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LUNGA VITA ALLA SIGNORA



Regia: Ermanno Olmi
Lettura del film di: Olinto Brugnoli
Edav N: 156 - 1988
Titolo del film: LUNGA VITA ALLA SIGNORA
Titolo originale: LUNGA VITA ALLA SIGNORA
Cast: regia e sceneggiatura: Ermanno Olmi musica da tavola di Georg Philip Teleman - edizione e suono: Fabio Olmi, Paolo Cottignola fotogr.: Maurizio Zaccaro cost.: Francesca Sartori effetti speciali: Cinemagica interpr. principali: Marco Esposito (Libenzio), Simona Brandalise (Corinna), Stefania Busarello (Anna), Simone Dalla Rosa (Mao), Lorenzo Paolini (Ciccio), Tarcisio Tosi (Pigi) colore durata: 115 (m. 2980) produz.: RAI Radiotelevisione Italiana, Raiuno, Cinemaundici con la coll. dellIstituto Luce - origine: ITALIA, 1987 distribuz.: Istituto Luce, Italnoleggio Cinematografico: per lestero SACIS.
Sceneggiatura: Ermanno olmi
Nazione: ITALIA
Anno: 1987
Premi: LEONE D'ARGENTO ALLA MOSTRA DEL CINEMA DI VENEZIA 1987
Chiavi tematiche: Valori umani ed evangelici

Dopo una lunga e gravissima malattia, Ermanno Olmi ritorna a realizzare un’opera cinematografica (l’ultimo suo film è stato Cammina cammina del 1983) che, presentata alla Mostra di Venezia, ha ottenuto – ex-aequo con Maurice di James Ivory – il Leone d’Argento ed altri numerosi riconoscimenti. Per molti critici Lunga vita alla Signora! avrebbe meritato il massimo riconoscimento, il quale è invece andato al film di Malle AU REVOIR LES ENFANTS.

 

La vicenda. Un gruppo di giovani, quattro ragazzi e due ragazze, raggiunge un castello adibito a lussuoso albergo tra i monti. Sono allievi di una scuola alberghiera (i migliori del loro corso) e sono stati assunti per una sorta di prova generale, come camerieri in una cena in onore di una tanto vecchia quanto temuta e riverita signora. Alla cena, partecipano illustri personalità del mondo politico, economico e della cultura. Tra i giovani camerieri c’è il timido Libenzio, un ragazzo di umili origini, rimasto orfano di madre fin dall’infanzia e allevato praticamente dalla nonna. Agli occhi sorpresi e attoniti dei giovani (e di Libenzio in modo particolare) si rivela poco alla volta il mondo dei potenti; un mondo fatto di ipocrisie e di formalismi, di crudeltà e di ambiguità.

Resosi conto del degrado di tale mondo che cerca di irretirlo, Libenzio reagisce dandosi alla fuga. Ci riesce, nonostante il feroce cane della signora, che però si rivelerà più innocuo e più incline al gioco di quanto si potesse immaginare.

 

IL RACCONTO. Tutto il materiale narrativo può e deve essere ripreso e analizzato a livello di racconto (per questo ci si è limitati ad una sintesi così scarna della vicenda), in quanto rivela subito una precisa strutturazione in funzione tematica. La struttura del film appare lineare, con l’inserimento però di numerosi flashback, vòlti soprattutto a definire e a delineare la figura e il mondo interiore di Libenzio, che può essere considerato il vero protagonista del film.

 

Una prima analisi narrativa ci consente di dividere il racconto in alcuni grossi blocchi: l’arrivo dei giovani col treno in una località sperduta in mezzo ai monti; la loro introduzione al castello; la sistemazione e l’assegnazione dei compiti; i preparativi per la cena; l’arrivo degli ospiti; l’arrivo della signora; la cena vera e propria; la relazione sullo stato delle cose; il dopo-cena; un primo tentativo di fuga di Libenzio; la fuga definitiva.

 

Ma fin dall’inizio prendono peso alcuni elementi narrativi che lasciano intravedere una precisa impostazione strutturale. I giovani, timidi e smarriti al loro arrivo nella stazioncina di montagna, vengono prelevati da un’ambigua signora che, con modi bruschi e sbrigativi, li fa salire su una vettura per portarli a destinazione. Le immagini della macchina oltremodo polverosa e sporca che percorre le stradine di montagna strombazzando ossessivamente e sulla quale troneggia una poltrona rivestita con uno sbrindellato cèllofan contrastano significativamente con le immagini delle silenziose e splendide montagne la cui solennità è turbata e violata in modo stridente.

Dopo i titoli di testa e l’arrivo al castello, una curiosa didascalia avverte che fatti e personaggi del film non sono del tutto immaginari. La sottolineatura che viene poi fatta dei vari personaggi presenti al castello (tra i quali spicca il vecchio con la barba bianca che osserva tutto ciò che accade con l’aria di un testimone curioso e divertito); il peso visivo che viene dato all’enorme mostruosa cernia che dovrà essere servita per la cena; la descrizione delle camere che vengono assegnate ai giovani con la sottolineatura di sbarre e grate che le fanno assomigliare a delle prigioni: tutto ciò conferisce al racconto un chiaro carattere di apologo che consente di vedere e interpretare i fatti e gli avvenimenti sotto questa particolare luce.

 

A questo punto, comincia a prendere consistenza e a svilupparsi l’elemento strutturale più evidente e significativo dell’intero film: la contrapposizione tra il mondo interiore di Libenzio (e, per certi aspetti, anche dei suoi compagni) e il mondo della signora e dei suoi ospiti.

1) Il mondo della signora.

·      Si è già accennato al carattere di prigione che caratterizza il castello. È una costruzione sinistra, piena di ostacoli e di barriere: cancelli, porte, grate, catenacci. È una sorta di labirinto al quale è difficile accedere (il guardiano, le telecamere) e dal quale è difficile uscire (si veda il primo tentativo di fuga di Libenzio andato a vuoto per la chiusura del cancello e per l’ininterrotta sorveglianza). Le sue stanze e i suoi saloni sono talvolta percorsi dal terrificante latrato del cane della signora, Grifo, che incute timore anche per la sua possente mole e la ferocia del suo aspetto. Le cucine sotterranee, nelle quali lavorano numerosi cuochi, hanno un che di infernale per i vapori che vi si sprigionano, per la presenza della mostruosa cernia, e per le grida e le parolacce che ogni tanto arrivano anche nella sala da pranzo.

La cameriera che introduce i giovani davanti al direttore si asciuga di nascosto le lacrime, esprimendo così un senso di dolore che contribuisce a connotare in modo negativo la realtà di quell’ambiente. Gli spari che servono a collaudare i vetri antiproiettile interrompono la conversazione e s’impongono alle persone per la loro violenza disumana. La rigida determinazione della signora che sulla tavola non compaia nemmeno un fiore è ulteriore elemento di freddezza e di aridità.

 

·      Ma ciò che assume particolare rilievo nella descrizione di questo mondo è il rigido sistema gerarchico che lo caratterizza. Gli ospiti, che parlano varie lingue esprimendo varie nazionalità (elemento chiaramente universalizzante), appartengono, come si è detto, a vari campi del potere, da quello finanziario, a quello politico, a quello culturale. Tutti però hanno un posto rigidamente fissato alla tavola della signora; così come esiste una rigida scala gerarchica che regola la posizione e i compiti del personale di servizio: dalla «signorina» e il suo «assistente» fino all’ultimo inserviente. Ognuno al suo posto, dunque; e le persone non valgono e non vengono considerate per quello che sono, bensì per il posto che occupano. E il posto è assegnato dalla signora che ha la facoltà di ammettere alla sua tavola nuovi ospiti (i due che partecipano per la prima volta a siffatta riunione) e di declassarne altri (la coppia che mestamente prende atto della degradazione e cambia posto: un’umiliazione che si ripercuote anche sul piano fisico e porterà al ricovero dell’uomo).

 

·      All’interno di tale sistema esiste un piccolo spazio per la trasgressione. Il «signorino», probabilmente il figlio della signora, che vediamo arrivare prima con l’aeroplano, poi con la motocicletta, si mette volutamente – e nonostante le volgari proteste della «signorina» – all’ultimo posto, obbligando tutti gli ospiti a scalare di un posto. Durante la cena, poi, si permette di fare i dispetti alla signora non mangiando, gettando la sigaretta nel piatto, perfino facendo le boccacce.

Ma basta una coppa di champagne per farlo calmare e alla fine si accontenta di flirtare con la moglie di un convitato e accetta implicitamente l’invito della signora di andarle a dare la buona notte prima di dormire. Si tratta quindi di una contestazione contenuta e limitata all’ambito famigliare ed affettivo ed esprime una sorta di nepotismo e di paternalismo camuffato da liberalità.

 

·      Le regole del sistema impongono anche un’autentica discriminazione e crudeltà nei confronti dei bambini che vengono rigorosamente emarginati. L’unica cosa che possono fare è accogliere la signora con un bell’inchino; poi se ne devono andare nelle stanze loro riservate. Certo, si procura loro una coppia di clown per farli divertire, ma il bisogno d’affetto e le invocazioni del bambino ammalato vengono lungamente elusi e solo alla fine, e con atteggiamento vittimistico, la madre si decide ad alzarsi da tavola.

 

·      Il formalismo, inoltre, regna sovrano. «La signora non ammette posti vuoti», tuona la «signorina»; pertanto l’ospite mancante deve essere immediatamente rimpiazzato da un cameriere che si finge invitato e al quale viene imposto un bel paio di occhiali con i quali, però, non riesce a vedere.

Anche i cibi esotici e ricercati che vengono serviti sono quasi immangiabili per molti ospiti, ma bisogna sforzarsi e far finta di apprezzarli per non sfigurare e non urtare la suscettibilità dell’illustre ospite.

La signora stessa è quanto di più scadente e decrepito si possa immaginare.

Sempre accompagnata, si regge a malapena e parla solo per il tramite del suo accompagnatore. Non mangia («Le basta sentire il profumo»); beve a fatica con una cannuccia ed è sempre intenta ad osservare gli invitati con il suo inseparabile binocolo. È il simbolo del decadimento e della decomposizione. Ma anche di un potere che tiene in pugno gli uomini. Il suo arbitrio non conosce limitazioni: può decidere all’improvviso di anticipare lo champagne, scombussolando così tutti i piani e mettendo nell’imbarazzo gli organizzatori della cena.

 

·      La cena raggiunge il punto culminante con la formalistica e trionfale esibizione della cernia. Le immagini sottolineano la mostruosità dell’animale, che viene tuttavia ammirato per la sua apparenza («Il magnifico animale») e tendono a stabilire un rapporto con la “mostruosità” della signora, che lo fissa con particolare compiacimento.

 

·      Altro momento di particolare importanza è dato dalla relazione ufficiale fatta con l’aiuto di tecniche moderne e basata su una serie ininterrotta di grafici e di «aridi numeri» (cioè su aspetti esclusivamente quantitativi). Da notare che tale relazione è rigorosamente riservata agli «addetti ai lavori» e tutte le persone di servizio vengono scrupolosamente estromesse dalla sala. Inoltre la relazione esige il consenso indiscriminato (gli applausi ripetuti); e coloro che tentano di dare una versione diversa (il padre della ragazzina cui sono stati sottratti i fogli perché non intervenga) vengono subito messi a tacere (la musica che interrompe il suo tentativo di parlare).

 

·      Si può accennare ancora agli approfittatori e ai parassiti (la «signorina» che si ubriaca e il suo nuovo «assistente»); ai ladri e ai maneggioni (colui che ruba le posate e il tizio che ha sottratto i fogli della relazione scomoda); all’ambiguità di quella signora che si fa prestare l’accendino da Libenzio, alla sua spregiudicatezza e al suo tentativo di corrompere il ragazzo; alla durezza e al sospetto dell’«assistente» che perquisisce uno dei giovani; al clima equivoco e ambiguo che caratterizza il dopo-cena; ecc.

 

2) Il mondo di Libenzio. La figura di Libenzio, le sue origini, la sua educazione e la sua formazione vengono rapidamente tratteggiate attraverso una serie di flashback – più o meno lunghi – che si riferiscono a due periodi di fondamentale importanza nella sua vita: l’infanzia e la scuola alberghiera. Libenzio è un ragazzo di origini povere. Rimasto senza madre, è stato allevato dal padre ma soprattutto dalla nonna che gli ha dato un’educazione religiosa un po’ rigida e all’antica ma anche profonda e maturante.

L’impatto di Libenzio con il mondo austero e quasi pauroso del castello suscita in lui il ricordo soprattutto degli aspetti meno positivi della sua educazione e della sua passata esperienza: la maestra che lo zittisce; il divieto categorico «non commettere atti impuri»; le prese in giro dei compagni per il suo nome strano; il funerale della mamma; e soprattutto l’esperienza fatta presso la scuola alberghiera dove ha ricevuto un sacco di nozioni formalistiche, ripetitive, talvolta assillanti, che lo portano per reazione a desiderare di fare tutto il contrario (si veda la gustosa scena, piena di ilarità e rappresentata in modo accelerato, in cui i giovani fanno tutto l’opposto di ciò che è stato loro raccomandato). Come i suoi compagni arriva al castello pieno di stupore e di speranze: «Però siamo stati fortunati... Ma ve l’immaginavate così?». Poi subentrano gradualmente il sospetto e la paura a contatto con le stranezze cui si trova di fronte.

Libenzio è, come i suoi compagni, un ragazzo semplice, timido, riservato, ma possiede una particolare sensibilità: viene subito colpito, quasi presentendone l’importanza, da quella porta misteriosa con tanto di catenaccio e da quel pezzo di stoffa che potrebbe significare una fuga precipitosa effettuata da qualcuno tanto tempo prima. Per ben due volte, andando in cantina, egli si sofferma ad osservare quella porta che dà sul garage, cercando di penetrare il segreto o il mistero che potrebbe nascondere; diventa poi un testimone attonito e allibito di quel mondo che gli si manifesta poco alla volta. Il suo sguardo stralunato dietro le spesse lenti si posa su tutto e su tutti nel desiderio di capire, di penetrare, di intuire. Il volto angelico della ragazzina scatena in lui i più bei ricordi dell’infanzia e le immagini più serene e rassicuranti della sua educazione religiosa.

La ragazzina diventa per lui l’angelo custode, quell’angelo dai capelli biondi raffigurato nel quadretto appeso alla parete, che suscitava in lui tutta una serie di curiosità e di domande. È significativo che quella ragazzina-angelo sia costretta, in seguito all’umiliazione subita dal padre, ad abbandonare la sala: quasi a dire che in quel contesto non c’è posto per il candore e l’innocenza ma solo per gli aspetti più superficiali ed esteriori (la signora, che della ragazzina elogia la bellezza incomparabile che le «potrà far ottenere dalla vita tutto quello che vorrà»).

Libenzio si rende gradualmente conto dell’inautenticità di quel mondo che, fino a un certo punto, è costretto a subire. Ma nel momento in cui sta per esserne coinvolto ed irretito (la signora che cerca di sedurlo), reagisce e cerca di fuggire. Non riuscendovi, ritorna nella camera con i suoi compagni e va a letto. Ma l’incubo notturno, frutto della sua sensibilità e del suo mondo interiore, lo porta ad una decisione irrevocabile: la fuga a tutti i costi, nonostante la paura e i pericoli.

 

La significazione immediata del film nasce dalla chiara contrapposizione strutturale dei due filoni che si sono brevemente analizzati. Libenzio, che è un certo tipo (origine, educazione, sensibilità), viene a contatto con un mondo disumano e inautentico che cerca di accalappiarlo. La sua fuga è rifiuto e condanna di quel mondo (“fuga da”), ma è anche (“fuga verso”)ricerca di qualcosa di più pulito, più puro, più genuino (le montagne e il bosco splendidamente illuminati dalla pura luce del primo mattino). Il feroce Grifo, che alla fine si rivela bonaccione e mansueto (la didascalia finale avverte che «non azzannò Libenzio, ma si mise ad aspettare che riprendesse a correre... e a giocare»), sta forse ad indicare che la fuga da quel mondo (colosso dai piedi d’argilla?) è più facile di quanto possa sembrare, perché basata soprattutto sulla determinazione e la convinzione personali.

Dato il carattere chiaramente allegorico di tutta la narrazione ci si può ora chiedere che cosa rappresentino in ultima analisi i due mondi sopra descritti.

Il mondo della signora è, come si è già accennato, il mondo dei potenti, di coloro che a vario titolo e in varia misura detengono un potere. Ma tale mondo viene soprattutto definito sulla base degli pseudo-valori o dei “vizi” che lo connotano: formalismo, esteriorità, crudeltà, corruzione, ecc.

In altre parole, i vari personaggi non vengono presentati come esprimenti un certo tipo di potere, bensì piuttosto come manifestanti certi vizi di natura morale.

Si potrebbe dire pertanto che tale mondo rappresenta il Potere che è male, ma anche il potere del Male che, corrotto, cerca di corrompere.

Il mondo di Libenzio è, viceversa, il mondo della semplicità, dell’innocenza, della bontà. È il mondo dei valori semplici ma genuini, profondamente umani, interiori, spirituali, anche religiosi. Chi possiede tali valori non può che rifiutare la corruzione e l’inautenticità. E lo può fare facilmente perché tale rifiuto dipende esclusivamente da lui e dalla sua determinazione interiore.

 

Il linguaggio cinematografico di Ermanno Olmi si riconferma anche in questa opera originale ed esemplare. La significazione del film scaturisce da una struttura tipicamente “contornuale”, cioè basata sulla giustapposizione di due filoni narrativi ben precisi che, a loro volta, si sviluppano per un gioco squisitamente immaginifico. L’immagine – visiva, sonora, audiovisiva – raggiunge una rara forza espressiva. Il commento musicale – la Taflmusik di Telemann – è di straordinaria efficacia e di grande aderenza allo spirito dell’opera. La recitazione (come al solito Olmi si avvale di interpreti non professionisti) è sobria, calibrata, puntuale. Lo stile, nonostante l’importanza e la drammaticità del tema che viene sviluppato, sa essere lieve ed ilare, delicato e talvolta ironico.

 

L’impegno tematico e morale costituisce una delle costanti di tutta l’opera di Ermanno Olmi che sa cantare gli autentici valori umani ed evangelici senza scivolare nella retorica o cadere nel tono predicatorio, ma con la semplicità, la forza e la coerenza di chi ci crede davvero e desidera non solo cantarli, bensì anche proporli e trasmetterli all’uomo contemporaneo che troppo spesso dimostra di averli dimenticati. (Olinto Brugnoli)

in Edav n. 156, 1988

 


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