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LIMBUNAN (THE BRIDAL QUARTER)



Regia: Gurirrez Mangansakan II
Lettura del film di: Adelio Cola
Edav N: - 2010
Titolo del film: LIMBUNAN (THE BRIDAL QUARTER)
Titolo originale: LIMBUNAN
Nazione: INDIA
Anno: 2010
Presentato: 67. Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia - 2010 - Settimana della Critica

Subcontinente indiano; agglomerato di villaggi di religione islamica. La sequenza d’apertura inquadra il padre di famiglia che ricorda con severità alla figlia (vent’anni circa, forse meno), chiamata ‘a rapporto’ mentre stava facendosi bella allo specchio, la regola in attesa del matrimonio che tra un mese l’aspetta. Dovrà rimanere “nella camera nuziale” per trenta giorni senza mai uscirne e senza parlare con nessuno eccetto che con i familiari. La madre si occuperà dei preparativi della festa, la nuora (“Non ho mai più voluto sposarmi dopo la tragedia successa in famiglia per causa d’un fatto d’amore!”) le sarà sempre accanto come ‘maestra’ di comportamento, potrà ricevere in camera la sorella più giovane, ancora bambina. Le tradizionali usanze, scrupolosamente conservate come leggi che non ammettono eccezioni, ci vengono fatte conoscere (ricordare) dalla zia nubile, che di tutto informa la promessa sposa (le spiegazioni sono riferite, ad evitare volutamente lo spettacolo che avrebbe potuto distrarre l’attenzione degli spettatori dagli incredibili particolari del dialogo) soltanto a viva voce. Non le è permesso vedere il fidanzato, che non conosce, prima del giorno del matrimonio. “Avrai tempo tutta la vita per conoscerlo!” “Ma io non voglio sposare uno che non conosco e quindi non amo!” “Il matrimonio non è un affare che riguarda te, ma l’onore di due famiglie. Il tuo prossimo sposo è figlio d’uno dei più ricchi mercanti del luogo!” “Non m’interessa!” “Prega Allah che ti conceda di saper portare le conseguenze del tuo destino di donna”. “Tanto, aggiunge un’altra zietta, prima o poi egli morirà e tu allora sarai libera!” “E non meravigliarti se poi egli ne sposerà un’altra dopo di te. Anche mio padre aveva due mogli, e il nonno aveva molte mogli!” I dialoghi riguardano altre circostanze che la giovane Ayasah rifiuta ma inutilmente, perché quello “è il suo destino”. Per di più il padre ne ha sposate due, ma la seconda è cristiana, “cosa incredibile!”, e i figli, se ce ne saranno, anche se egli è sposato, saranno illegittimi. A fare il controcanto alla sorella entra in campo la sorellina. “Io non accetterò mai cose così! Io so quello che voglio!” Per il governo prima o poi, dichiara il fidanzato prossimo sposo, che ha fatto il ribelle con altri giovani decisi a cambiare le cose (“quando abbiamo visto i sacrifici che dovevamo fare in quella vita, ognuno se n’è tornato a casa sua!”), arriva il tempo che deve cambiare sistema!” “Basta che quel tempo arrivi e non ci sia troppo da aspettare!”, commenta la seconda zia arrivata in visita ad Ayasah.

E’ anche vero (commentiamo infine tra noi sei, gli unici spettatori presenti in sala durante la proiezione), è anche vero che, se lasciamo fare i film soltanto a chi sa usare bene la cinepresa, allora non verremo mai a conoscere situazioni umane al limite, come questa ancora attuale!…Ma lo sapevamo già quello che succede in certi posti del mondo!”

Anche se il film è deludente sotto il profilo cinematografico, il merito di aver raccontato una storia attuale senza strumentalizzarla ai fini spettacolari, merita attenzione. Come sia potuto essere inserito nella rassegna dei film della Settimana della Critica nella “Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia” accanto ad opere meritatamente selezionate, non se ne comprende la motivazione, se non quella di carattere umanitario facendo spazio a cinematografie emergenti. (Adelio Cola)

 


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