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YEMA



Regia: Djamila Sahraoui
Lettura del film di: Adelio Cola
Titolo del film: YEMA
Titolo originale: YEMA
Cast: regia e scenegg.: Djamila Sahraoui mont.: Catherine Gouze fotogr.: Raphael OByrne mus.: Guillaume DHam scenografia: Mourad Zidi interpr. princ.: Djamila Sahroui, Samir Yahia, Ali Zarif durata: 90 colore produz.: Mourad Zidi e Antonin Dedot origine: Algeria/Russia, 2012
Sceneggiatura: Djamila Sahraoui
Nazione: ALGERIA RUSSIA
Anno: 2012
Presentato: 69 Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia 2012 ORIZZONTI

Ben scelto è il titolo del film: non “La” o “Una” madre, ma semplicemente Madre. E che idea ha la regista interprete e protagonista di questa maternità?

Leggiamo il film

È ambientato in uno sperduto casolare dell’Algeria, dove i fratelli si uccidono a vicenda nella guerra civile. Guardia ha due figli, ambedue sotto le armi. Nella prima lunga inquadratura (pianosequenza) la vediamo attraversare faticosamente il deserto algerino, trascinandosi dietro una slitta occupata da un cadavere, faticosamente trasportato dal villaggio verso il tugurio dove ella abita da sola, vigilata però da un giovane ex-soldato. Egli ha perso la mano sinistra per lo scoppio di una granata. Ora è incaricato di impedire che l’anziana torni al villaggio: “è pericoloso laggiù!”.

E’ l’emblema del lutto. Scava la fossa al figlio morto in guerra e lo onora di religiosa sepoltura. Chi lo ha ucciso?

Quando l’altro figlio torna a lei gravemente ferito e le giura in nome di Dio di non essere stato lui l’omicida, gli rinfaccia il gesto cainico provocato dal fatto che al fratello aveva rubato la moglie. Due uomini, dunque, innamorati della medesima donna. Quest’ultima muore di parto e il neonato viene deposto tra le braccia della nonna. “Tu l’hai uccisa!, accusa il figlio ferito, fin da quando te la sei presa!”, Intanto con passione e pazienza,libera il terreno circostante dai sassi e dalle sterpaglie che circondano la sua capanna, semina fiori e ortaggi e pianta alberi da frutto. Il deserto attorno a lei lentamente rifiorisce di vita. La cura della ferita del secondo figlio la interessa soltanto in parte; vede in lui il fratricida. Quest’ultimo arriva allo scontro e alla minaccia a mano armata con il giovane senza la mano sinistra, che l’accusa di essere stato lui il responsabile, come incaricato della custodia della granata scoppiatagli accanto. È dunque il colpevole della sua menomazione fisica. Dalle parole e dalle minacce vengono ai fatti: il giovane uccide il figlio tornato alla madre. Ella ne raccoglie le stampelle, da lui adoperate per spostarsi dopo la ferita alla gamba, e le depone accanto alla tomba del primo augurando “vivete insieme lassù!”.

La recitazione della Sahraoui – che ha anche diretto il film – è quella di una tragedia greca. La dignità nel lutto e alla fine di lei vittima innocente di due lutti, merita gli interminabili applausi del pubblico. Anche gli altri due personaggi si calano dignitosamente nei rispettivi ruoli, circondati dalle riprese della natura scabra e solenne della terra algerina, luogo di morte e di vita.

L’inquadratura conclusiva del film mostra il desolato paesaggio in mezzo al quale vita trionfa la vita nell’orto/giardino di Guardia, mentre la colonna sonora è occupata dal vagito del bimbo neonato, figlio – per così dire – di due padri.

 


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