per debolezza di chi s’accuccia e cede. In questo senso, il film, assume un forte valore positivo e anche educativo.

Ma la sua efficacia è ristretta, se esso resta un fatto sporadico. Voglio dire che molti di questi film potrebbero contribuire a creare una coscienza di responsabilità umana e civile; ma da solo esso non potrà che essere una buona e valida, ma passeggera, sferzata di indignazione per il sistema di ingiustizia che impera nel mondo. La ragione è data dal fatto che il film comunica la sua tematica per emozioni, sollecitando le reazioni psicologiche di chi avverte il disagio di quella realtà. La giustezza ideologica di quelle reazioni è dunque un fatto emotivo – quasi di coincidenza – e non razionale: l’idea di radice non penetra nell’uomo con la sua forza intellettiva; scomparsa la reazione psicologica non resta, se non forse come un barlume, la luce violenta e aggressiva dell’idea. Ed è un peccato; ma sul piano pratico non c’è che da augurarsi che di film come questi ne vengano molti sui nostri schermi a dare consistenza alla comune ansia di pulizia e di giustizia nella vita sociale». NAT

 


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