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ELEPHANT



Regia: Gus Van Sant
Lettura del film di: Adelio Cola
Edav N: 315 - 2003
Titolo del film: ELEPHANT
Titolo originale: ELEPHANT
Cast: regia, sogg., mont.: Gus Van Sant fotogr.: Harris Savides, ASC suono: Leslie Shatz, C.S.T. interpr.: Alex Frost (Alex), Eric Deulen (Eric), John Robinson (John Mcfarland), Elias Mcconnell (Elias), Jordan Taylor (Jordan), Carrie Finklea (Carrie), Nicole George (Nicole), Brittany Mountain (Brittany), Alicia Miles (Acadia), Kristen Hicks (Michelle), Bennie Dixon (Benny), Nathan Tyson (Nathan), Timothy Bottoms (Mr. Mcfarland), Matt Malloy (Mr Luce), Ellis E. Williams (Insegnante) colore durata: 81 - Girato a Portland, Oregon produtt.: Dany Wolf produz.: Meno Film Company / Blue Relief Inc. / HBO FILMS origine: USA, 2003 distrib.: BIM Distribuzione
Sceneggiatura: Gus Van Sant
Nazione: USA
Anno: 2003
Presentato: 56 FESTIVAL DI CANNES 2003
Premi: Palma dOro per la Miglior Regia al 56 Festival di Cannes 2003

Film diviso in due parti in forte contrasto fino ad apparire difficilmente credibili.

 

Nella seconda, due fratelli, adolescenti maturi, si comportano con efferata violenza contro superiori e amici della scuola media superiore che, in USA, frequentano abbastanza diligentemente.

Nella prima parte, erano tranquilli e pacifici, pur con qualche esigenza non risolta che costituisce problema: «Non ho mai baciato nessuno!», confida uno dei due all’altro mentre sostano insieme sotto la doccia domestica; intanto si baciano reciprocamente.

Che cosa li spinge all’eccesso della seconda parte del film, che li vede operare non con passione e partecipazione emotiva, bensí con distacco e quasi con indifferenza? L’unico scopo dell’impresa è «divertirsi»: «Ci divertiremo, soprattutto ci divertiremo! È un giorno bellissimo!», dichiara uno dei due.

Abitano in una casa borghese, in cui non manca nulla che la potrebbe rendere confortevole; i genitori, che noi non vediamo mai, li lasciano fare quello che vogliono; a scuola dialogano brevemente con i condiscepoli, snobbano impegni duraturi, mugugnano contro il preside che «non dà ascolto agli studenti», (per cui «meriterà di essere ucciso!»), e li castiga senza chiedere spiegazioni e ragioni dell’arrivo in ritardo alla lezione.

Sono (sembrano!) ragazzi «normali».

Il film, ambientato in USA, inizia e termina (mentre scorre la coda con il cast) con la melodia per pianoforte fuori campo del celebre Chiaro di Luna, primo movimento; l’episodio che prelude al massacro mostra uno dei due fratelli mentre cerca di strimpellare al piano Per Elisa. I due inserti musicali sono eseguiti con tecnica faticosa all’inizio e poi con foga e sonorità piene ed esagerate, mentre uno stacco improvviso inquadra un cielo nuvoloso e minaccioso. Anche L’ARANCIA MECCANICA commentava la violenza con Beethoven!

Nella prima parte, il regista insegue, letteralmente, una decina di giovani. Nella seconda, vedremo i due fratelli armati di «fucili automatici e a pompa», da loro ordinati via Internet dopo aver assistito alla TV (è l’unica volta che la vediamo accesa in camera loro), la rievocazione documentaria dell’ascesa al potere di Hitler: «Tutto è frutto della propaganda, che ci permetterà di conquistare il mondo; tutte le altre culture devono scomparire ed essere distrutte!»

Gli studenti camminano in modo normale, la macchina da presa sta loro addosso riprendendoli di spalle e poi di fronte in campo medio nell’attraversamento di lunghi e spesso oscuri corridoi dell’edificio scolastico: l’inquadratura con le scarne battute di ragazzi che si incontrano sono presentate due/tre volte da angolazioni diverse, senza particolari sottolineature, con lo scopo di farci vedere le future vittime dei due fratelli.

La coppia di studenti, rifugiatisi nel frigorifero della cucina scolastica e scoperta da uno dei due delinquenti, è l’ultimo bersaglio di morte.

«Com’è andata?» chiede il fratello al com­plice: «Bene!”» è la risposta; e con freddezza fa l’elenco delle vittime abbattute da lui… che cade a sua volta colpito a morte… . Un minuto prima, in una pausa dell’incredibile impresa s’era lasciato cadere sulla sedia accanto ad un tavolo della vuota sala mensa scolastica bevendo un sorso di bibita da un bicchiere abbandonato, indifferente alla presenza del cadavere che giace ai suoi piedi.

La prima parte ha l’andamento d’un documentario.

Lo spettatore all’inizio presuppone che il regista voglia raccontare la storia di quei giovani studenti americani «normali»; quando però l’insistenza dell’autore del film nell’«inseguirli» diventa ossessionante e quasi noiosa e non si capisce dove voglia arrivare insistendo con quello stile di ripresa, si chiede il significato di quel «documentario scolastico», che termina dopo un’ora di proiezione con l’inquadratura d’un cielo nero che tuona minacciosamente in forte contrasto con il precedente Chiaro di luna!

Tutto si chiarisce — per modo di dire! — alla fine, dopo i tre quarti d’ora di proiezione della seconda parte.

Non ci sono nel film suggerimenti educativi in riferimento ai giovani d’oggi, non tesi sostenute con ragionamenti e prove logiche. L’assenza di toni moralistici, che del resto avrebbero infastidito nel contesto della struttura filmica, indirettamente suggerisce forse vigilanza prudente e intuitiva necessaria, oggi soprattutto, nel trattare con i giovani delle nuove generazioni. Sotto la cenere del conformismo, forse, cova il fuoco di reazione violenta giovanile…anche se non se ne capiscono motivi e finalità. Lo lascia intuire un certo strisciante motivo musicale, che sembra uscire dal sottosuolo e che si aggiunge con significativo contrasto alla musica di Beethoven.

Il film presenta un episodio da non dimenticare: un professore stimola gli studenti in aula a dialogare su una questione sociale: «Da che cosa si possono distinguere oggi i giovani gay che passano per la strada, da quale modo di camminare?» Le risposte sono varie: si conclude con la convinzione che nessun «modo» particolare li rende riconoscibili dalle altre persone.

Veniamo al caso centrale raccontato dal film: i due giovani violenti, che «si divertono» senza alcuna remora morale, dopo aver programmato con freddezza nei particolari il piano del «gioco» assassino, da che cosa avrebbero potuto essere distinguibili dagli altri normali, dato il loro modo «normale » di comportarsi nella prima parte del film? Forse (forse!) da nulla!

«Tu sei malato!», è l’ultima battuta del giovane rifugiatosi con una ragazza nel frigorifero della mensa scolastica, mentre implora di essere risparmiato. Soltanto ora i segni della malattia del collega di studio sono leggibili: troppo tardi!

Il fratello complice è colui che ammazzava virtualmente le persone nel gioco del computer.

Ora il gioco è realtà.

I due assassini si sono comportati come elefanti, (non conosco il motivo del titolo del film!), che si spostano indifferenti e distruttivi fra gli scaffali d’un negozio di cristalli e porcellane.

Il regista non ha voluto far inorridire lo spettatore con visioni orrifiche grandguignolesche, alle quali la materia si sarebbe prestata.

La suspense, suscitata dall’interminabile «inseguimento» dei giovani nella prima parte del film, non era finalizzata alla seconda per provocare emozione spettacolare.

Non abbiamo assistito alla proiezione d’un film giallo realizzato con sottocodici cinematografici ad effetto, quali il ralenti, la ripresa di dettagli raccapriccianti accompagnati da colonna sonora frastornante alla ricerca dell’effetto.

Il regista ha evitato tali scogli pericolosi, che avrebbero potuto compromettere la qualità del suo lavoro (al film, che ha preso spunto da recenti fatti di cronaca, è stata assegnata la Palma d’Oro a Cannes 2003) e vanificare il suo intento.

Si è astenuto da ogni giudizio morale sulla condotta dei personaggi e dall’indagine sociologica della realtà in cui vivevano.

Sembra aver voluto offrire argomento di riflessione sulla situazione confusa-misteriosa-pericolosa, che oggi può riguardare alcuni giovani «normali» che ci vivono accanto.

 


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