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SBATTI IL MOSTRO IN PRIMA PAGINA



Regia: Marco Bellocchio
Lettura del film di: Franco Sestini
Edav N: 4 febbraio - 1973
Titolo del film: SBATTI IL MOSTRO IN PRIMA PAGINA
Titolo originale: SBATTI IL MOSTRO IN PRIMA PAGINA
Cast: di Marco Bellocchio interpr. princ.: G. M. Volont, F. Garriba, J. Herlin, L. Betti - prod.: italo-francese - colore - lungh. m. 2474 - distrib.: Euro international
Nazione: ITALIA / FRANCIA
Anno: 1973

Presentato, durante le prime fasi della lavorazione, come un film che si sarebbe riagganciato ad un clamoroso fatto di cronaca (il mostro di Marsala), questa ultima fatica di Bellocchio si dimostra invece di contenuto assai diverso (per fortuna) da come era stata etichettata dalla ben nota furbizia dei produttori italiani.

 L'opera si può suddividere in due parti - assai diverse tra di loro - la prima delle quali costituisce il nucleo centrale narrativo, mentre l'altra - rappresentata dalla prima e dall'ultima sequenza - ci appare assolutamente extra-vicenda e quindi «da leggere» a livello di racconto.

La vicenda: il film narra la storia di un individuo, vice direttore di un giornale asservito ad un certo potere politico (chiaramente «di centro»); siamo alla vigilia delle elezioni e la redazione è mobilitata al gran completo per ammanire ai lettori tutte quelle notizie che condizioneranno poi l'espressione del voto: la ricerca di tutto lo staff e principalmente del nostro vice direttore è tesa a trovare o ad inventare delle notizie che possano produrre una propaganda indiretta, nel senso cioè di screditare gli avversari (gli estremisti di sinistra). In questo clima pre-elettorale, scoppia il grosso fatto di cronaca: la figlia di un noto chirurgo viene trovata violentata e strangolata. Si inizia così la caccia al mostro.

A questo punto abbiamo la geniale pensata del nostro: trovare il mostro, ma non uno qualsiasi, bensì un mostro-estremista-di-sinistra, in modo da condurre poi una campagna propagandistica utile alla parte politica appoggiata dal giornale. Con l'aiuto di una professoressa chiaramente «anormale», viene montata un'accusa nei confronti di un giovane estremista, sulle cui tracce viene spinta anche la Polizia, nonostante la presenza di altri indizi che avrebbero dovuto indurla a seguire piste diverse. Giunti al rinvio a giudizio del malcapitato estremista, un giovane redattore al quale il capo aveva affidato il caso, per niente convinto della piega assunta dall'affare, continua le ricerche e scopre il vero assassino: a questo punto scopre anche che il suo superiore aveva montato tutto il caso e, dopo una violenta scenata, abbandona il giornale.

Il vice direttore, peraltro, affatto scosso dalla scoperta del suo giovane dipendente, rimedia a tutto e, dopo un colloquio con il vero assassino, durante il quale lo convince a starsene zitto ed a lasciare che la giustizia segua il proprio corso, lo vediamo riferire al padrone politico del giornale, evidenziando l'enorme potenziale propagandistico da sfruttare a fini elettorali.

Sin qui la vicenda, la cui significazione immediata a livello di racconto appare sufficientemente agevole: il film vuole essere una analisi spietata dal malcostume imperante nella società contemporanea, ponendo in particolare l'accento sulla strumentalizzazione che un certo tipo di informazione è in grado di effettuare.

Durante tutta la narrazione, il regista si sforza di ribadire la impossibilità di un qualsiasi ribaltamento situazionale in presenza di una tale posizione di potere: quello politico-economico che dispone dei mezzi di comunicazione e ne usa a proprio esclusivo beneficio.

Ma il film ha altre due sequenze che non legano affato con tutto il resto: la prima - che precede la vicenda - mostra un gruppo di giovani estremisti che saccheggia e sfascia la redazione del gionale; l'ultima, invece, inquadra il letto arido di un fiume, tutto pieno di rifiuti e, improvvisamente, dell'acqua che porta via tutto il sudiciume.

Chiaramente, queste due sequenze - oltre che «leggerle» a livello di racconto - debbono essere anche legate tra di loro in modo da rappresentare quasi una cornice posta dal regista attorno al nucelo centrale dell'opera: «tutto questo malcostume (sporcizia) può essere spazzato via solo da quel certo tipo di lotta che abbiamo visto nella prima sequenza».

Tutto ciò mi richiama alla mente lo scoppio finale di ZABRISKY POINT, con il quale anche Antonioni pareva dire: «cari ragazzi, la situazione è quella che è; a questo punto ci vorrebbe…».

Allo stesso modo Bellocchio, al termine di un acuto esame di una certa situazione alla quale non è riuscito a trovare uno sbocco «reale», cerca di accontentare se stesso introducendo quel discorso finale che, del resto, non è del tutto nuovo nella sua tematica.

Quello che però mi ha maggiormente colpito nella sequenza dell'acqua che spazza via i rifiuti, è il «modo» con il quale la stessa è stata girata: l'arrivo dell'acqua è molto lento e ciò conferisce all'immagine un senso di tristezza che, forse, è direttamente riconducibile allo stato d'animo del regista: egli è forse deluso per non esser riuscito ad andare oltre nel suo discorso? si rende conto del velleitarismo della sua «proposta»?

Comunque il film tutto sommato abbastanza riuscito, con il quale Bellocchio tenta di graffiare l'attuale società, riuscendoci però soltanto in parte e principalmente facendo leva su dei toni spettacolari che, se pur rendono l'opera in esame una delle più fruibili del giovane regista, scontano tale «piacevolezza» sul piano della rigorosa precisione tematica. Senza dire che, col suo film, Bellocchio praticamente usa degli stessi metodi del sistema denunciato. (FRANCO SESTINI)

 


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