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DANGKOU (PLASTIC CITY)



Regia: Yu Lik-wai
Lettura del film di: Olinto Brugnoli
Titolo del film: DANGKOU (PLASTIC CITY)
Titolo originale: PLASTIC CITY
Cast: regia: Yu Lik-wai - scenegg.: Yu Lik-wai, Fernando Bonassi, Liu Fendou - scenogr.: Cssio Amarante - fotogr.: Lei Yiu Fai - mont.: Wenders Li - mus.: Yoshihiro - cost.: Cristina Camargo - suono: Ken Wong - interpr.: Joe Odagiri, Anthony Wong, Huang Yi, Jeff Chen, Tain Mller, Phellipe Haagensen, Antonio Petrin, Milhem Cortaz, Alexandr Borges, Cludio Jaborandy - durata: 118' - colore - produz.: Gullane and Xstream Pictures - origine: Brasile/Cina/Hong Kong/Giappone, 2008 - distrib.: Celluloid Dreams
Nazione: BRASILE/CINA/HONG KONG/GIAPPONE
Anno: 2008
Presentato: 65. Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia - 2008 - Concorso

Il regista.Yu Lik-Wai nasce a Hong Kong nel 1966. Dopo essersi laureato alla scuola di cinema, debutta nel medio e lungometraggio e lavora come cameraman. DANGKOU è il suo terzo lungometraggio.

La vicenda è ambientata a San Paolo, in Brasile, ai giorni nostri. Un città caotica e piena di contrasti, sia dal punto di vista architettonico che da quello sociale. Qui, come in gran parte delle metropoli del mondo, regna la corruzione e la violenza. Yuda, un fuorilegge cinese, e il suo figlio adottivo Kirin, sono a capo di un impero fatto di merci contraffatte e di locali notturni. Il loro motto è: «Vendere merce falsa per fare soldi veri». Ma l’influenza dei politici corrotti e la concorrenza spietata incominciano a minare il loro potere. Yuda viene incarcerato, poi liberato, infine annientato. È costretto ad ammettere di avere perso di fronte a un concorrente più forte di lui. Da questo momento è costretto a vivere in un ghetto, per paura di essere ucciso. Kirin, da parte sua cerca di reagire, organizzando bande di ragazzini che, al grido di «Vendetta!» tentano di riportare in auge l’anziano boss. Ma Yuda decide di sparire. Fingendosi morto, ritorna nella giungla da cui era partito e invita il figlio a fare altrettanto. Qui, in un clima arcano e misterioso, si compirà il loro destino.
Il racconto, sostanzialmente lineare, possiede un ritmo frenetico che stordisce lo spettatore. Le prime immagini rappresentano la giungla da cui provengono Yuda e Kirin. C’è poi un cartello con la scritta: «Qui comincia il Brasile». Sono, più o meno, le stesse immagini che si ritrovano nel finale per indicare il compimento del destino dei due protagonisti. Nella parte centrale del film si possono individuare alcune fasi: il momento del massimo potere dei protagonisti che sembra non avere limiti; l’interferenza dei politici corrotti e di boss di New York che minano tale potere; la lotta per la sopravvivenza con fasi alterne; la sconfitta di Yuda; il tentativo di reazione di Kirin; il ritorno, prima di Yuda, poi di Kirin, nel luogo da cui erano partiti. Nel film si sente spesso parlare di un mondo nuovo cui si aspira, ma anche di un destino che non si cambia. Sembrano essere questi gli unici spunti tematici di un film che per molti versi resta oscuro, soprattutto nel finale, quando in un clima misterioso e apocalittico si azzardano conclusioni di tipo filosofico. «L’uomo è una frontiera, il punto in cui finisce la terra e comincia il cielo», ha affermato il regista. Vuole forse essere un richiamo alle origini dell’uomo, al suo tentativo di realizzare un sogno di libertà, ma anche al suo destino di morte e magari a un’altra vita che può cominciare là dove tutto finisce (la grande luce bianca che conclude il film): «Il mondo nuovo che ci aspetta è la morte», afferma ad un certo punto Kirin.
Tuttavia, al di là di queste pretese metafisiche, che restano soltanto accennate, il film si caratterizza soprattutto per la spettacolarità di cui è impregnato, per le scene di violenza, per i richiami di tipo erotico, per gli effetti speciali di tipo digitale, per la frenesia del montaggio e per l’incomprensibilità di certe immagini, il cui unico scopo sembra essere quello di creare suggestione ed emozione nello spettatore, cercando di stordirlo. (Olinto Brugnoli)
 


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