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SALTO NEL VUOTO



Regia: Marco Bellocchio
Lettura del film di: Olinto Brugnoli
Edav N: 78 giugno-luglio - 1980
Titolo del film: SALTO NEL VUOTO
Titolo originale: SALTO NEL VUOTO
Cast: regia e sogg.: Marco Bellocchio - scenegg.: Marco Bellocchio con la collaborazione di Piero Natoli e Vincenzo Cerami - fotogr.: Beppe Lanci - musica: Nicola Piovani - interpr. princ.: Michel Piccioli, Anouk Aime, Michele Placido, Gisella Burinato, Antonio Piovanelli, Anna Orso, Adriana Pecorelli, Piergiorgio Bellocchio - origine: Italia, 1980 - colore - durata: 108' - distrib.: Cineriz
Sceneggiatura: Marco Bellocchio con la collaborazione di Piero Natoli e Vincenzo Cerami
Nazione: ITALIA
Anno: 1980

«Non c'è tragedia, non c'è infelicità che non sia stata la nostra infanzia a prepararle», ha dichiarato Marco Bellocchio che, già a partire dal suo primo e provocatorio film - I PUGNI IN TASCA, 1965 - tentava di esorcizzare con una carica eversivo-autobiografica gli angoscianti fantasmi di una delle tante istituzioni da lui prese di mira: la famiglia. Ora, con questo SALTO NEL VUOTO, il regista ritorna con più maturità e mestiere ad una tematica che pare essergli particolarmente congeniale.


La vicenda. Mauro Ponticelli è un magistrato sulla cinquantina, scapolo, che vive nella vecchia casa di famiglia con la sorella Marta, anche lei climaterio. Dopo che tre loro fratelli più giovani si sono sposati, Mauro e Marta vivono unrapporto quanto mai complesso ed atipico, al limite del morboso. Le premure, le gentilezze reciproche sono intercalate da esplosioni di intolleranze e di insofferenza; il tutto nel più rigoroso rispetto dei reciproci ruoli loro affidati dalla tradizione borghese: Mauro provvede al sostentamento materiale della «famiglia», Marta si cura del fratello fin nei minimi particolari, visto che questi si fida solo di lei. I loro sonni sono spesso turbati da sogni e da incubi, tutti riferentisi alla loro infanzia piuttosto burrascosa, a contatto con gli altri fratelli, di cui uno - il maggiore - affetto da una forma di pazzia. Questo loro rapporto di amore-odio, inteso ed esclusivo, li porta a chiudersi nei confronti degli altri e a trincerarsi in una sorta di torre d'avorio in cui non c'è posto neppure per la giovane cameriera che li serve, e tanto meno per il suo vivacissimo figlioletto, Giorgino: nei suoi confronti esplodono spesso manifestazioni d'intolleranza.

Una profonda crisi, depressiva connessa con la menopausa s'impadronisce di Marta che, ad un certo punto, comincia a parlare da sola, a gettare la roba dalla finestra, a dare segni di squilibrio. Mauro, che vede affiorare in lei i sintomi della grave malattia del fratello, pur non staccandosene affettivamente, comincia a covare dentro di sé sentimenti contraddittori e inquietanti: desiderio di liberarsi della sorella, aspirazione ad una autonomia esistenziale finora sconosciuta, anelito a formare una propria famiglia. Proprio in questo periodo Mauro sta indagando sulla tragica fine di una giovane donna, gettatasi dalla finestra su istigazione del suo giovane amante, il pugliese Giovanni Sciabola. È questi uno strambo personaggio dalle vaghe ed utopiche idee rivoluzionarie, un teatrante che «si serve del teatro» per fare un discorso di rottura e di contestazione, un tizio che proclama di aver bisogno di disordine, dell'avventura, di una «vita orgiastica». Ed è proprio alle sue «cure» che Mauro affida la sorella, con la segreta speranza che questi ottenga con lei ciò che aveva ottenuto con la giovane suicida.

Ma le sue speranze andranno deluse. Il rapporto con Giovanni diventa per Marta una vera e propria cura, che la porta via via ad aprirsi sempre di più nei confronti degli altri, nei confronti della vita. Marta inizia così un processo, lento ma irreversibile, di liberazione, di affrancamento nei confronti del fratello che, accortosi di non contare più niente per lei, di «non esistere più», approfitta della sua partenza per il mare con la cameriera e Giorgino per compiere quel «salto nel vuoto», che pone fine alla sua angosciosa ed alienata esistenza. In coincidenza con tale disperato gesto, Marta si sveglia di soprassalto nella casa di Ostia dove si trova ospite della cameriera, quasi avvertendo la brusca rottura del tenace legame di sangue. Le sarà sufficiente tuttavia cambiare letto e stringersi al seno il piccolo Giorgino per riacquistare sicurezza e riaddormentarsi rasserenata.

La struttura narrativa. Il film inizia con le immagini in bianco e nero di tre fotografie riproducenti delle scolaresche con alcuni insegnanti. La prima rappresenta una classe di bambini con al centro un sacerdote, sullo sfondo di alcune statue classiche; la seconda una classe di ragazze con alcuni professori (tra cui un sacerdote); la terza (se non erro) una classe di ragazzini più grandi tra i quali spiccano alcuni sacerdoti (forse una classe di Seminario?). Su queste tre immagini scorrono i titoli di testa e si ode una voce che pronuncia frasi spezzate e probabilmente prive di senso logico. Dopo questa introduzione inizia il film vero e proprio, costituito da un filone narrativo centrale intercalato da un altro (che assume peso a livello strutturale), che rappresenta i sogni e gli incubi dei due fratelli. Da notare che, più che di sogni, sembra trattarsi di vere e proprie presenze (di bambini, folletti, ecc.) che animano la casa di Mauro e Marta quando questi si addormentano. Nel finale, che prelude alla tragica fine di Mauro, queste presenze diventano incubo ad occhi aperti e si mescolano ad altre figure (Giovanni e due ladri che irrompono nella casa di Mauro) che attentano al «patrimonio» ed alla sicurezza del protagonista.

 

I «come» narrativi. Il filone centrale è tutto teso alla caratterizzazione ed alla definizione dei personaggi principali.

MAURO. Anche se ha avuto un'educazione di tipo cattolico (le foto dell'inizio), questo magistrato è ora un perfetto borghese (ironizza sulla fede della sorella, legge la «Repubblica», ecc.).

 

Chiuso nei confronti degli altri e del mondo esterno in generale, Mauro si rintana nella propria gabbia dorata, con tanto di serrature di sicurezza e di allarme antifurto. Si è già detto del rapporto esclusivo di amore-odio che lo lega alla sorella da lui protetta e difesa ma nel contempo tiranneggiata. È affetto da infantilismo cronico: succhia con avidità le caramelle che sottrae dalla borsetta della sorella; custodisce gelosamente le annate di «Topolino» che difende dalla curiosità di Giorgino; fa cadere per terra piatti e bicchieri per richiamare su di sé l'attenzione di Marta; ripetecontinuamente frasi del tipo: «Non conto niente… non esisto… e sono a casa mia!», entra nel letto della sorella e si addormenta al canto della ninna-nanna. Si compiace di notizie macabre (i ritagli del giornale); sogna e desidera veder morire delle persone che turbano la sua tranquillità vita borghese. È inibito sessualmente, (le mutande della sorella, i gesti osceni, il rapporto continuamente procrastinato con quella specie di amante); è avaro, meschino, gretto, represso. Desidera in cuor suo che la sorella muoia - e per questo la presenta a Giovanni - ma ipocritamente dice di volerla ricoverare nella miglior clinica di Roma. Rivela una morale meschina e «reazionaria» («mille volte meglio morta che pazza»). Quando si accorge che Marta comincia d aprirsi nei confronti di Giovanni e della cameriera, fa di tutto per riportarla a sé e al suo mondo (il mandato di comparizione per Giovanni; la sua partenza). Non riuscendovi e non ptendo sopportare lo smacco subito, si decide per la «soluzione finale», logico sbocco di una vita impastata di nevrosi e di allenazione.

MARTA. Anche lei ha avuto un'educazione cattolica. Ora conserva la fede ricevuta, è praticante (la corona del rosario, il velo, le trasmissioni religiose), tuttavia rimane chiusa al richiamo della vita e dell'amore concretamente vissuto. All'inizio la vediamo insofferente nei confronti di Giorgino e delle effusioni amorose di Anna; è oggetto di compassione da parte dei fratelli (particolarmente significativo l'episodio del battesimo di un'ennesima Marta in famiglia); è preda di una forte crisi depressiva ed isterica che potrebbe sfociare nella schizofrenia.

Giovanni è determinatamente per la sua esistenza. La vediamo impegnare i gioielli di famiglia per prestargli dei soldi; si apre gradualmente al mondo, alla vita, agli altri; permette a Giorgino di entrare in casa e giocare con la pistola e lo difende nei confronti del fratello che in un momento di rabbia gli buca il pallone; fraternizza con la cameriera, donna di semplice ma intensa umanità, si allontana sempre più dal fratello e si libera di quella sudditanza psicologica che caratterizzava il suo rapporto con lui. Sa gustare ed apprezzare le cose buone che la vita e Giovanni le offrono («per lo meno non morirò vergine… avrò avuto qualcosa dalla vita…»); avverte bruscamente la tragica fine del fratello, ma sa trovare in Giorgino e nella propria nuova realtà interiore ragioni di serenità e di fiducia nella vita.

GIOVANNI. È un utopista e un rivoluzionario (di sinistra). Si serve del teatro per fare discorsi di rottura e di contestazione. È un istintivo, un immediato; la sua vita è esattamente l'opposto di quella di Mauro.

Il suo comportamento non è certamente impeccabile (sfrutta economicamente le sue donne ed è il responsabile morale del suicidio iniziale), ma non è attaccato al denaro, spende tutto, è aperto a tutto. Non si lega sentimentalmente, è ironico, caparbio, agressivo. Irrompe nella vita di Mauro e Marta provocando fratture e lacerazioni, ma recupera alla gioia di vivere ed all'amore quest'ultima. Alla fine parte. Per il sud, «a portare il teatro ai contadini», a cercare nuove avventure, a vivere, semplicemente.

I «come» semiologici. Due , i più importanti di macchina. Il vasto, ossessionante appartamento avuto abitato dai due fratelli è quasi costantemente immerso nel buio, in una oscurità materiale che esprime e simboleggia un'esistenza tenebrosa e opaca.

La macchina, con le sue carrellate e i suoi movimenti, sembra seguire ed inseguire (di grande efficacia il piano-sequenza finale) le mosse e i moti di un personaggio (Mauro) che, come animale in gabbia, vive inquietamente la propria allienata esistenza.

La significazione. Nasce da una precisa vicenda raccontata in un certo modo (o, meglio, in certi modi, narrativi e semiologici) nel contesto di una struttura particolare.

L'alienazione e la nevrosi che caratterizzano inizialmente la vita di Mauro e Marta vengono spiegate dal regista facendo ricorso all'infanzia dei protagonisti (con i traumi, le paure, le ansie a contatto con il fratello pazzo) ed al tipo di educazione da loro ricevuta: un'educazione formalista, aulica, ipocrita, che molto sbrigativamente e semplicisticamente il regista sembra identificare con «cattolica». Il tutto visto in uno sterttissimo rapporto di causa-effetto con l'ideologia autoritaria, reazionaria, borghese. Giovanni rappresenta una ventata di novità, di sovvertimento, di rivoluzione che interrompe nella vita di Mauro e Marta. Questa trova la forza di staccarsi anche se a fatica, dal mondo alienato, oppressivo e falso in cui si trova immersa; Mauro, incapace di ciò, cade nel più completo isolamento, in un solipsismo sterile e votato all'autodistruzione.

Fin qui tutto chiaro. Il problema nasce a livello di universalizzazione, in quanto gli elementi privati (l'infanzia, l'educazione) e gli altri di tipo ideologico (Mauro e Marta borghesi; Giovanni rivoluzionario) non riescono a coagularsi in una sintesi convincente (come forse era nelle intenzioni dell'autore). Siamo alla soglia del casolimite, di grande interesse se si vuole, ma difficilmente, o solo in parte, universalizzabile.

Cinematograficamente va sottolineata la prova di maturità e di alta professionalità che il regista raggiunge con questa sua ultima opera. Particolarmente apprezzabile è la recitazione dei due attori-protagonisti Michel Piccoli e Anouk Aimée felicemente doppiati rispettivamente da Vittorio Caprioli e Livia Giampalmo. Anche Michele Placido se la cava egregiamente nel difficile e contraddittorio personaggio di Giovanni.

Da segnalare - più che altro a titolo di curiosità - la presenza di Gisella Burinato (moglie del regista) e di Piergiorgio Bellocchio (suo figlio).

L'illuminazione e la scenografia sono elementi espressivi di grande importanza, e l'uso del sonoro si armonizza egregiamente con l'immagine visiva.

Tematicamente si può rilevare l'incapacità del film di raggiungere un grado di universalità cui tuttavia sembra tendere. Anche l'eccessiva schematizzazione dei personaggi e la ridondanza degli elementi onorici offuscano talvolta la trasparenza dell'opera, creando alcune stonature.
Sotto il profilo morale vanno apprezzate la critica ad un mondo chiuso, gretto, ipocrita e la soluzione prospettata, tutta tesa alla vita ed alla comunicazione con gli altri.

Alcune riserve per quanto riguarda un certo viscerale anticlericalismo piuttosto scontato e semplicistico. (OLINTO BRUGNOLI).

 


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