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NORUWEI NO MORI (NORWEGIAN WOOD)



Regia: Tran Anh Hung
Lettura del film di: Manfredi Mancuso
Edav N: - 2010
Titolo del film: NORUWEI NO MORI (NORWEGIAN WOOD)
Titolo originale: NORUWEI NO MORI (NORWEGIAN WOOD)
Nazione: GIAPPONE
Anno: 2010
Presentato: 67. Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia - 2010 - In Concorso

È la storia di Watanabe, un giovane adolescente giapponese che, nella Tokyo anni ’70, vive la sua amicizia spensierata con il coetaneo Kizuki e la di lui ragazza Naoko. Dopo la morte (avvenuta per suicidio) di Kizuki, Watanabe si isola, perdendo i contatti con Naoko e rivedendola soltanto a qualche anno di distanza. Durante una delle loro rimpatriate, alla festa di compleanno di Naoko, i due finiscono per fare sesso (sebbene Naoko sia ancora vergine) e Watanabe si innamora della ragazza, la quale però, la mattina seguente, fugge via, dando in seguito spiegazioni solo attraverso delle lettere: il suo medico curante le ha infatti consigliato di “staccare la spina” e ricoverarsi in una struttura di cura nei pressi di una zona boschiva.

Orfano di Naoko, della quale è però innamorato, il ragazzo finisce con stringere altre amicizie, fra cui quella con Nagasawa, uno scapestrato gigolò che passa con disinvoltura da una donna all’altra e che coinvolge Watanabe nelle sue avventure a base di sesso. Altra amicizia è quella con Midori, ragazza con la quale Watanabe si lega sentimentalmente, cercando di intrecciare con lei una relazione sessuale. L’amore per la non dimenticata Naoko spinge però Watanabe a lunghi viaggi in solitaria e a soggiorni nella struttura di cura montana dove ha modo di incontrare la donna e ricordare con lei il passato. Durante una delle loro conversazioni Naoko racconta al giovane amico il perché, pur essendo stata la fidanzata dello sfortunato Kizuki, fosse ancora vergine al momento del rapporto consumato con Watanabe: ella infatti pur essendo innamorata di Kizuki non era mai riuscita ad essere penetrata fisicamente dal giovane. E la storia si ripete, di lì a poco, anche con Watanabe, poiché, innamorandosene, la ragazza non riesce più a fare sesso nemmeno con lui.

Le condizioni psichiche di Naoko intanto peggiorano rapidamente e, un brutto giorno, la ragazza si suicida, lasciando Watanabe nel più completo sconforto. Dopo aver sofferto per la dipartita di Naoko, a Watanabe non resta che tornare in ultimo da Midori, anche se il lutto che l’uomo porta dentro lo opprime ormai con dolorosa potenza.

Se dalla vicenda appena narrata passiamo ad analizzare il racconto cinematografico utilizzato dal regista Hung notiamo subito come il personaggio di Watanabe, protagonista del film, ha una reazione complementare ma affatto diversa a quella del coetaneo/amico Kizuki che vediamo quasi all’inizio del film suicidarsi per la sfortunata relazione (come capiremo dopo) che egli intrattiene con Naoko. Oppresso dalla straziante incapacità di possedere fisicamente la donna amata Kizuki si uccide, mentre Watanabe, che poi vedremo nella stessa situazione vissuta da Kizuki, decide caparbiamente di “sopravvivere” (più che di vivere) nell’ottimistica (come esprimerà egli stesso) convinzione che tutto andrà per il verso giusto e che solo vivendo si potranno superare i mesti ricordi del passato. Il personaggio di Watanabe si caratterizza del resto per un doloroso processo di maturazione, ben mostrato durante il film con il cambiamento che l’uomo subisce dalle scene di iniziale e spensierato triangolo di amici alle scene finali, soprattutto quelle del lutto per la perdita di Naoko e nell’ultima nella quale il ragazzo, che telefona a Midori senza alcuna convinzione, appare sperduto e confuso, mentre la sua voce fuori campo sullo schermo nero ci avverte, con ineluttabile tragicità, che i morti rimangono immutabili nella loro età, mentre i vivi continuano ad accumulare anni che gravano dolorosi sulle spalle (del resto, un cambiamento si potrebbe anche individuare nell’emblematica scelta dei dialoghi e dei termini usati da Watanabe, pronto ad usare la sicura terminologia «certo» o anche «sicuramente», ripetuto nel film parecchie volte, mentre alla fine alla domanda di Midori non saprà che rispondere con un laconico «non so»). Il tema della dolorosa consapevolezza della maturità si lega però a una tematica ben più complessa e strutturata. Nel film il sesso e l’amore che sembrerebbero a prima vista legati indissolubilmente vengono in realtà presentati come caratteri antitetici. Nel film, all’amore non corrisponde il sesso e viene anzi impedita (per non dire negata) ogni forma di completa comunicazione amorosa tra l’uomo e la donna: le indicative vicende di Kizuki e Naoko prima e Watanabe e Naoko/Midori in seguito spiegano bene il pensiero del regista. Dopotutto l’amore (quello vero) porta non soltanto all’incapacità di una vera e profonda comunicazione tra le parti (e il sesso quando c’è l’amore risulta una delle più elevate forme di comunicazione), ma anche alla morte (ovvero al disfacimento di ogni possibile comunicazione), come mostrano bene le vicende di Naoko e Kizuki, ma anche della sfortunata Hatsumi, fidanzata fedele e ignorata dallo scapestrato Nagasawa. Quest’ultima tematica, che per costanza espressiva (più che per forza espressiva) risulta essere l’idea principale dell’autore, intrisa da un forte pessimismo, è però smorzata da qualche imprecisione di struttura che pare di tanto in tanto, perdersi ed esaurirsi al mero livello di vicenda. Per il resto, il film ha sicuramente pregi e qualità artistiche indiscutibili che lo rendono un prodotto di tutto rispetto; peccato che l’eccessiva lentezza (del resto uno stile e non una colpa dei film orientali) lo faccia apparire, agli occhi di noi occidentali, troppo lungo e a tratti ripetitivo.

 (Manfredi Mancuso)
 


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