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AU HASARD BALTHZAR



Regia: Robert Bresson
Lettura del film di: Franco Sestini, Andrea Cocchi
Titolo del film: AU HASARD BALTHZAR
Titolo originale: AU HASARD BALTHZAR
Cast: regia, sogg., scenegg.: Robert Bresson - scenogr.: Pierre Charbonnier - fotogr.: Ghislain Cloquet - mont.: Raymond Lamy - mus.: Jean Wiener (sonata n. 20 di Schubert) - interpr. princ.: Anne Wiazemsky (Marie), Francois Lafarge (Gerard), Philippe Asselin (Padre di Maria), Nathalie Joyaut (Madre di Maria), Walter Green (Jacques), Jean-Claude Guilbert (Arnold), Pierre Klossowski (Mercante), Francois Sullert (Panettiere), Marie Claire Fremont (Moglie del panettiere), Jean Rmignard (Notaio) - durata: 95' - produz.: Parc Film, Argos Film, Athos Film, Svensk Filmindustri, Svenska Filminstitutet - origine: FRANCIA/SVEZIA, 1966 - distrib.: Regionale
Sceneggiatura: Robert Bresson
Nazione: FRANCIA / SVEZIA
Anno: 1966

da: "Note Schedario n. 36 - 10 luglio 1972"

 

Dopo essere rimasto per circa sei anni completamente dimenticato dalle nostre case di noleggio, appare finalmente in Italia – per iniziativa e merito dell'AIACE – questo bellissimo film di Bresson, la cui purezza stilistica, assolutamente "antispettacolare", conferisce all'opera una espressività rigorosa e tematicamente assai precisa.

La vicenda si snoda in un piccolo villaggio della provincia francese (quella stessa provincia che ha fatto da ambito narrativo a quasi tutti i film di Bresson) e prende l'avvio dal battesimo che alcuni fanciulli impongono all'asino "Balthazar", il quale poi diventa oggetto dei loro giochi. Prima di tale sequenza, una voce fuori campo cita il discorso di Gesù a Nicodemo, riportato dal Vangelo di Giovanni: "Lo spirito aleggia dove vuole".

Vediamo poi il giovane asino che viene costretto a portare pesi sempre più rilevanti, fino a che – in un impeto di giovanile esuberanza – ribalta un carretto e fugge, rifugiandosi in casa di Maria, una delle bambine che lo avevano battezzato e che ora è diventata una signorina. Là Balthazar è testimone del primo fallimento: la famiglia di Maria si sfalda a causa dell'assurdo orgoglio del padre e la stessa giovane viene sedotta da un garzone di fornaio, Gerard, un tipo violento e brutale. L'asino intanto è passato in proprietà al fornaio e viene usato (e maltrattato) da Gerard per portare il pane; sul punto di morire, viene preso da un vagabondo ubriacone, Arnold, e utilizzato per condurre sui monti i turisti di passaggio. Anche il nuovo padrone sfoga la sua violenza contro l’asino che deve subire continui maltrattamenti fino a che fugge di nuovo e si rifugia in un circo dove diventa una delle stelle dello spettacolo. L'occasionale presenza del vecchio padrone lo fa tornare di nuovo con lui ed egli così può assistere all'improvviso arricchimento del vagabondo, che, dopo aver ereditato una cospicua somma, si ubriaca talmente da morirne.

Il nuovo padrone dell'asino è un vecchio avaro che lo impiega implacabilmente per estrarre l'acqua e gli nega anche il mangiare. Da questa nuova posizione Balthazar assiste a nuove brutture: la giovane Maria si rifugia in casa del vecchio e viene da questi sedotta; quasi come corrispettivo "in natura", il vecchio avaro regala l'asino ai genitori di Maria. Ritornato "alle origini", Balthazar è testimone della fine completa anche di questa famiglia: Maria parte per non tornare più (morta o fuggita?), il padre di lei muore senza essere riuscito minimamente a trovare una ragione autentica nella sua esistenza, improntata unicamente ad un orgoglioso perbenismo. Dopo essere stato simbolicamente "santificato" dalla madre di Maria – unica superstite, distrutta da tanti dolori – Balthazar viene impiegato da Gerard e da altri giovanastri per contrabbandare della merce oltre la frontiera; il gruppo scoperto dalle guardie, viene fatto segno ad una nutrita fucileria ed una pallottola colpisce il vecchio asino che muore in un contesto dolcissimo: un gruppo di pecorelle gli si fa incontro e lo circonda amorevolmente assistendo poi alla sua lenta e serena agonia.

Il film, come dicevamo all'inizio, è stato realizzato con una cura particolare e raggiunge – in diversi momenti – vertici poetici altissimi, vuoi per la limpidezza cristallina delle immagini e vuoi per la notevole espressività che il regista riesce ad ottenere dalle immagini stesse.

Veniamo ora alla tematica espressa dall'autore: tutta la narrazione filmica è tesa a mostrare le miserie e le brutture insite nell'esistenza terrena; il villaggio dove è ambientato il film – autentico microcosmo – diventa il luogo ideale nel quale il regista fa muovere tutto il suo campionario di derelitti umani. Possiamo dire che Bresson ha inteso mostrare tutti i difetti che affliggono l'uomo: dalla cattiveria all'avarizia, dalla violenza alla stupidità, dalla lussuria all'orgoglio smisurato.

Ma il film di Bresson presenta anche qualcos'altro: in ogni istante della narrazione si avverte in maniera quasi palpabile l'estrema incoerenza che esiste tra il comportamento degli uomini e le situazioni oggettive che essi sono chiamati ad affrontare; c'è come una duplice dimensione nella quale si muove da una parte l'uomo con tutti i suoi "limiti" e dall'altra la "vita" che sembra già predisposta da una entità superiore e che proprio in virtù di tale "superiorità" non riesce ad essere compenetrata dall'uomo.

A questo punto arriviamo a Balthazar, colui cioè che lega in un certo senso le varie vicende ma che – proprio in virtù della struttura estremamente precisa dell'opera – non possiamo considerare soltanto a livello narrativo. Ed allora cosa sta a rappresentare questa figura emblematica, questo "testimone" che assiste impassibile ed impotente – seppur toccato – alle varie vicissitudini dei suoi padroni?

Per cercare di giungere il più vicino possibile alla idea che ha animato la mente di Bresson, non dobbiamo dimenticarci che sia l'inizio sia la fine del film è "in funzione" di Balthazar. All'inizio abbiamo la famosa frase "lo spirito aleggia dove vuole" e la sequenza del battesimo dell'asino.

Sembra quindi che il regista voglia mostare un personaggio che – in virtù dello "spirito che ha aleggiato sopra di lui" – possiede dei requisiti morali diversi dagli altri. È forse il cristiano "autentico"? Colui cioè che per virtù superiori – conferitegli indipendentemente dalla sua volontà – riesce a vivere una vita autenticamente cristiana nella quale la sopportazione e la rassegnazione sono prese a modello onde raggiungere "la santità"? colui, infine, che – giunto al termine di una così giusta e santa esistenza – riceve il premio della morte che prepara "la vita eterna" (la scena della morte, infatti, è espressivamente tesa a mostrare la serenità che ammanta il decesso di Balthazar, come a dire che tale evento rappresenta veramente un premio per colui che ha avuto la "ventura" di meritarselo)?

A questo punto sorge spontaneo un collegamento con alcune concezioni manichee e gianseniste: l'uomo si salva soltanto se è "predestinato" ad esserlo, così come Balthazar può essere diverso dagli altri in quanto "toccato dalla grazia". E da ciò scaturisce un altro concetto importante e cioè quello della "individualità": l'asino infatti, pur essendo "toccato dalla grazia", pur incarnando l'ideale di vita cristiana, non può minimamente intaccare la crosta di cattiveria insita nell'umanità. Egli può soltanto assistere – impotente a compiere qualsiasi atto ma "sapiente" di tutto ciò che accade – al progressivo degradare dell'uomo verso gli abissi più neri dell'esistenza. C'è infatti nel film un continuo processo di degenerazione dei vari personaggi, tutti ineluttabilmente tesi a corrompere quelle cose che, di per se stesse, potrebbero anche risultare belle e buone.

In contrapposizione a questa umanità "non umana", Bresson pone Balthazar con il suo pesante fardello pieno di umiltà, di pazienza e di rassegnazione.

Il film presenta degli altissimi valori cinematografici: basti pensare al perfetto taglio delle immagini con le quali viene resa in maniera estremamente espressiva l'ottusità di un contesto umano chiuso nella sua malvagità come in una capsula di piombo dalla quale è impossibile intravedere la pur minima apertura verso dei valori più alti.

Un altro fattore estetico di un certo interesse è rappresentato dalla recitazione antinaturalistica degli attori impegnati nell'opera: è un voler ribadire la netta chiusura di Bresson ad ogni concessione spettacolare ed emozionale e la ricerca di una struttura che porti avanti la sua tematica in maniera lineare e rigorosamente semplice. (SEF/COC)

 


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