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AHASIN WETEI (Between Two Worlds)



Regia: Vimukthi Jayasundara
Lettura del film di: Olinto Brugnoli
Titolo del film: AHASIN WETEI
Titolo originale: AHASIN WETEI
Cast: regia, sogg e scenegg.: Vimukthi Jayasundara fotogr.: Channa Deshapriya mus.: Lakshman Joseph De Saram mont.: Gisle Rapp-Meichler scenogr.: Lal Harindranath interpr.: Thusitha Laknath, Kaushalya Fernando, Huang Lu durata: 80 colore produz.: Les Films Hatari, Unlimited origine: SRI LANKA, 2009
Sceneggiatura: Vimukthi Jayasundara
Nazione: SRI LANKA
Anno: 2009
Presentato: 66. Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia - 2009 - Concorso

   Secondo lungometraggio del regista Jayasundara, nato nello Sri Lanka nel 1977, il film si configura come un apologo del potere e della violenza che dominano il mondo, ma lo fa con un simbolismo talmente insistito ed ermetico da risultare di difficile decifrazione, perlomeno ad un certo livello di lettura.

 

 

La vicenda è quanto mai labile e pretestuosa, con alcune apparenti incongruenze che però sembrano volute proprio per sottolineare l’aspetto simbolico dell’opera.

 

 

Senza riassumere la vicenda è forse meglio passare in rassegna i grossi blocchi narrativi per coglierne i significati emergenti.

 

 

   L’introduzione del film mette subito in rilievo, attraverso un montaggio parallelo, la contrapposizione tra due mondi (in questo senso il titolo del film risulta quanto mai significativo): il mondo della città, caratterizzato dalla violenza esasperata di non meglio identificati “ribelli” che distruggono i simboli del potere tecnologico (i ripetitori della TV e gli apparecchi televisivi), e il mondo della natura, di cui si sottolineano gli aspetti più idilliaci: le prime immagini si soffermano a lungo sulla montagna, sulle nubi, sul cielo, sul mare. Ed è proprio nel mare che cade improvvisamente dall’alto il protagonista, Rajith, che pertanto assume chiaramente un valore emblematico.

 

 

   In un primo blocco narrativo Rajith tenta di aiutare una ragazza terrorizzata portandola via dalla città con un furgone, coadiuvato da un autista strano ed ambiguo. Ma il risultato sarà deludente: la ragazza preferisce andarsene con l’autista e Rajith viene malmenato e ferito ad un occhio. C’è già qui una sorta di anticipazione di un elemento tematico portante: il tentativo di fare del bene e la vanificazione che ne consegue a causa della malvagità e della violenza.

 

 

   In un altro blocco due pescatori raccontano, con alcune varianti, la storia di un principe che ha dovuto nascondersi nella cavità di un albero per sfuggire agli zii che vedono minacciato il loro potere. È chiara l’intenzione di inserire la vicenda nel mito e di connotare Rajith come quel principe che finora è rimasto nascosto, ma che prima o poi verrà a salvare l’umanità dalla violenza del potere (significativo a questo proposito che anche tutti gli uomini giovani si siano nascosti).

 

 

   Più avanti, infatti, Rajith viene riconosciuto dalla gente come il “principe” che deve venire e viene aiutato. Ma viene anche invitato a nascondersi, perché il potere è dappertutto. Ne sono una riprova quella voce meccanica che lo minaccia, il rumore di spari che ogni tanto si sentono, la presenza nella foresta di mezzi meccanici (la moto, il furgone, ecc.), segno inequivocabile che anche la natura è stata contaminata dal mondo della città, con la sua crudeltà disumana e gratuita.

 

 

   Invitato da un ragazzino a prendere l’iniziativa e curato da una donna che gli medica l’occhio con il latte del suo seno, Rajith si rende conto però che anche la natura contiene degli elementi di violenza e di crudeltà: la visione di un cane che strappa a morsi la carne di una mucca e di un orso in agguato gli fanno capire che seguendo solamente l’istinto si potrebbe arrivare a forme di violenza terribili. Quel primo piano insistito del protagonista, con espressione allibita di fronte a tanta violenza, precede infatti di poco l’uccisione del bambino e della donna da parte sua; uccisione che, evidentemente, non è reale, ma soltanto immaginata come logica conseguenza di pulsioni istintuali non controllate.

 

 

   Subito dopo infatti lo vediamo far l’amore con la donna e gioire con esultanza, ma ancora una volta le immagini vengono interrotte dal rumore di spari e di moto impazzite che fanno un fragore infernale.

 

 

   Importante l’indicazione che viene fornita dalla donna che lo cura con il suo latte: di fronte alla meraviglia di Rajith per il fatto che la donna non ha partorito, ella afferma: «Basta saper amare». Si tratta di un superamento quindi anche della dimensione puramente naturale in nome di qualcosa di superiore e di spirituale.

 

 

   Ad un certo punto la gente s’accorge che l’acqua del villaggio è stata avvelenata (chiaro segno di quell’inquinamento di cui s’è detto). E qui finalmente sembra accadere qualcosa di nuovo: i giovani che si erano nascosti escono dai loro nascondigli e cominciano a gettare via l’acqua avvelenata con grande vigore, aiutati da Rajith. La scena diventa epica, in un crescendo musicale che sembra indicare la giusta via della lotta e della partecipazione, e culmina in una marcia-balletto che ha il sapore della vittoria. Ma, ancora una volta, l’irrompere improvviso di cavalieri armati di spade e di pistole (chiaro elemento universalizzante) è foriero di violenza e di morte. Tutti i giovani vengono uccisi brutalmente.

 

 

   Il finale è chiaramente sconsolato: la gente – il ragazzino per primo – chiamano e cercano Rajith, ma il “principe” è tornato a nascondersi nell’albero: chissà se e quando tornerà.

 

 

   Il film è ricco di elementi universalizzanti, che nascono dalla stessa mitizzazione, cui si è accennato, e dalla frase che viene ripetuta: «Nulla è inverosimile; ciò che è successo ieri può succedere anche domani».

 

 

   Per l’autore, quindi, ci sarà sempre bisogno di un “principe” che venga a dare una mano all’umanità oppressa, ma purtroppo la forza del potere è tale da cancellare anche le battaglie vinte e le conquiste acquisite. (Olinto Brugnoli)

 

 


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