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BIRDWATCHERS LA TERRA DEGLI UOMINI ROSSI



Regia: Marco Bechis
Lettura del film di: Olinto Brugnoli
Titolo del film: BIRDWATCHERS LA TERRA DEGLI UOMINI ROSSI
Titolo originale: BIRDWATCHERS LA TERRA DEGLI UOMINI ROSSI
Cast: regia: Marco Bechis - scenegg.: Marco Bechis, Luiz Bolognesi - scenogr.: Clovis Bueno - fotogr.: Selcio Alemo Nagamine - mont.: Jacopo Quadri - mus.: Domenico Zipoli - cost.: Caterina Giargia, Valeria Stefani - suono: Gaspar Scheuer - interpr.: Claudio Santamaria, Aliclia Batista Cabreira, Chiara Caselli, Abrisio Da Silvia Pedro - durata: 108' - colore - produz.: Classic Srl - origine: Italia/Brasile, 2008 - distrib.: 01 Distribution
Nazione: ITALIA/BRASILE
Anno: 2008
Presentato: 65. Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia - 2008 - Concorso

Nato a Santiago del Cile nel 1955 da madre cilena e padre italiano, Marco Bechis vive ora a Milano. Le sue opere cinematografiche sono: Alambrado (1991), Garage Olimpo (1999) e Figli – Hijos (2001).  

La vicenda del film è ambientata a Mato Grosso do Sul (Brasile) ai giorni nostri. Qui i fazendeiros hanno rinchiuso gli indios nelle riserve protette e hanno disboscato la foresta per trasformarla in piantagioni estremamente vantaggiose dal punto di vista economico. Questi ricchi uomini bianchi trascorrono la loro vita nel lusso e nella noia, interrotta appena dalla presenza dei Birdwatchers, i turisti che vengono ad osservare gli uccelli e che cercano qualche brivido esotico nell'ammirare i guerriglieri indios che si affacciano con piglio minaccioso lungo le rive dei fiumi, pagati, per far questo, dall'ufficio turistico del luogo. Gli indios vivono in condizioni subumane, rovinati dall'alcol e impossibilitati ad esercitare la caccia, l'arte che hanno imparato fin dalla nascita e che ha sempre consentito loro di vivere dignitosamente. Sono i Guarani-Kaiowá, la cui vita, senza nessun diritto e nessun avvenire, trova troppo spesso una tragica conclusione nel suicidio. Ed è proprio un ulteriore suicidio che fa nascere una ribellione. Un piccolo gruppo di indios, guidati dal capo Nadio e da uno sciamano, si accampa ai margini di una delle proprietà per rivendicare l'uso della terra da cui è stato cacciato. Dopo vari tentativi di allontanarli, con le buone e con le intimidazioni, quando altri indios arrivano e si accampano sulla terra coltivata, Nadio viene eliminato brutalmente. Osvaldo, un ragazzo aspirante sciamano, dopo la morte del capo e il suicidio di un suo amico, tenta di impiccarsi. Ma all'ultimo momento decide di vivere e di far sentire il suo grido di dolore e di vendetta che si propaga per tutta la giungla.
 
Il racconto procede con struttura lineare. Le prime e le ultime immagini del film rappresentano quel luogo, quel pezzo di giungla ripreso dall'alto, teatro della vicenda. All'inizio poi vengono ripresi i turisti che ammirano quelle bellezze e che, stupidamente, cercano delle emozioni guardando quegli indios che fingono di attaccarli. È una nota di folclore, apparentemente innocua, ma che cela una realtà ben più drammatica. Ed ecco la parte centrale del film che incomincia a descrivere le tristi condizioni di vita di quegli indigeni. Un cartello segnala che si trovano a vivere in una “Riserva indigena – Terra protetta”. Ma non hanno i soldi per comperare i viveri e quando tentano di uscire dalla riserva per andare a cacciare vengono immediatamente allontanati. Il suicidio per impiccagione di due donne presenta subito la drammaticità di quella situazione. Ed ecco la decisione, quasi dimostrativa, di accamparsi ai margini della proprietà. Per andare al fiume a raccogliere l'acqua devono attraversare il campo arato e subito i guardiani intervengono per impedirglielo. Per evitare che altri indios seguano il loro esempio, i proprietari assumono una specie di “spaventaindios”, un tizio armato che vive in una roulotte vicino all'accampamento. Ogni tanto qualcuno offre loro un lavoro: si tratta di lavorare per qualche giorno da qualche fazendeiro in condizioni di semischiavitù. Naturalmente essi rifiutano questa specie di elemosina-sfruttamento. Quando celebrano i loro riti, i bianchi intervengono per impedirglielo e alla fine arriveranno perfino ad offrire loro dei soldi per farli allontanare. All'interno di questo quadro completamente negativo e conflittuale, l'autore mostra (e forse questo è un elemento tematicamente spurio) la graduale amicizia che nasce tra Osvaldo e la figlia del proprietario terriero. Ma l'impiccagione di un amico di Osvaldo fa precipitare le cose. Altri indigeni escono all'improvviso dalla foresta, allontanano il guardiano e si accampano sulle terre coltivate. Naturalmente questo non può essere tollerato e i proprietari pensano bene di eliminare il capo. Ora è la figura di Osvaldo che emerge. L'aspirante sciamano corre nella foresta e tenta di impiccarsi. Ma poi desiste giurando vendetta. Il suo grido terribile da animale ferito s'ode per tutta la giungla e le sue parole hanno un che di profetico:«Io ho vinto e tu hai perso». Osvaldo ha vinto perché ha deciso di vivere, di continuare la lotta per riavere le terre dei suoi avi. Il proprietario ha perso perché deve fuggire, almeno per un certo periodo, per evitare le inchieste e l'eventuale processo. Particolarmente significativa la sequenza in cui il proprietario avanza i suoi diritti su quelle terre, dove lui è nato e che appartengono da oltre sessant'anni alla sua famiglia. Per tutta risposta l'indio non avanza diritti di proprietà o certificati catastali: prende una manciata di terra e la mangia, per dimostrare che quella terra non è di loro proprietà; quella terra sono loro stessi, ciò che li costituisce nella loro natura e che plasma le loro esistenze. Una presa di posizione coraggiosa, con una musica solenne e sacra, che denuncia una situazione di sfruttamento intollerabile, ma con una struttura narrativa non sempre unitaria e rigorosa, che, soprattutto in certi momenti, nuoce alla compattezza dell'opera.
Olinto Brugnoli
 


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