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MACHAN



Regia: Uberto Pasolini
Lettura del film di: Franco Sestini
Edav N: 363 - 2008
Titolo del film: MACHAN - LA VERA STORIA DI UNA SQUADRA FALSA
Titolo originale: MACHAN
Cast: regia: Uberto Pasolini soggetto e scenegg.: Ruwanthie De Chickera e Uberto Pasolini (ispirata da una storia vera) fotogr.: Stefano Falivene mus.: Stephen Warbeck e Lakshman Joseph De Saram mont.: Masahiro Hirakubo scenogr.: Errol Kelly cost.: Sandhiya Jayasuriya e Rob Nevis arredamento: Lal Harindranath e Johannes Pfaller effetti: Fabrizio Pistone interpr.: Dharmapriya Dias (Stanley), Gihan De Chickera (Manoj), Dharshan Dharmaraj (Suresh), Namal Jayasinghe (Vijith), Sujeewa Priyalal (Piyal), Mahendra Perera (Ruan), Dayadewa Edirisinghe (Naseem) Durata: 110 colore produz.: Redwave Films, Studiourania, Babelsberg Film, Shakthi Films, Rai Cinema col contributo del Ministero Beni e Attivit Culturali che ha riconosciuto al progetto linteresse Culturale Nazionale con il sostegno di Eurimages e media dell?unione Europea origine: GERMANIA / ITALIA / SRI LANKA, 2008 (la produzione di MACHAN comunciata nel gennaio del 2007; le riprese sono durate tre mesi e si sono svolte a e nei dintorni di Colombo, Sri Lanka, Germania) distrib.: Mikado
Sceneggiatura: Ruwanthie De Chickera e Uberto Pasolini
Nazione: ITALIA, SRI LANKA, GERMANIA
Anno: 2008
Presentato: 65. Mostra internazionale d'arte Cinematografica di Venezia - 2008 - Giornate degli Autori


È la storia – vera, a quanto ci dicono le didascalie finali - di un singolare sistema messo in piedi da due amici per poter uscire dallo Sri Lanka e raggiungere l’Europa; i due amici sono Manoj – di professione barista in un albergo di Colombo – e Stanley che si arrangia vendendo arance per strada ed è pieno di debito, con due zie che finiscono i pochi soldi giocandoli alle corse di cavalli ed un fratello minore che sta incamminandosi verso la strada della delinquenza.

Entrambi sono allo stremo delle forze e capiscono che nel loro bellissimo ma disgraziato paese non potranno mai riuscire a trovare il sistema per sbarcare il lunario: li incontriamo all’inizio mentre sono in coda all’Ambasciata tedesca alla ricerca di un visto per entrare nel Paese europeo, ma ricevono un netto rifiuto che viene loro motivato con la mancanza di soldi per il normale sostentamento, circostanza che potrebbe condurli a pesare sul sistema sanitario tedesco; non è sufficiente che i due si proclamino onesti lavoratori, devono anche avere in tasca i denari per sopravvivere un certo periodo di tempo.
Sono arrivati al punto in cui Stanley è ormai deciso a vendere un rene, quando scoprono per caso di poter partecipare ad un Torneo di Palla a Mano in Baviera; la parte centrale del film è dedicata – quasi in forma documentaristica – al modo come si pensa di organizzare la trasferta di questa fantomatica squadra.
Anzitutto, scoprono che la pallamano non esiste in Sri Lanka e quindi si ingegnano per cercare le regole del gioco, ma i partecipanti alla sospirata trasferta non intendono imparare a giocare, in quanto tutti intendono la trasferta come un “escamotage” per arrivare in Germania, dopo di che ognuno per la sua strada alla ricerca di una vita migliore in Europa.
La comitiva dei partecipanti si amplia a macchia d’olio, arrivando a comprendere una trentina di persone, le più disparate, tra le quali di annovera un tenente della Polizia con il proprio aiutante, un truffatore locale specializzato nell’organizzare barche fantasma per l’approdo in Italia, un giovane che di professione si prostituisce a ricche e vecchie signore tedesche, e altri “disgraziati” che intravedono in questa avventura l’unico modo per cercare un barlume di speranza di vita migliore.
Il gruppo riesce a mettere insieme tutta la serie di documenti necessari per la trasferta e per la partecipazione al torneo internazionale, compresi quelli riguardanti il Ministero dello Sport dello Sri Lanka e la Federazione di Palla a Mano (che non esiste e quindi deve essere “inventata”: ovviamente tutta questa documentazione è assolutamente falsa, ma riesce a passare il controllo delle autorità e quindi il folto gruppo di “atleti” riceve l’autorizzazione per la partenza.
Il giorno prima della fatidica data, Manoj invita tutta la famiglia per una cena di addio nel Ristorante dell’Albergo dove lui lavora: la diversità dei suoi cari paragonata ai frequentatori stranieri della struttura, induce il giovane a rinunciare al viaggio ed a restare nel proprio Paese, probabilmente per cercare di modificarlo dall’interno, come si direbbe in uno slogan tutto occidentale; “questa sera mi sono vergognato della mia famiglia” dice all’amico Stanley, “non voglio che questo accada mai più e sono certo che accadrebbe se un giorno io tornassi in patria dopo aver fatto fortuna all’estero”.
Il concetto che esprime Manoj è molto importante e rappresenta l’unico elemento cinematografico che esula dalla narrazione di un viaggio della speranza: il desiderio del giovane di restare con la propria famiglia, nel proprio Paese, è l’unica alternativa che l’autore ci presenta alla volontà di andarsene dallo Sri Lanka che tutti gli altri mostrano di avere.
Ma torniamo al folto gruppo di “giocatori di pallamano”: tutti loro, sia pure con molte titubanze e con svariate paure, riescono a superare il controllo in uscita all’aeroporto di Colombo e quello di entrata in Germania; nel programma il primo giorno avrebbe dovuto essere di riposo, in quanto il torneo vero e proprio comincia il giorno seguente e quindi – per i nostri immigrati clandestini – avrebbe rappresentato il periodo ideale per far perdere le loro tracce alle autorità ed agli organizzatori; purtroppo, per una difficoltà di carattere organizzativo, la sgangherata squadra nazionale dello Sri Lanka viene gettata subito nella mischia del torneo: è facile immaginare che la compagine tedesca li sotterra sotto una valanga di goal: risultato 72 a 0; nella seconda partita le cose migliorano un po’ e la sconfitta è limitata a 62 a 0.
A questo punto uno di loro fa un discorso che carica tutta la squadra e, un po’ per fortuna, un po’ per l’impegno che tutti loro gettano nell’impresa, fatto sta che nella terza partita riescono a segnare una rete e, pur perdendo 50 a 1, sono tutti felici e contenti di aver segnato “il gol della bandiera” e vengono applauditi anche dal pubblico tedesco.
All’indomani le autorità – che nel frattempo hanno scoperto l’intera truffa – fanno irruzione nell’albergo dove alloggia la squadra, ma i nostri eroi, prevedendo il tutto, hanno già levato le tende e quindi i poliziotti rimangono con un palmo di naso; l’ultima sequenza del film ci mostra i nostri cingalesi che si sparpagliano per la campagna tedesca e ognuno di loro si fissa una meta per la destinazione finale: chi proseguirà per l’Italia, chi per l’Inghilterra, chi invece resterà in Germania; insomma ognuno di loro entrerà a far parte della folta congrega degli “immigrati irregolari”.
Il film è certamente una forma documentaristica che ci narra uno dei tanti modi per lasciare il proprio paese da parte di un gruppo di “disgraziati” che non riescono a continuare a vivere con le scarsissime risorse che gli vengono offerte; ma in questa forma didascalica della narrazione, si viene in contatto con tutta una realtà fatta di miseria, sulla quale dei turpi trafficanti speculano avidamente.

C’è però da aggiungere che uno degli organizzatori dell’impresa – Manoj il barista – pur essendo nella stessa situazione di precarietà che attanaglia gli altri amici, preferisce fare una scelta diversa e rimanere nel proprio Paese, accanto ai propri cari, con la speranza – e con la volontà?? – di cercare di modificare le condizioni di vita di queste popolazioni del Terzo Mondo; questo personaggio, che per i tre quarti del film agisce come gli altri ed ha le stesse aspettative di vita, ad un certo punto cambia atteggiamento e si divide dal gruppo degli immigranti clandestini: direi che è l’elemento cinematograficamente più interessante, in quanto introduce un elemento di richiamo al mondo occidentale, nel quale si propone una nuova via per la soluzione dei problemi del Terzo Mondo. (Franco Sestini)

 


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