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1962-2012: A CINQANT'ANNI DAL CONCILIO VATICANO II E DALL'INTER MIRIFICA


di NAZARENO TADDEI SJ E SERGIO RAFFAELLI
Edav N: 396 - 2012
Anno: 1964

Nel 1962 si apriva il Concilio Vaticano II. L’anno dopo i Padri conciliari espressero voto favorevole, tra gli altri, al Decreto sugli strumenti di comunicazione sociale, «Inter Mirifica». Era il 4 dicembre 1963.

 

Paolo VI nell’allocuzione in latino cosí commentò il Decreto appena promulgato: «Altro frutto, e di non poco valore, del nostro Concilio è il Decreto sui mezzi della comunicazione sociale, indice questo della capacità che la Chiesa possiede di unire alla vita interiore quella esteriore, alla contemplazione l’azione, all’orazione l’apostolo. Anche questo risultato conciliare, noi speriamo, potrà riuscire di guida e di incoraggiamento a moltissime forme di attività, inserite ormai come strumento e come documento, nell’esercizio del ministero pastorale e della missione cattolica nel mondo.» (versione italiana riportata in «L’Osservatore Romano», 5.12.1963.

 

P. Taddei in «Schedario Cinematografico» alla voce «COMUNICAZIONE SOCIALE, MEZZI DI: Decreto del Concilio Vaticano II», ha commentato analiticamente il testo del decreto; ne riportiamo due brevi momenti che ci sembrano indicativi; l’analisi completa la si può trovare sul nostro sito www.edav.it.

La voce, composta di nove schede è stata redatta il 12 maggio 1964 da NAT/RAF (NAzarenoTaddei/Sergio RAFfaelli).

 
 

Qualunque sia il valore e il peso delle critiche che sono state mosse (e non sono ancora completamente spente) al Decreto oggi ci è dato dalla Chiesa ed è opera della Chiesa. Ma non è necessario ricorrere a un eccezionale spirito di fede per accettarlo così come la Chiesa ce l'ha proposto, poiché - ed è chiaro a chi vi rifletta alquanto - esso contiene tutti gli elementi che non solo lo fanno degno della Chiesa e del Concilio, bensì anche lo annunciano di non poca importanza per il futuro della pastorale cattolica. Piuttosto, lo spirito di fede ci conferma ancora una volta che lo Spirito Santo - nonostante le dificienze che vengono degli uomini - conduce la sua Chiesa là dove essa deve dirigersi.

 

Perché un Decreto - Il Decreto indica i limiti entro i quali ha inteso stare e la sua propria natura dove, all'art. 2, recita: «Il Sacrosanto Concilio (…) ritiene proprio compito trattare i principali problemi (…). Confida inoltre che questa proposizione della sua dottrina e delle sue norme ecc.»; dal che risulta che il Concilio non ha inteso proporre una trattazione sistematica di tutti i problemi teologici inerenti ai nuovi mezzi, bensì proporre alcune linee di dottrina e di azione.

Ci si potrebbe chiedere piuttosto perché la Chiesa abbia voluto darci un Decreto al posto, p.e., di una Costituzione.

Due sono soprattutto le considerazioni - oltre al motivo d'autorità - le quali ci convincono che la forma di Decreto sia stata la più opportuna, data la concreta situazione in cui è nato. Anzitutto, la materia che forma l'oggetto del documento è quanto mai nuova e complessa ed è praticamente ancora per buona parte inesplorata anche sotto un profilo di scienza specifica, oltre che teologica. Essa va dalla teoria del linguaggio e delle tecniche dei vari linguaggi interessati, fino alla psicologia, alla sociologia, alla statistica, alla ricerca operativa, al commercio; né si può certo affermare che, anche nel campo dei professionisti e degli esperti di questa materia, abbondino le trattazioni sistematiche o anche solo pienamente attendibili. È quindi certamente segno di grande saggezza non avventurarsi in campi la cui ricerca non è ancora compiuta, ma insieme porre autorevoli basi affinché questa ricerca venga iniziata e sviluppata; ed è pure saggio (tanto saggio da essere doveroso) trarre solo quelle conclusioni o applicazioni di natura teologica e pastorale che lo stato di conoscenza e di esperienza permette di trarre sicuramente.

D'altra parte, era urgente per la pastorale cattolica prendere posizione in un campo che sta sconvolgendo dalla radice mentalità e atteggiamenti prassici di tutta l'umanità e sul quale gli stessi cattolici non la pensano tutti e sempre allo stesso modo. Nonostante l'insufficienza di risultati di una ricerca seria appena iniziata, era necessario fissare l'angolo visuale del complesso problema. E, a ciò, la forma del Decreto pare la più opportuna e la più ovvia, poiché senza compromettere le conclusioni di una ricerca e di un'esperienza che devono essere fatte, pone disciplinarmente e concettualmente le premesse della ricerca stessa; e di conseguenza stabilisce una chiara presa di posizione indicando nel contempo una precisa e unitaria, anche se generica, linea di condotta pratica.

 

Il titolo - Venendo allo studio più diretto del Decreto, consideriamo anzitutto il titolo: De instrumentis communications socialis (= sui mezzi di comunicazione sociale). Per quanto ci consta, è la prima volta che un documento ufficiale della Chiesa usa questa terminologia; e si tratta di un titolo così felice e pregnante da costituire veramente un punto d'arrivo e un punto di partenza nello sviluppo - in materia - del pensiero della Chiesa.

Come punto d'arrivo esso esprime la maturazione di idee che - nei vari documenti ecclesiastici in materia - si sono venute sviluppando e precisando; idee fedeli, in ogni fase, allo svilupparsi dei mezzi nella loro realtà storica: prima il cinema e la radio, quali mezzi di grande divulgazione di ciò che la stampa e lo spettacolo creano ma divulgano su scala ridotta; poi il riconoscimento di un loro modo autonomo di manifestarsi e di esprimersi; poi ancora la loro stretta colleganza sotto il profilo comunicativo; infine - e siamo al Decreto conciliare - il riconoscimento di una loro autonomia di contenunti e d'influssi, oltre che di modi di comporsi; e soprattutto il riconoscimento d'un loro influsso, per modum unius (diremmo: unitario) su tutta la comunità umana.

È noto come queste nuove realtà, in campo profano, fossero e siano ancora chiamate mass-media, mass-communications (mezzi di massa, comunicazioni di massa). Ed è noto anche che questo concetto di «massa» è causa insieme ed effetto del loro modo di usarli. Di qui infatti una considerazione dell'uomo diventato macchina pensante, che reagisce in un modo se gli butti dentro una certa monetina, in un altro se gliene butti dentro una cert'altra; dell'uomo, ancora, diventato numero, che - reagendo allo stesso modo a certi stimoli - produce quel certo fenomeno globale che permette statisticamente la produzione di un certo articolo in una certa quantità e quindi con una certa qualità, ecc. La «massificazione» dell'uomo moderno è un fenomeno tutt'altro che letterario. Esso è strettamente connesso col mondo della tecnica in generale (le catene produttive, le produzioni in serie come causa e come effetto), e di quei nuovi mezzi di comunicazione in particolare. Infatti, se la cosiddetta civiltà industriale ha imposto una certa «massificazione» di modi di vivere esteriore, è l'estensione dei mezzi di comunicazione che ha imposto e rischia di imporre sempre più una «massificazione» interiore dell'uomo.

Ed è a questo riguardo che il termine usato dal Decreto conciliare diviene punto di partenza: non più «massa», ma «società». L'uomo deve conservare la sua personalità, nonostante le esigenze più severe della civiltà (cosiddetta) della macchina. Quelle comunicazioni non devono più essere comunicazioni di massa, ma comunicazioni sociali. Quei mezzi non devono più dirigere una massa, ma servire a una comunità d'uomini liberi e responsabili.

Veramente punto di partenza, sia perché la strada da percorrere è enorme, tanto pastoralmente quanto anche solo civilmente, sia perché gli sviluppi della nuova epoca dell'immagine sono ben difficili a prevedersi in se stessi e, quel ch'è peggio, è necessario distruggere l'abbrutimento mentale prodotto da qualche decennio di «massificazione».

 

Parte dogmatica - Sotto il profilo dogmatico, i pochi cenni che il Decreto contiene sono sufficienti a inquadrare (non a sviluppare) il problema. Tali cenni infatti si possono ridurre a un preciso concetto dommatico, caro anche alle più moderne correnti teologiche: le invenzioni che «l'ingegno umano, oggi, con l'aiuto di Dio, ha tratto delle cose create» rientrano nel piano creatore e redentore, sia in quanto l'uomo imita la stessa attività creatrice di Dio, sia in quanto l'uomo pone strumenti, nel nostro caso, che servono (o possono servire) allo sviluppo spirituale dell'umanità e quindi al raggiungimento dei suoi destini soprannaturali.

Tali invenzioni umane, a loro modo, partecipano dunque di quel «gemito» che S. Paolo attribuisce a tutta la natura nell'attesa della perfetta e finale glorificazione divina. Nel caso poi dei mezzi di comunicazione, viene da accentrarsi in maniera particolare quella intonazione teologica, da taluno chiamata kerigmatica, che consiste sostanzialmente nella possibilità di raccogliere in ogni cosa il «messaggio» che Dio elargisce agli uomini. Attraverso le cose visibili - è sempre il concetto di S. Paolo - si può e si deve giungere alle realtà invisibili. Nel nostro caso, queste «cose visibili» - già di per se stesse e fisicamente «immagini» - rappresentano e comunicano il pensiero, il più tipico dei riflessi divini nella creazione; inoltre tale pensiero può essere a sua volta diretto latore del messaggio divino.

 

Parte morale - Per quanto riguarda la parte morale, il discorso del Decreto è assai più ampio, anche se - ancora una volta - non sistematico. E ancora una volta il testo va guardato un pochino oltre la sua stretta formulazione per coglierne, non tanto l'utilità diretta e immediata che appare a prima lettura, bensì il largo respiro e il succo prezioso ch'esso contiene.

Un primo fondamentale principio è contenuto nell'art. 4: «Per impiegare rettamente tali mezzi, è assolutamente necessario che tutti coloro i quali ne usano conoscano le norme dell'ordine morale e le applichino fedelmente in questo settore». Una prima importante e immediata considerazione viene suggerita: il Decreto, affermando la necessità di sottoporre a considerazione morale l'uso di questi strumenti, non esclude la necessità di sottoporre a considerazione morale anche altri aspetti degli strumenti stessi; e si deduce ancora - almeno implicitamente - che il Decreto, non entrando in tale ulteriore considerazione, lascia pienamente libero il campo allo studio, alla discussione, all'indagine.

Una seconda considerazione suggerita dal medesimo art. 4 è che viene affermata la necessità d'una duplice competenza: quella morale («conoscano la dottrina») e quella specifica («l'applichino in questo settore»). Affermazione, questa, di fondamentale importanza.

Una terza considerazione è che in questo stesso art. 4 si afferma una precisa distinzione tra principio morale e applicazione del principio stesso. Per quanto ovvia e comunissima, tale distinzione in pratica non è sempre tenuta presente. E dipende sostanzialmente da ciò l'enorme disagio che in questi anni s'è venuto sempre più accentuando tra «giovani» e «vecchi» (giovani e vecchi non d'età ma di sensibilità e di mentalità). Se ben si osserva infatti, le divergenze che si hanno tra costoro sono sempre riducibili - salvo eccezioni - al fatto che praticamente gli uni s'afferrano alla «maggiore» del sillogismo (cioè al principio) e gli altri alla «minore» (cioè all'elemento cui si intende applicare il principio stesso) non tenendo conto della precisa natura del membro sillogistico e dell'imprenscindibile esistenza dell'altro membro, sì da giungere a conclusioni contrastanti. Gli uni dicono, ad esempio: «Bisogna protestare contro i film cattivi» («perché - sottintendono - il male va combattuto»: e questo è il principio - la «maggiore» - certo inoppugnabile); gli altri dicono: «È inutile protestare contro i film cattivi» («perché - sottintendono - la protesta fa loro pubblicità e ne aumenta la diffusione»: e questa è la «minore», cioè l'elemento d'applicazione spesso altrettanto inoppugnabile). I primi vedono solo la maggiore e non tengono conto della minore; i secondi fanno perno sulla minore e non si rendono conto di tutte le esigenze della maggiore. Di qui le accuse reciproche di lassismo o di retrogradismo, con le conseguenze pratiche e i disagi che tutti conosciamo.

 

Proseguendo nella lettura dello stesso srt. 4, si incontrano più specifiche applicazioni del principio generale sopra esaminato.

È fondamentale il fatto che ogni strumento abbia un suo proprio modo di comunicare, poiché ogni valore morale dell'opera dipende da ciò che essa «dice» al recettore o «provoca» in lui. Ma insieme è necessario conoscere esattamente tutte le circostanze «di persone, di tempo, di luogo, ecc.» in cui la comunicazione avviene. Richiamo sostanziale, poiché ogni persona è diversa dall'altra per intima struttura psicologica e mentale. Tale struttura dipende da fattori individuali e non individuali (storici, ambientali, sociali, ecc.).

Da quanto detto, dunque, nasce una prima conseguenza assai pratica: ogni giudizio morale deve tener conto di due distinti elementi: un elemento oggettivo (cioè l'opera che «dice» o «fa») e un elemento soggettivo (cioè il recettore che recepirà differentemente a seconda delle precise circostanze «di persone, di tempo, di luogo, ecc.» in cui egli si trova).

Nasce ancora un'altra conseguenza altrettanto pratica ed importante: la necessità, da parte di chi giudica, d'una conoscenza adeguata (e - data la complessa natura degli strumenti - questa conoscenza non si può certo improvvisare, ma richiede serio e lungo studio e solida esperienza) del tipico linguaggio di quei mezzi e della psicologia umana che da tali stimoli viene posta in reazione.

C'è in questo articolo del Decreto, dunque, non solo una indicazione operativa per quanto riguarda l'azione di chi usa di questi strumenti (competenza e morale e specifica), non solo una indicazione dottrinale per quanto riguarda il valore morale delle opere, bensì anche una indicazione criteriologica per quanto concerne la formulazione dei giudici morali delle opere.

 

Un secondo importante principio morale è espresso nell'art. 5 dove, iniziando a trattare di «alcune questioni oggi più aspramente controverse», si afferma «sommamente necessario che tutti, quanti vi sono interessati, si formino una retta coscienza circa l'uso di tali mezzi». E trattando in primo luogo la questione dell'«informazione», della quale si propugna e si esalta il diritto, si indica la necessità che tutto si conformi a verità, giustizia e carità.

Inutile sottolineare l'importanza di tale indicazione. Anche se ancora una volta la cosa può sembrare ed è ovvia, è molto importante - nell'attuale situazione - che si ribadisca la necessità della verità della giustizia e della carità. Il trinomio, riportato alla luce - si può dire - (sembra incredibile, ma è così) da Giovanni XXIII e ripreso tanto intensamente da Paolo VI, per quanto tipicamente evangelico, era stato sempre più soffocato e trascurato presso molti cattolici in questi decenni. Il Concilio si affianca alla linea giovannea e paolina anche per quanto concerne il campo della comunicazione sociale: verità, giustizia, carità nell'uso di questi mezzi, dalla stampa alla televisione, anche quando sono in mano nostra; verità, giustizia e carità nel giudizio di essi, anche quando sono in mano altrui.

Il Decreto passa poi a due ulteriori questioni - il rapporto arte e morale e la trattazione del male morale - circa le quali fornisce precisi criteri di fondo.

L'arte - afferma il testo conciliare - dev'essere subordinata ai principi morali poiché l'ordine morale ha la preminenza sopra ogni altro ordine umano; così pure la presentazione del male, che reca innegabili vantaggi di conoscenza e di elevazione, deve tener conto dei limiti oltre i quali i vantaggi si tramuterebbero in danno. A chi sente il disagio del molto spagnoleggiare formalistico accumulatosi sulla nostra prassi, una simile formulazione semplice e ariosa dovrebbe dare il senso di un nuovo clima, estremamente aderente agli immutabili valori della morale e alle nuove esigenze della nostra epoca. A chi invece fa coincidere la morale con le applicazioni a formule quasi matematiche della casistica, questo Decreto dovrebbe far sentire che la Chiesa non intende condurre sulla strada del formalismo e del quantitavismo.

A questo punto il Decreto prende in considerazione le categorie di persone particolarmente interessate, applicando con norme più dettagliate i principi enunciati. E più precisamente, dopo una considerazione sui poteri e sull'influsso delle pubbliche opinioni (circa le quali si impongono ancora una volta le esigenze della giustizia e della carità) il Decreto ricorda i doveri dei recettori (soffermandosi particolarmente sui giovani e di riflesso sui genitori), degli autori e dell'autorità civile.

Per i recettori, si pone come fondamentale il problema della scelta delle comunicazioni, quando essa evidentemente è «personale e libera». I criteri di tale «personale e libera scelta» sono precisi: a) la scelta deve indirizzarsi verso le opere che eccellono «per virtù, scienza e arte». Il Decreto pone come ratio di scelta (e quindi di recezione) di un'opera non solo i valori morali bensì anche quelli genericamente culturali, siano essi tematici, scientifici o artistici. b) La scelta deve evitare la visione di opere quando si verifichino l'una o l'altra delle seguenti condizioni: 1. «causa od occasione [pericolo] di danno spirituale proprio»; 2. possibilità di «cattivo esempio» altrui; 3. collaborazione nell'ostacolare le «comunicazioni buone» e nell'incrementare le «comunicazioni cattive». Il Decreto suggerisce che «per soddisfare alla legge morale i recettori non tralascino di informarsi tempestivamente dei giudizi che in questo campo vngono dati dalla competente autorità e di conformarvisi secondo le norme d'una retta coscienza». Viene così accennato esplicitamente il problema delle cosidette segnalazioni cinematografiche, circa le quali il Concilio dà due precise indicazioni: a) è dovere di tutti informarsi tempestivamente di tali giudizi; b) è dovere conformarvisi secondo le norme della retta coscienza e quindi secondo i comuni principi della morale. In questo senso va dunque autorevolmente inteso quel «normativo», attribuito a tali segnalazioni, che tanti problemi di coscienza ha suscitato in sacerdoti e fedeli.

Come si vede, anche con questo articolo, il Decreto - sebbene in forma non sistematica - offre un piccolo trattato di morale del recettore. Trattato che servirà certamente a correggere sia il falso e pericoloso zelo di quanti (poco cristianamente) moltiplicano i peccati, sia l'insipienza di chi considera con eccessiva ingenuità i pericoli, per molti versi peraltro inevitabili, delle opere dei moderni mezzi di comunicazione.

Nell'art. 11, il Decreto rileva i doveri degli autori richiamando con opportuno adattamento il già invocato principio della prevalenza delle esigenze morali (e precisamente del bene comune) sugli interessi «economici, politici o tecnici» e sottolineano la preoccupazione per la gioventù che così largamente accede ai loro lavori.

Lo stesso criterio del bene comune si impone all'autorità civile (art. 12) nei confronti di tali mezzi. Entro quali limiti debba intendersi in questo caso il bene comune, viene esposto assai chiaramente dal Decreto nello stesso art. 12.

Concludendo questo excursus sulla parte morale, si può ripetere veramente che il trinomio giovanneo «verità, giustizia e libertà» nella carità riluce qui splendidamente: la morale riprende il suo posto troppo spesso occupato dal moralismo; il cattolicesimo appare qual è, una religione universale e non una setta. Le grandi linee di base sono tracciate. Su di esse - con la teologia morale alla mano - è possibile trovare l'indicazione per problemi certamente complessi e gravi, ma forse non ancora sufficientemente maturi per essere inquadrati in una trattazione più dettagliata.

 

Parte pastorale - Anche nella sua parte pastorale, il Decreto - pur senza voler presentare una trattazione sistematica - offre un prezioso sommario di criteri e di norme.

E prima d'ogni altra cosa, va rilevato il principio teologico sul quale esso basa tutta l'azione pastorale nel campo della comunicazione sociale (art. 3). Oltre che il principio teologico di base, questo articolo propone nettamente le due grandi linee secondo le quali deve svolgersi l'azione pastorale della Chiesa in questo settore: a) uso di questi strumenti per diffondere il messaggio cristiano; b) educazione di tutti al retto uso di essi nella comune utilizzazione che se ne fa nei vari campi. Il Decreto così presenta una semplicissima ma fondamentale impostazione dell'azione pastorale in questo campo.

Per quanto riguarda la prima linea d'azione apostolica, esso distingue praticamente tra uso degli strumenti a servizio diretto dell'apostolato cristiano e uso degli stessi a servizio - diremmo - indiretto.

Per l'uso degli strumenti a servizio diretto, ha parole precise e forti (cfr. art. 13).

È chiara e inequivocabile la volontà del Concilio di cominciare finalmente a utilizzare questi mezzi direttamente per la predicazione cristiana, sia pur genericamente intesa. Il Decreto, impostando il problema come lo imposta, lo affronta in radice. Esso praticamente richiede un cambiamento di mentalità: l'inserimento dei mezzi nell'apostolato come strumento tipico al servizio del messaggio cristiano.

Perché tali mezzi vengano usati «fruttuosamente» in funzione apostolica, il Decreto raccomanda esplicitamente e ripetutamente, la competenza nel loro uso. L'incompetenza - la storia lo dice - è rovinosamente controproducente. E la competenza non è cosa che si improvvisi. Per fare un medico ci vogliono anni d'università e anni di esercizio: possibile che per fare un competente di comunicazione sociale basti un incarico o qualche lettura affrettata o qualche superficiale presa di visione? E poiché si parla di competenza e poiché l'esigenza della competenza è più volte vigorosamente sottolineata dal Decreto, si veda soprattutto la norma pastorale che il Concilio dà nell'art. 15, dal quale risulta che il Concilio non s'accontenta di infarinature, di competenze improvvisate, di iniziative vagamente culturali.

Per l'uso degli strumenti nel servizio che abbiamo indiretto, il Decreto propone alcunevarie forme che vi sono consigliate - delle comunicazioni buone e in particolare di quelle prodotte da cattolici, siano esse a stampa, cinematografiche, radiofoniche o televisive; in secondo luogo (art. 15) - come già ricordato - esige che si formino scuole per sacerdoti, religiosi e laici i quali, in qualità di «giornalisti, autori cinematografici, televisivi e radiofonici, ecc.» (ed anche di attori), «possano conseguire una formazione integra, permeata di spirito cristiano, soprattutto per quanto si riferisce alla dottrina sociale della Chiesa».

È evidente che la schiera - quando ci sarà - degli autori cristiani non dovrà solo fare opere di predicazione, che portino direttamente i recettori «a partecipare alla vita della Chiesa e a imbeversi delle verità religiose», ma dovrà realizzare anche lavori che entrino nei comuni circuiti di sfruttamento, il cui frutto preziosissimo sarà quello di «formare, rassodare e promuovere pubbliche opinioni consone al diritto naturale, alla dottrina e ai precetti cattolici e (…) divulgare e rettamente interpretare fatti che riguardano la vita della Chiesa» (art. 14).

 

Possiamo ora passare a considerare le indicazioni del Decreto circa la seconda grande linea d'azione, cioè quella relativa al comune usi degli strumenti, cioè come divertimento, evasione, cultura, insegnamento o pubblicità. Ci si riferisce qui all'enorme settore delle produzioni che si propongono fini ben diversi da quelli dell'apostolato e che pure attingono così gran parte delle popolazioni cattoliche e non cattoliche.

Praticamente il Decreto orienta l'azione pastorale - sotto questo profilo - in tre direzioni: a) l'inserimento di autori cristianamente preparati nel comune giro della produzione; b) la formazione dei recettori; c) l'istituzione di una «giornata» che valga a rinnovare di anno in anno la coscienza di tutti a proposito di questo problema.

Per quanto concerne la prima direzione, l'inserimento di forze cristiane nel mondo della produzione e del settore in genere, dovrà tener conto ovviamente della natura economica, organizzativa, operativa e giuridica di esso (siamo infatti in un mondo a tipico carattere indistriale e commerciale).

Per quanto rigurada la seconda direzione, è certo che il Decreto indica in essa forse la principale azione che oggi si possa fare pastoralmente per limitare i danni ingenti provocati nelle anime dai nuovi mezzi di comunicazione.

Dopo aver esaurito le indicazioni pastorali su ogni genere di uso dei nuovi mezzi, il Decreto passa a considerare il problema per così dire giuridico e organizzativo dell'azione pastorale (artt. 19, 20, 21, 22).

Da notare, per quanto riguarda la costituzione degli Uffici ecclesiastici, che a farne parte vengono chiamati anche i laici, i quali però siano «esperti nella dottrina cattolica e in queste tecniche».

Ricordiamo infine che il voto di estendere la competenza dell'Ufficio della Santa Sede anche alla Stampa è già stato esaudito ed attuato da S.S. Paolo VI col Suo «Motu proprio» In fructibus multis del 7 marzo 1964. Con tale documento viene istituita la Pontificia Commissione per i mezzi di comunicazione sociale che prende il posto della precedente Commissione per la Radio il Cinema e la Televisione.

 

Anche in questo documento non si può non rilevare che per ben due volte si sottolinei l'esigenza di avere - nella Commissione stessa - uomini esperti nel campo specifico: come si vede, la Chiesa intende affrontare su un piano di concreta serietà il problema dei mezzi di comunicazione sociale e vede nello spirito apostolico e nella competenza le due basi umane indispensabili per raggiungere quello scopo.

È dunque da sperare che il periodo - tristissimo - del cattolicesimo come etichetta e del dilettantismo sia veramente finito.

 

Conclusione - Dopo questo studio sia pur sommario del Decreto, ci pare si possano rivelare alcune impressioni generali.

Non c'è una trattazione sistematica della materia né nell'impostazione generale dei problemi (salvo l'accennata articolazione nei tre settori teologici) né nell'impostazione dei singoli problemi. A prima vista, ciò può dare - e ha dato di fatto a qualcuno - un'impressione di non approfondimento e forse di incompleto. Ma a ben guardare, l'impressione è errata. Basta appena sistematizzare - per così dire - i numerosissimi concetti e principi sparsi a ogni riga nella stesura semplice e quasi discorsiva, per accorgersi che ne risulta un'ossatura di notevolissime dimensioni.

Può sembrare ancora che molti problemi vivi e gravi della comunicazione sociale non siano stati nemmeno sfiorati. Ma se è vero che non si parla esplicitamente di certi aspetti e di certi problemi, è anche vero che la stesura è tale da abbracciarli tutti in una forma che vorremmo dire potenziale. E ciò non in un senso privativo, bensì in un senso altamente affermativo. In altri termini, il Decreto pone dei principi di largo respiro i quali, non solo lasciano spazio all'indagine e allo studio, ma sono al di sopra del livello a cui si trovano quei - pur gravi e alti - problemi.

È chiaro dunque che il testo va letto e meditato; va studiato col sistema col quale tutti i testi conciliari vengono studiati. E poi, forse, va visto con gli occhi che avremo fra dieci anni, quando saranno dissolte certe situazioni di oggi, svanite certe abitudini mentali, crollate certe barriere. Non è certo da illudersi che il Decreto abbia da domani non solo la sua attenzione completa, ma nemmeno la sua più profonda e genuina interpretazione. I seguaci del moralismo potranno certo trovare appiglio qua e là; ma costoro l'avrebbero trovato con qualsiasi formulazione; i fanatici del nuovo e dell'illimitato vi troveranno certo dele remore e dei limiti, ma per costoro probabilmente non c'è alcun testo saggio o di validità durevole che possa soddisfarli appieno.

 

Concluderemo quindi dicendo che questo Decreto è opera si di uomini che vi hanno lasciato l'impronta della propria umanità (e non poteva essere diversamente), ma che assai più intensa è l'impronta dello Spirito, la quale si manifesta proprio attraverso quei segni dell'uomo. E, in fondo, questa è la cosa più bella d'ogni altra: gli uomini sono stati strumenti in mano a Dio, il quale con essi - ma Egli - ci ha parlato.

 


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