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St



Regia: Semih Kaplanoglu
Lettura del film di: Franco Sestini
Titolo del film: ST
Titolo originale: ST
Cast: Melih Seluk (Yusuf), Basak Koklukaya (Zehra),Riza Akin (Ali Hoca), Saadet Isil Aksoy (Semra),Tulin Ozen (Ragazza del villaggio).
Sceneggiatura: Semih Kaplanoglu e Orun Koksal
Nazione: TURCHIA, FRANCIA, GERMANIA
Anno: 2008
Presentato: 65. Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia - 2008 - In concorso

È la storia di Yusuf, un giovane appena diplomato che ha la grande passione per la poesia: è il suo passatempo preferito e forse qualcosa di più; alcune di queste, le ha inviate, su consiglio di un professore ubriacone, ad una rivista sconosciuta ai più, che ancora non le ha pubblicate, ma lui continua ad attendere speranzoso.

Non sa bene come affrontare il futuro ed al momento lavora nella fattoria della madre, occupandosi in particolare delle mucche e del commercio del latte; la madre, Zehra, vedova da alcuni anni, riversa tutte le sue attenzioni sul figlio ma è ancora giovane e gli uomini la guardano in modo particolare: uno tra tutti si rivelerà alla donna anche per la sua disponibilità ad aiutarla con la ruota della motocicletta: è il capostazione del villaggio, un uomo adulto, anch’esso vedovo con una figlia più piccola di Yusuf.
Il giovane ha sempre la speranza di potersi dedicare alla poesia e pertanto, continua a sognare ed a vedere le cose del mondo non solo con gli occhi ma anche con l’anima e con i sogni di un giovane poeta; va a ricercare un giovane amico, anch’esso appassionato di poesia e lo trova in miniera, apparentemente vinto dalla vita e, sia pure mostrando ancora interesse per lo scrivere, sembra avere accettato la condizione del minatore come un fatto ineluttabile a cui è inutile ribellarsi.
Viene chiamato alla visita di leva, ma gli viene riscontrato una malattia acquisita durante l’infanzia, avente caratteristiche epilettico e quindi viene esonerato dal servizio; durante la permanenza a Izmir, conosce in una libreria una ragazza anch’essa appassionata di poesia e fissa con lei un appuntamento per il giorno seguente, sempre nella medesima libreria, ma il regista non ci mostra l’esito di questo rapporto: si vedranno i due oppure la ragazza non andrà all’appuntamento?
Quando rientra in paese scopre che il piccolo commercio di latte a domicilio non è stato curato dalla madre nei tre giorni che si è assentato e quindi le clienti sono arrabbiate con lui e non vogliono più il suo latte.
Scopre anche il motivo di tale situazione: la conoscenza della madre verso il capostazione si è tramutata in una vera e propria relazione, con tanto di uscite in macchina e di fermate furtive in aperta campagna; per seguirla, lancia la motocicletta a forte velocità sul terreno sconnesso e, proprio in quel momento ha un attacco epilettico, per effetto del quale perde il controllo del mezzo che si ribalta e lui rimane a terra svenuto per qualche tempo; al ritorno a casa non dirà niente alla madre, né della relazione e neppure dell’incidente.
Il ragazzo sembra come sbalestrato, non sa quale strada percorrere: restare con la madre nella tranquilla vita del paese o cercare di sopravvivere con le sue poesie, eventualmente andando a vivere in un altro posto, oppure trasferirsi in una grande città e accettare un lavoro in quelle fabbriche che stanno minacciando l’integrità paesaggistica della campagna.
Il film non lo dice ed anzi non termina neppure con Yusuf, bensì con l’immagine dell’amico poeta/minatore che resta in campo con un primo piano dal quale il regista estrapola la parte della lampada sopra il casco che viene ad illuminare in modo accecante lo schermo; neppure la relazione della madre con il capostazione ha una presenza nel finale: anch’essa come andrà a finire? L’autore non lo dice, sembra disinteressarsi al problema.
Il film inizia con una sorta di rituale magico messo in piedi da uno stregone locale, tale Kemal, il quale – dopo avere scritto alcune frasi su un piccolo pezzetto di carta – appende una ragazza (evidentemente, quella da “guarire”) a testa in giù al ramo di un albero fin quando, in mezzo a convulsi conati di vomito, esce dalla bocca della giovane un piccolo serpente; da notare che lo stesso Kemal viene evocato nuovamente quando nella casa di Yusuf la madre scopre un grosso serpente che nessuno riesce a catturare.
E questa realtà “magica” appare anche nella presenza, sfumata ma significativa, di una anziana signora che partecipa alla prima visita del capostazione nella casa di Zehra: questa donna viene mostrata come una “lettrice dei fondi del caffè”, pratica importante per la gente turca e che nel film sta a significare la credenza che questa nuova unione venga prima visionata dalla fattucchiera per dare il responso al quale i due si atterranno.
Mi sembra che si possa parlare di una “chiave tematica” che l’autore fornisce al suo pubblico: parlerò delle cose che appartengono ad un luogo nel quale si crede ancora a queste “diavolerie” e lo farò sottoponendo alcune persone del posto a questa situazione di passaggio dalla tradizione alla modernità, durante la quale vaste aree sono state smembrate ed al loro posto è nata una nuova realtà sociale ed economica.
Il film dunque sembra muoversi in questo binario: da una parte il conflitto tra la tradizione (Kemal ed i fondi del caffè) che entrano in conflitto con i giovani che giocano a basket, con le autostrade e con i grattacieli; dall’altra la situazione intimistica di Yusuf sia sul piano della poesia e del lavoro e sia del rapporto con la madre.
Entrambi questi filoni – a mio avviso – non riescono mai a coagularsi in un unico sviluppo narrativo tendente ad una idea tematica, ma si intersecano e si lasciano varie volte, il che produce una disarmonia che reca danno alla significazione dell’opera.
Un altro aspetto del film è il modo con cui viene realizzato: l’autore indulge nelle immagini fisse che diventano narranti per effetto dei personaggi che vi entrano; la cinepresa non carrella e non effettua mai una panoramica, forse a voler dire che la situazione è quella che viene mostrata ad un osservatore esterno e la sua tendenza all’immobilità è sinonimo di simbiosi con la realtà del paese che, nell’immobilismo, emblematizza l’insicurezza per la strada da intraprendere.
Comunque il film pecca in modo particolare nella scrittura (sceneggiatura) ed anche nell’organizzazione strutturale della narrazione; la lentezza esasperante delle scene è un altro simbolo – forse – dell’insicurezza dei giovani turchi sulla strada da intraprendere, ma ai fini della fruizione del prodotto cinematografico è una vera e propria palla al piede.

Per il resto, l’autore mostra grande dimestichezza con il mezzo cinematografico e nella direzione degli attori, sintomo di passate esperienze cinematografiche; peccato per il resto….(Franco Sestini)

 


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