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IL MESTIERE DELLE ARMI



Regia: Ermanno Olmi
Lettura del film di: Olinto Brugnoli
Edav N: 289/290 - 2001
Titolo del film: IL MESTIERE DELLE ARMI
Titolo originale: IL MESTIERE DELLE ARMI
Cast: regia, sogg. e sce­negg.: Ermanno Olmi - fotogr.: Fabio Olmi - mus.: Fabio Vacchi - mont.: Paolo Cottignola - sce­nogr.: Luigi Mar­chione - cost.: Francesca Sartori - interpr.: Hristo Jivkov (Joanni de' Medici), Sergio Grammatico (Federico Gonzaga, marchese di Mantova), Dimitar Ra­tchkov (Luc' Antonio Cuppano), Fabio Giubbani (Matteo Cusastro), Sasa Vuli­cevic (Pietro Aretino), Dessy Tenekedjieva (Maria Salviati de' Medici), Sandra Ceccarelli (Nobildonna di Mantova), Giancarlo Belelli (Alfonso d'Este, duca di Ferrara), Paolo Magagna (Francesco Maria della Rovere, duca d'Urbino), Nikolaus Mo­ras (Zorzo Frun­dsberg), Claudio Tombini (Ricco mercante), Aldo Toscano (Loyso Gon­zaga), Michele Zattara (Palafreniere di Joanni), Vittorio Corcelli (Frate domenicano), Franco Palmieri (Paolo Giovio), Paolo Roversi (Blaise de Monluc), Francesca Lo­nardelli (Cortigiana di Federico) - colore - durata: 105' - produz.: Cinema 11Undici/Rai Cinema/StudioCanal/Tauru­sproduktion - origine: Italia/Francia/Germania, 2000 - distrib.: Mikado - vhs e dvd: Multimedia San Paolo in autunno 2001
Sceneggiatura: Ermanno Olmi
Nazione: ITALIA / FRANCIA / GERMANIA
Anno: 2000
Premi: IN CONCORSO A CANNES 2001. GLOBO D'ORO 2001 DELLA STAMPA ESTERA IN ITALIA COME MIGLIOR FILM. DAVID DI DONATELLO 2002: MIGLIOR FILM, MIGLIOR REGIA, MIGLIOR SCENEGGIATURA, MIGLIOR PRODUZIONE, MIGLIOR FOTOGRAFIA, MIGLIOR MUSICA, MIGLIOR MONTAGGIO, MIGLIOR SCENOGRAFIA E MIGLIORI COSTUMI.
Chiavi tematiche: senso della vita
Il film precedente realizzato da Er­man­no Olmi per il grande schermo è stato IL SEGRETO DEL BOSCO VECCHIO (1993). In seguito il grande regista bergamasco ha girato il film per la televisione GENESI: LA CREAZIONE E IL DILUVIO (1994) (v. EDAV n. 226, Nat). Ora ritorna con un’opera, che si potrebbe definire un kolossal-intimistico, che pone al centro dell’attenzione la parabola umana e spirituale di Joanni de’ Medici, detto Giovanni dalle Bande Nere.

Tutto è partito dalla lettura di un’antica cronaca di chirurgia che descriveva l’amputazione della gamba destra al capitano di ventura Joanni de’ Medici, operazione che non lo salvò comunque dalla cancrena e dalla morte.

La vicenda si riferisce — come precisa una didascalia che compare sullo schermo subito dopo i titoli di testa — a «Li ultimi fatti d’arme dello illustrissimo signor Joanni da le Bande Nere» e preci­samente agli eventi che si verificarono dal 23 al 30 novembre del 1526. Giovanni, a soli 28 anni, è uno stimatissimo capitano dell’esercito pontificio che cerca di sbarrare la strada verso Roma ai Lanzichenecchi, guidati dal generale Frunds­berg. La sua abilità e la sua grande determinazione gli ottengono buoni risultati, ma il tradimento di Federico Gonzaga, mar­chese di Mantova, che permette il transito delle truppe tedesche sul suo territorio, e quello di Alfonso d’Este, duca di Ferrara, che fornisce al Frundsberg l’artiglieria, gli saranno fatali.

Colpito da una palla di piombo da un chilo sparata a tradimento, Giovanni trascorre gli ultimi giorni della sua vita ospite del suo amico Loyso Gonzaga, tra dolori e ricordi, affrontando la morte coraggiosamente, confortato dalla fede.

La sua morte sarà occasione di sofferenza e di rimpianto da parte di tutti coloro che avevano conosciuto le sue doti di soldato e di uomo.

Il racconto possiede una struttura piuttosto complessa. C’è innanzitutto una lunga INTRODUZIONE che precede i titoli di testa. Le immagini mostrano in primo piano un elmo e delle lance: sono le armi tradizionali, quelle che venivano usate da chi appunto praticava il «mestiere delle armi», prima dell’avvento delle potenti armi da fuoco che rivoluzioneranno il modo di fare la guerra. Una didascalia riporta un significativo passo di Tibullo — autore latino del I° secolo a.C. famoso per la sua condanna della guerra —: «Chi fu il primo che inventò le spaventose armi? Da quel momento furono stragi, guerre. Si aprí la via piú breve alla crudele morte. Tuttavia il misero non ne ha colpa. Siamo noi che usiamo malamente quel che egli ci diede per difenderci dalle feroci belve».

Viene poi presentato il personaggio di Pietro Aretino, la cui vo­ce narrante (spesso fuori campo) possiede durante tutto il film un grosso peso strutturale. Egli parla della morte di Giovanni, ormai avvenuta, mentre le immagini ci mo­strano Federico e Loyso Gonzaga: «Ognuno di noi, scordandosi di sé medesimo, piangeva rammaricandosi che la sorte avesse senza ragione portato a morire nel maggior bisogno della guerra un cosí nobile e valoroso capitano».

È poi la volta del pala­fre­niere del capitano de’ Medici, che mestamente osserva co­me: «In questi tempi è usanza di procedere piú di tutto con in­tri­ghi e inganni della politica».

Mentre Pietro Aretino continua a raccontare le ore che precedono la morte (il dispaccio di Federico Gonzaga ad Alfonso d’Este) e il momento della morte stessa (il lettuccio da campo per morire da soldato), vediamo il generale Fran­cesco Maria Della Rovere, duca di Urbino, che raccomanda a Giovanni di confermare il suo buon nome «con la religione della nostra fede, sotto le cui osservanze siamo na­ti e vissuti».

Infine, Matteo Cu­sastro, cancelliere del Gonzaga, parla della com­mo­zio­ne del Papa Clemente VII, di cui Gio­vanni era nipote, che tuttavia «ha riconosciuto le male parti che sapeva essere in lui, che superavano di assai le buone».

Nell’accavallarsi di personaggi e di osservazioni, questa lunga INTRODUZIONE anticipa alcuni elementi tematici che ver­ranno sviluppati durante tutto il film: un preciso quadro storico; il passaggio dalle armi tradizionali alle nuove armi da fuoco; gli intrighi e gli inganni della politica; la complessa figura di Giovanni come soldato e come uomo.

Le immagini ci portano poi all’interno di una chiesa dove sta per essere celebrato in forma ufficiale il funerale di Giovanni.

Dopo i titoli di testa e la di­da­scalia di cui s’è parlato, parte un lungo flash-back, che costituisce il CORPO CENTRALE del film. Alla fine, terminato il flash-back, si ritorna nella chiesa con i titoli di coda. C’è infine un EPILOGO con un ragguaglio storico da parte dell’Aretino: «L’esercito tedesco di Sua Maestà cesarea l’imperatore Carlo V, congiuntosi alle truppe del Borbone, conquista e mette a sacco la città di Roma nel maggio del 1527» e un’annotazione conclusiva da parte del palafreniere di Giovanni: «A motivo della sinistra sorte capitata al signor Giovanni de’ Medici i piú illustri capitani e comandanti di tutti gli eserciti fecero auspicanza affinché mai piú venisse usata contro l’uomo la potente arma da fuoco».

Il CORPO CENTRALE del film può essere suddiviso in due grosse parti: la prima è soprattutto rivolta ad evidenziare il quadro storico e le doti militari di Gio­van­ni;­ la seconda si sofferma a inda­ga­re sul mondo interiore del protagonista e sul suo mo­do di vivere e di affrontare la morte.

Si può comunque affermare che in tutto il film (introduzione, corpo centrale ed epilogo) sono presenti alcuni elementi tematici che vengono variamente sviluppati e trovano una loro unità attorno al protagonista e in funzione di lui. Vediamoli brevemente.

IL QUADRO STORICO. L’autore dimostra grande attenzione nei confronti dei dati storici che vengono continuamente rimarcati e richiamati.

Si è già detto dell’introduzione e dell’epilogo, pieni di riferimenti storici.

Ci sono delle date precise: la morte di Giovanni avviene a Man­tova il 30 novembre 1526; alcune didascalie scandiscono i giorni che vanno dal 23 al 30 novembre; viene precisata la data del sacco di Roma; ecc..

La voce fuori campo di Pietro A­re­tino, inoltre, interviene ogni tanto per spiegare la situa­zione sto­rica: «Alla calata degli Ale­man­ni in Italia sono andati a sbarrare loro il passo il generale Della Rovere, duca di Urbino, comandante l’e­ser­cito pontificio, con 8.000 fanti e 600 lance, preceduti dal signor Giovanni de’ Medici con 600 uomini d’arme, cavalleggeri e ar­chi­bugeri di pari numero, avendo egli il disegno di incomodare la marcia degli Alemanni con incursioni improvvise di giorno e di notte, tanto che all’uopo il capitano de’ Medici ha fatto brunire tutte le armature per sorprendere il nemico anche col buio».

E ancora: «Il supremo comandante degli Alemanni, generale Zorzo Frundsberg, vuole raggiungere al piú presto Roma avendo determinata la sua gente apposta per lo sterminio dei preti e a saccheggiare tutte le ricchezze della Chiesa, vantandosi costui di un cappio d’oro che tiene legato al­l’arcione e dicendo pazzamente di voler con quello impiccare il Pa­pa». Le carte geografiche dell’epoca che ogni tanto appaiono in so­vrimpressione e le didascalie che precisano i luoghi dove si svolgono le a­zioni conferi­sco­no al film valore di documento storico e rivelano le ac­curate ricerche svolte dal regista e dai suoi collaboratori prima di realizzare l’opera. Inoltre viene precisato il «clima» che caratterizza tale periodo storico.

È un periodo in cui quello delle armi è veramente un «mestiere», che esige abilità e coraggio. Ma è anche un periodo che vede orde di mercenari disposti a tutto e pron­ti a passare da una parte all’altra, qualora le paghe non arrivino o l’interesse lo richieda. È un periodo di distruzione e di morte che viene stigmatizzato con tono profetico da quel prete che s’aggira solitario per la campagna trascinandosi dietro quel crocifisso mutilato dai soldati per farne legna da ardere: egli annuncia il ca­stigo di Dio e definisce quei soldati «ombre e vuoti simulacri».

LE NUOVE ARMI. Grande peso strutturale viene dato al passaggio dalle armi tradizionali alle potenti armi da fuoco: il film inizia (come detto) con le immagini del­l’elmo e delle lance e termina con l’«au­spi­can­za» sopra citata.

«Le nuove armi da fuoco cambiano le guerre…, ma sono le guerre che cambiano il mondo», osserva acutamente Pietro Are­ti­no. Fino ad allo­ra, i combattimenti avevano delle regole precise che costituivano una sorta di codice d’onore, rispettato da tutti. L’invenzione delle nuove armi porta a una sper­so­na­lizzazione della guerra e all’inizio della guerra «delle macchine», sempre piú violenta e micidiale.

Le immagini sottolineano con abbondanza di particolari e di dettagli la fusione dei cannoncini leggeri — i cosiddetti «falconetti» —, la preparazione delle palle, il collaudo che viene effettuato contro un’armatura che viene distrutta dal terribile colpo. Cosí come in seguito, il regista si sofferma nel descrivere il caricamento e la preparazione dei « falconetti» che verranno impiegati contro Giovanni. Queste armi favoriscono inoltre gli inganni e le imboscate, mettendo cosí fine alla «nobile arte della guerra».

E sarà proprio a causa di un’­im­­boscata e da una di queste armi che Giovanni verrà colpito e andrà incontro al suo destino di morte.

 

GLI INTRIGHI DELLA POLITICA. Ad un certo punto del film, Pietro Aretino legge alcune riflessioni di Ma­chiavelli a proposito dei mercenari e del rap­porto esistente tra denaro, politica e guerre. Subito dopo Giovanni osserva: «Ormai la politica conta piú degli eserciti».

È quanto emerge chiaramente dal comportamento di due personaggi che tanto peso avranno per il destino di Giovanni: Alfonso d’Este e Federico Gonzaga. Il primo, in risposta ad una precisa richiesta da parte di Giovanni, gli nega l’artiglieria adducendo come scusa che i pochi cannoni di cui di­­spone sono appena sufficienti per la sua difesa. In seguito, però, di fronte all’ambasciatore tedesco che gli porta l’investitura ufficiale da parte di Carlo V e un contratto di matrimonio tra Ercole d’Este e Margherita d’Austria, non esita a concedere i suoi «falconetti» alle truppe tedesche, facendoli pervenire in gran segreto al Frundsberg per via d’acqua, nascondendoli nelle barche del sale per aggirare la dogana di Parma. Due inquadrature dello stemma degli Estensi risultano cosí particolarmente significative: la ragion di Stato prevale sempre, anche sulla verità e sulla lealtà.

Federico Gonzaga non è da meno. Descritto come uomo superficiale, che si preoccupa piú delle cortigiane che degli affari di Stato, viene consigliato dal suo cancelliere di «favorire il passo al generale Frundsberg coi suoi armati per la porta di Cur­ta­to­ne». I tedeschi hanno solo fretta di passare il Po e liberarsi dall’incomodo dei pontifici: è piú conveniente per i Gonzaga farli passare al piú presto e cosí liberarsi dalle truppe del Papa che, essendo sot­to­pagate, ne combinano di tutti i colori («Son peggio dei turchi, furfanti e canaglie»). Federico dà pertanto l’ordine di far passare gli Alemanni, ingraziandosi cosí il Frundsberg.

Quando Giovanni arriva di notte a Curtatone trova la porta chiusa ed inveisce contro il vicario di Curtatone e lo stesso Federico, pro­mettendo vendetta. Federico poi, con grande ambiguità e falsità, tenta di giustificarsi adducendo come scusa che nessuno era sta­to informato dell’arrivo di Gio­van­ni e che le porte non vengono mai aperte di notte a chicchessia. Poi, consigliato dal solito cancelliere, manda un dispaccio urgente al Papa, affermando ipocri­ta­mente di essere stato costretto a far passare i tedeschi.E anche in seguito cercherà di giustificarsi con il generale Della Rovere o­stentando la propria buona fede e accusando piuttosto Giovanni di essere un fanatico e uno scal­manato.

 

JOANNI DA LE BANDE NE­RE. Già nell’introduzione viene presentato come un personaggio straordinario e dalle grandi doti («nobile e valoroso capitano»), ma non esente da contraddizioni e da difetti («le male parti che erano in lui»). Di lui si dice inoltre che è rimasto vittima de «le spaventose armi» e de «gli intrighi e gli inganni della politica». Nell’epilogo si evidenzia come la sua scomparsa abbia provocato l’avanzata degli Alemanni ed il sacco di Roma, e abbia prodotto una grandissima impressione al punto da suscitare in tutti i comandanti l’«auspi­can­za» di cui s’è detto.

Nella prima parte del corpo centrale del film viene sottolineata soprattutto la sua figura di condottiero abile e determinato. Nella lettera che invia al generale Della Rovere, Giovanni espone la sua strategia («Bisogna stanare il Frundsberg prima che passi il fiume e trovi libera la via di Parma») e la sua tattica (colpire il nemico soprattutto nelle vettovaglie). Egli è sempre pronto a colpire l’avversario di giorno e di notte (e per questo ha fatto brunire tutte le armature). Quando viene informato del tradimento di Federico Gon­zaga decide di partire immediatamente e, una volta giunto alla porta di Curtatone, non a­vendo libero il passo, urla tutta la sua rabbia e promette solenne e terribile vendetta. Attacca frontalmente i soldati tedeschi e li accusa di codardia per la loro tattica ri­nun­ciataria. Infine, venuto a conoscenza che il generale tedesco si trova pres­so l’antica fornace di Govèrnolo, non esita ad attaccarlo, senza sospettare dell’inganno che gli è stato preparato. La sua tempra di combattente emergerà anche nel finale, quando ordinerà che gli venga portato il suo let­tuc­cio da campo per morire da soldato.

Ma già in questa prima parte incomincia a delinearsi anche la sua figura di uomo incerto e fragile. Proprio mentre Federico Gonzaga ed Alfonso d’Este stanno elaborando i loro intrighi politici, emerge la figura problematica e titubante di Giovanni. Un Giovanni spesso sdraiato e ripreso dall’alto, intirizzito, che si guarda intorno con aria smarrita e quasi indifesa.

Di lui si mette in risalto l’aspetto privato, personale. Ed ecco i ricordi d’infanzia, la corrispondenza con la moglie, il pensiero rivolto al figlio Cosimo, il rapporto passionale e travolgente con una nobildonna di Mantova. Giovanni appare come un padre tenero e un marito affettuoso, che scrive alla moglie per chiederle cose semplici e banali (dei piatti, delle scodelle, un paio di tovaglie, ecc.), oppure per inviarla a Roma dal Papa a chiedere finanziamenti per la sua impresa. Ma è anche l’uomo debole che non sa resistere alla passione dei sensi, provocando il disonore della sua amante che si trova incinta di lui e rifiutata dal marito.

Nella seconda parte questo aspetto di Giovanni prende decisamente il sopravvento. Ospite di Loyso Gonzaga, egli sperimenta il dolore fisico e la paura della morte. La prima cosa che fa è quella di ringraziare tutti: Loyso, lo stesso Federico, che si è preso la premura di far venire il grande medico ebreo Cerusico per curarlo, e soprattutto Iddio, «che senza la sua volontà non si fa cosa alcuna».

Le immagini, con riprese quasi sempre dall’alto, sottolineano la sua sofferenza e la sua impotenza. Il suo sguardo vaga incuriosito e attonito di fronte alle immagini suggestive e inquietanti dipinte sulle pareti della stanza. La vendetta promessa a Federico si trasforma in disarmante sorriso e in richiesta di amore («Vogliatemi bene quando sarò morto»).

Il mondo interiore, quello dei sentimenti e degli affetti (la moglie, il figlio) e quello del rimorso (l’a­mante) riaffiora con sempre maggiore intensità. Accetta con grande coraggio l’amputazione della gamba, con la speranza di avere salva la vita. Gioisce nella speranza di essersi salvato. Riceve la benedizione da parte del sacerdote che recita le parole del De Pro­fundis che parla di abbandono nelle mani di Dio, di fede, di perdono.

Una delle ultime immagini, prima della fine del lungo flash-back, ci mostra Giovanni vestito con la sua armatura: una lacrima scende lentamente sul suo viso.

 

Chi è allora Giovanni dalle Bande Nere? È un giovane figlio del suo tempo (il quadro storico), che fa il suo mestiere (il mestiere delle armi), che resta vittima di un passaggio epocale ( l’avvento delle nuove armi) e della disonestà degli uomini (gli intrighi e gli inganni della politica). Ma è soprattutto un uomo che sa affrontare con dignità, profonda umanità e sincera fede il momento piú importante della propria vita: il momento della morte.

Particolarmente significativa e dal forte valore universalizzante è la frase pronunciata da Giovanni al prete che lo benedice: «In questi anni nella mia vita sono sempre vissuto come un soldato… allo stesso modo sarei vissuto secondo il costume dei religiosi se avessi vestito l’abito che voi portate». Giovanni, come ogni uomo, è figlio del suo tempo e fa il suo mestiere. Il regista ce lo presenta però come un modello: non di santità o di perfezione, bensí di un’umanità fragile e piena di contraddizioni, capace tuttavia di riconoscere i propri limiti e di accettare la morte con dignità, affidandosi alla misericordia di Dio. Ha dichiarato infatti Ermanno Olmi: «Un grande personaggio, temuto e celebrato, che muore come tutti noi dovremmo saper morire: non vestito da eroe, ma con la semplicità e la consapevolezza che fanno della morte un fatto normale. La vera eroicità è nell’accettazione del proprio destino. Giovanni era un soldato di mestiere, ma amava la vita. Un uomo di grande spiritualità. E i suoi ultimi quattro giorni ne furono prova suprema».

 

IL MESTIERE DELLE ARMI è un film colto, che ha richiesto anni di ricerche e di studi, e che cerca, nel rispetto della verità storica, di presentare il privato di un personaggio che ha qualcosa da insegnare all’uomo contemporaneo. La lingua parlata nel film è fedele a quella letteraria dell’epoca rappresentata; è raffinata, affascinante, talvolta aulica.

Le immagini sono curatissime e formalmente perfette; la recitazione è misurata; le musiche ap­propriate (solo in qualche momento ci sono sembrate un po’ effet­tistiche).

La struttura cinematografica è complessa e articolata, anche se in certi momenti rivela qualche sbavatura soprattutto là dove il materiale narrativo sovrasta e supera la sua funzione tematica (co­me nel caso del personaggio della nobildonna, che è troppo «pesante» per ciò che è chiamato a esprimere).

Un film comunque estremamente valido ed interessante dal punto di vista tematico e morale, sia per quello che dice, sia perché offre ampie possibilità di riflessione sul senso della vita umana vista in una prospettiva esca­to­logica. (Olinto Brugnoli)

 

 

NOTA di P. NAZARENO TADDEI direttore di Edav

PS (n.d.d.). Per poter compiere la sua autorevole «lettura», il dr. Brugnoli ha dovuto vedere e rivedere il film per ben tre volte.

Anche a una sola visione (com’è successo al sottoscritto), il film appare di magnifiche immagini, ma pieno di anacoluti narrativi che rendono difficile la ricostruzione della vicenda: sì, certo una morte magnifica sotto il profilo umano e di fede. Si intravede certo un intento tematico attorno a quellla morte e a quel personaggio: p.e. quell’insistere su sequenze buie e notturne di esterni, si capisce non essere solo descrittive della tattica guerresca di Giovanni Delle Bande Nere. Lo si capisce soprattutto quando si ascolta alla fine l’«au­spicanza», che aiuta a ricordare anche il mondo di intrighi.

Ma solo dopo aver colto a pieno quella che la citata «lettura» ci offre, si capisce che anche le sequenze buie diventano elemento tematico in funzione d’un’idea centrale circa il buio dei tempi, quando la politica è tale da far prevalere la forza delle armi sulla giustizia e sulla ragionevolezza.

Olmi è certamente un grande artista, che medita sulla vita; è uno straordinario regista che ha il cinema nel sangue.

 Tra il pianto magnifico sulla morte del film di Moretti (LA STANZA DEL FIGLIO) che finisce nell’ambigua scena finale e che ha vinto la Palma d’Oro di quest’anno a Cannes e il pianto su questa morte esaltata in questo suo film, senza ambiguità, da Olmi, che a Cannes non ha avuto alcuna menzione, ci si potrebbe veramente chiedere se la Palma sia andata al posto giusto.

Eppure, a parte la precarietà di ogni Premio, alla fin fine, non stupisce: ancora una volta, Olmi, sicuro della sua spontanea serietà nel lavoro e della sua innegabile bravura, anche nella guida degli attori, oltre che nel ritmo e nel colore delle immagini e dei suoni, non ha saputo — o non s’è preoccupato di — fare un vero discorso al pubblico delle sale con un’adeguata struttura. (NaT)
 


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