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IL DOLCE E LAMARO



Regia: Andrea Porporati
Lettura del film di: Franco Sestini
Titolo del film: IL DOLCE E LAMARO
Titolo originale: IL DOLCE E LAMARO
Cast: regia: Andrea Porporati - scenegg.: Andrea Porporati, Annio Gioacchino Stasi - scenogr.: Beatrice Scarpato - fotogr.: Alessandro Pesci - mont.: Simona Paggi - mus.: Ezio Bosso - cost.: Mary Montalto - suono: Alessandro Zanon, Roberto Mozzarelli - interpr.: Luigi Lo Cascio, Donatella Finocchiaro, Fabrizio Gifuni, Tony Gambino, Gaetano Bruno, Gioacchino Cappelli, Ornella Giusto, Emanuela Muni, Vincenzo Amato, Renato Carpentieri - durata: 98' - colore - produz.: Medusa Film SPA - origine: Italia, 2007 - distrib.: Medusa Film SPA
Nazione: ITALIA
Anno: 2007
Presentato: 64. Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia - 2007 - Concorso

È la storia di Saro Scordia che sembra un “predestinato” a ricoprire un ruolo di prestigio all’interno di “cosa nostra”: l’incontriamo – ancora giovanissimo – scortato dai Carabinieri in un Carcere di Massima Sicurezza dove il padre sta capitanando una rivolta e tra le condizioni poste c’è quella di incontrare la propria famiglia; di quell’incontro gli rimarrà impressa una frase che il padre gli dice: “ricordati che nella vita c’è il dolce e c’è l’amaro”. Diventato adulto, viene adottato da un “capo mafia di medio livello”, Gaetano Butera, per varie incombenze di fiducia, tipo incassare il pizzo dai commercianti ed altre piacevolezze del genere; in una di queste attività il giovane viene denunciato e sconta un po’ di tempo in prigione, nella mitica “università” dell’Ucciardone, e lì incontra un vero boss di cosa nostra, “Vicari” il quale lo prende in grande simpatia.

Uscito di prigione riprende a collaborare con Butera e da questi riceve incarichi sempre più importanti, compreso alcune rapine in banche del nord, fino a giungere alla richiesta di una “ammazzatina” (un omicidio) da realizzare a Milano ai danni di un capo della “n’drangheda”; l’operazione si risolve bene, nonostante le indecisioni del figlio di Butera e quindi Saro viene assunto in pianta stabile dalla mafia con il grado di soldato: nell’occasione del giuramento, vengono spiegate tutti i vari gradi fino alla commissione regionale ed i nomi di coloro che ricoprono queste cariche.
Saro è innamorato di Ada, un insegnante del luogo, ma la relazione termina in quanto lei non è disponibile a sposare un “mafioso” e quindi la ragazza accetterà di andarsene dall’isola per insegnare nel nord Italia.
Continua la carriera di Saro all’interno dell’ambiente mafioso, ma il giovane – che nel frattempo si è sposato con una ragazza del luogo ed ha avuto un bambino - entra a far parte di un conflitto di potere tra due capi mafia e rischia di essere quello che ci rimette; decide così di abbandonare e di andare al Nord alla ricerca di Ada; la trova e viene accolto bene dalla ragazza che sembra disponibile a rimettere in gioco un rapporto con lui: un po’ di soldi messi da parte in un conto segreto gli consentono di acquistare una lavanderia, ma il destino sembra non abbandonarlo: per un vecchio problema di droga, del quale lui è anche innocente, viene nuovamente arrestato e, a questo punto si decide a chiedere un aiuto ad un vecchio amico, Stefano Massirenti, ora giudice a Palermo, al quale dichiara di essere disposto a rivelare tutto, purché sia salvaguardata la vita di Ada; l’amico farà di più, includendolo nel programma di protezione e quindi lo ritroviamo in un paesino del Nord, dietro il banco di una edicola di giornali, con una grande barba nera e con Ada – e il bambino – ancora con lui. La frase che gli lancia l’amico è stranamente uguale a quella che ebbe a dirgli il padre tanti anni prima: “nella vita c’è il dolce ma c’è anche l’amaro”.
Le ultime due sequenze sono da raccontare: la penultima ci mostra Saro che sta effettuando una operazione presso la banca del luogo, quando entrano alcuni rapinatori che – con spiccato accento siculo – chiedono le solite cose (fate silenzio, dateci il malloppo, ecc.): ripensa allora che la medesima cosa accadde a lui quando faceva dei brevissima raid al nord per compiere delle rapine e scoppia in una gran risata; i banditi non capiscono e stanno per sparargli quando il “capo” impone la ritirata e tutto finisce bene. L’ultima, invece, si svolge davanti alla sua edicola e riguarda la fornitura giornaliera di quotidiani: da essi Saro apprende che il giudice suo amico è stato massacrato dalla mafia, come del resto gli aveva predetto.
Siamo davanti al “solito” film sulla mafia, forse fatto meglio di tanti altri, ma niente di eclatante: i ruoli sono sempre gli stessi e i cattivi sono sempre più cattivi, mentre i buoni sono e rimangono buoni; c’è in più quella frase “dopo il dolce viene l’amaro” che ritorna due volte nella narrazione, una volta detta dal padre di Saro e l’altra dal giudice Massirenti, ma non mi appare come qualcosa di molto diverso da quello che siamo stati abituati a vedere negli ultimi anni, ed in particolare negli ultimi serial televisivi dei quali ha anche il ritmo lento e cadenzato.
In più abbiamo la presenza di un bravissimo attore come Luigi Lo Cascio, già presente in alcuni film del genere ma dalla parte opposta, cioè dalla parte del buono e non del mafioso (è sempre viva la figura di Peppino Impastato disegnata ne “I cento passi”: ecco, la sua interpretazione, forse per lo stereotipo di “buono” che è in noi, mi ha lasciato assai perplesso: l’aspetto mimico è assai controllato, quasi immoto, mentre la recitazione verbale è misuratissima; sembra quasi che il bravo attore abbia paura di sbagliare impostazione e quindi stia abbondantemente “sotto le righe” per non fare più del necessario.
Tematicamente l’opera non presenta niente di nuovo: anche il bravo Saro, si pente solo quando non può fare altrimenti, ma prima di questo ne ha combinate di cotte e di crude, quasi che fosse un suo diritto uccidere, rapinare e imporre il pizzo; quindi il protagonista diventa personaggio positivo solo per forza maggiore e non per una qualche presa di coscienza che lo fa rifuggire dalle uccisioni e dagli altri reati.
Quindi possiamo concludere che il film è assolutamente didascalico, come se fosse una sorta di “documentario” sulla mafia, sulla solita mafia di sempre, vista e rivista cento volte al cinema: non a caso tutti i personaggi sono strettamente legati agli stereotipi classici del mafioso o della moglie di lui, quindi non vi possiamo ricercare niente di nuovo, anche se – nell’aurea mediocrità dell’attuale panorama cinematografico – il film di Porporati troverà certamente una discreta accoglienza. (Franco Sestini)
 


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