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SUPERSTAR



Regia: Xavier Gianolli
Lettura del film di: Franco Sestini
Titolo del film: SUPERSTAR
Titolo originale: SUPERSTAR
Cast: regia e scenegg.: Xavier Gianolli sogg.: liberamente tratto da Lidole di Serge Jancour mont.: Cline Lafite Dupont fotogr.: Christophe Beaucerne scenogr.: Francois Renaud Labarthe cost.: Nathalie Benros mus.: Mathieu Blanc-Francard interpr. princ.: Kad Merad (Martin), Cecile de France (Fleur) Louis-Do le Lencquesaing, Cedric Ben Abdallah, Alberto Sorbelli durata: 112 colore produz.: Edouard Weil Studio 37 origine: Francia / Belgio, 2012 distrib. intern.: Wild Bunch
Sceneggiatura: Xavier Gianolli
Nazione: FRANCIA / BELGIO
Anno: 2012
Presentato: 69 Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia 2012 CONCORSO VE69

È la storia di Martin Kazinski, un uomo comune, celibe, senza figli, che vive solo in un piccolo appartamento, lavora in una azienda che si occupa di riciclare computer dismessi e impiega, per queste operazioni, alcuni giovani disabili; la sua operazione caratteristica è il suono di un campanaccio che avviene puntualmente all’ora di pranzo e la voce di Martin che grida a tutti gli operai “a la table!”.

Un malaugurato giorno, mentre si reca, con la metropolitana, sul posto di lavoro, viene improvvisamente assalito da un paio di persone che lo fotografano usando il cellulare e gli chiedono l’autografo, poi i “fotografi” diventano cinque, poi dieci, poi cento e via di questo passo, fino ad arrivare ad una folla plaudente.

A tutti coloro che lo fermano per strada e lo fotografano o gli chiedono l’autografo, chiede il fatidico “perchè?”, ma nessuno risponde e Martin comincia a preoccuparsi, finché non arrivano i mass-media e, segnatamente la televisione che fiuta lo scoop e lo invita ad una trasmissione in “prime time” dove – gli viene assicurato – potrà spiegarsi al pubblico e ribadire la sua richiesta del “perché”, provocando così l’interruzione del fenomeno; la trasmissione è prodotta dal classico produttore che cerca soldi e gloria, coadiuvato da una collaboratrice, Fleur, che si dimostra subito molto amichevole con Martin.

In questa sorta di “talk show”, condotto da un battagliero giornalista, viene fuori un nuovo problema: il conduttore presenta Martin come “un uomo qualunque, un uomo banale” e quest’ultimo epiteto non è gradito da uno dei partecipanti, un rapper di colore, che “monta” una polemica e invita il pubblico a schierarsi con lui in difesa delle persone “banali”.

La trasmissione non risolve il problema di Martin che viene sempre più ricercato dalla gente e dalla stampa, fino addirittura al luogo di lavoro, dove il nostro eroe ha il primo grosso problema: la struttura dirigenziale, vista l’eccitazione che prende i giovani disabili nel vedere Martin così “famoso” e nel vederlo così ricercato da stampa e televisioni, turba grandemente la tranquillità dei ragazzi che ne risentono psicologicamente; è così che Martin viene licenziato, per il bene della struttura.

Mentre si stringe sempre più l’amicizia (o qualcosa di più?) di Martin verso Fleur, viene deciso di rivolgersi ad un avvocato che in una conferenza stampa, avverte tutti (stampa, televisioni ed altri) a non occuparsi di Martin, pena accuse pesanti in Tribunale; ovviamente l’iniziativa non fa altro che aumentare l’interesse di tutti verso la vicenda e Martin deve addirittura rintanarsi in casa, senza poter quasi uscire per non essere preso di mira dalla gente e dai media.

Da qualche parte, sui media, cominciano ad uscire alcune congetture: sarà tutta una montatura che serve a Martin per i suoi scopi (non leciti??); il classico modo di presentare la notizia che hanno stampa e televisione e quella forma dubitativa che dice e non dice ma che “non” può subire attacchi giuridici proprio per questa sua caratteristica.

Improvvisamente, un giorno che Martin è al supermercato a fare la spesa, viene avvicinato da una signora che lo schiaffeggia violentemente e gli sputa addosso; è finita la notorietà e comincia il lato opposto della medaglia: su Martin piovono fiumi di fango, attacchi di ogni genere e gli viene rinfacciato ogni frequentazione che fino a quel momento era andata benissimo.

Martin, come è facilmente prevedibile, entra in una crisi profonda e si ritrova solo e aiutato soltanto da alcuni personaggi – “diversi” come lo era stato lui – sul tipo del travestito e di altri soggetti che vivono “ai margini”; Fleur è scomparsa ed ha abbandonato anche l’amante produttore.

Nell’ultima sequenza, siamo in casa di Martin e si festeggia l’uscita del libro che da origine al film (L’idolo) e che narra la storia dell’uomo famoso per un certo tempo e poi dimenticato da tutti; nel corso della serata, arriva anche Fleur che lo saluta affabilmente, non è invitata ad entrare e se ne va, ma viene seguita da Martin che la raggiunge e, forse, la riporta a casa sua.

Nel film viene citata la famosa frase di Andy Warhol che pronosticava per tutti 15 minuti di celebrità, dimenticandosi però di dire come andava a finire e quanti danni poteva provocare questa condizione; ed il film – senza dire da cosa sia generata – parla proprio di questa incredibile “notorietà, facendo eco a quanto già realizzato da Woody Allen con Roberto Benigni nel suo film TO ROME WITH LOVE; invece, per quanto riguarda l’impatto dei media e la costruzione/distruzione delle persone diventate “personaggi”, si rifà a REALITY di Matteo Garrone (quest’anno nella Giuria veneziana) e prima ancora al celebre QUINTO POTERE di Lumet e a PRIVILEGE di Watkins.

Ma al termine della narrazione, è uscita la risposta alla domanda “perché?”; direi di no, ma soprattutto direi che non è importante per l’autore darci la spiegazione della partenza del fenomeno, ma parlarci del fenomeno nella sua prosecuzione e nelle devastazioni che provoca in chi lo subisce e negli amici più vicini.

Ed allora cerchiamo di esaminare alcuni aspetti dei due fenomeni che ci vengono mostrati, la “creazione” del divo e la sua “distruzione”: all’inizio della narrazione, Martin continua a ripetere “non voglio essere famoso”, ed a questo gli viene risposto “ti amiamo per questo”; poi interviene il sistema dei media e Martin viene intrappolato in una sorta di labirinto dove questi strumenti diventano sempre più invadenti e dove – e questo è l’assunto più importante – i valori umani crollano drammaticamente, insieme alla cultura che viene brutalmente disgregata.

Da notare che Martin, per i mass media, è utilizzabile sia da “divo” che da “rifiutato”, proprio perché la TV propone sempre stereotipi di “vincenti”, insieme ai quali gioire o di “perdenti”, con i quali piangere; insomma siamo sempre ai margine delle scale sentimentali, scale che servono ai media per incastrare la gente e propinare messaggi pubblicitari sempre più infidi e malcelati.

Se poi ci vogliamo addentrare nella domanda di Martin “perché io?”, possiamo dire che siamo in presenza di un evento assolutamente casuale e che si genera con il sistema del sassolino che provoca la valanga: avete mai fatto caso al modo di comportarsi della gente che vede tre o quattro persone guardare di sotto ad un ponte? Subito se ne fermano un paio, poi altri due, poi cinque, finché non abbiamo “creato” una piccola “folla”; per vedere cosa? Niente! Perché i primi non guardavano niente di interessante; questo potrebbe essere l’inizio: la prima foto che uno della folla fa a Martin, induce il secondo a pensare che quello forse è “qualcuno”, poi il, terzo che vede due che fanno la stessa cosa, si adegua e la fa anche lui…e via di questo passo. Questo comunque non c’è nel film ma è solo un “modo” per spiegare il nascere di una folla “motivata”.

Ma tornando al film, possiamo dire che l’opera si vede bene ed è benissimo interpretata – Kad Merad nel ruolo di Martin è semplicemente formidabile – ed ha una tematica bella ed interessante: la ricerca che l’uomo compie incessantemente di una propria identità e la successiva conservazione contro gli attacchi di una società sempre più oppressiva.

Forse, se vogliamo trovare qualche piccolo neo, la fine della narrazione è un po’ troppo edulcorata, con Martin che riesce a conquistare Fleur ed a rifarsi, probabilmente, una vita con lei; forse è un po’ troppo mielosa per un film del genere, ma può darsi che l’autore sia rimasto colpito dalla tanta cattiveria che ha messo in scena fino a quel momento e che abbia sentito il bisogno di annacquarla con un romantico finale; niente di male!! (Franco Sestini)

 


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