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MY SON, MY SON, WHAT HAVE YE DONE?



Regia: Werner Herzog
Lettura del film di: Manfredi Mancuso
Titolo del film: MY SON, MY SON, WHAT HAVE YE DONE?
Titolo originale: MY SON, MY SON, WHAT HAVE YE DONE?
Cast: Regia: Werner Herzog scenegg: Herbert Golder, Werner Herzog sogg.: Ispirato a fatti realmente accaduti fotogr.: Peter Zeitlinger mus.: Ernst Reijseger mont.: Joe Bini, Omar Daher scenogr.: Danny Caldwell cost.: Mikel Padilla interpr.: Michael Shannon (Brad McCullum), Willem Dafoe (Detective Havenhurst), Chlo Sevigny (Ingrid), Udo Kier (Lee Meyers), Grace Zabriskie (Sig.ra McCullum), Brad Dourif (Zio Tim), Michael Pea (Detective Vargas), Irma P. Hall (Sig.ra Roberts), Braden Lynch (Gary), Candice Coke (Agente Slocum),Verne Troyer durata: 90 colore produz.: Industrial Entertainment, Absurda, Defilm, Paper Street Films origine: USA, 2009 distrib. internaz.: Unified Pictures
Sceneggiatura: Herbert Golder, Werner Herzog
Nazione: GERMANIA
Anno: 2009
Presentato: 66. Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia - 2009 - Concorso (film sorpresa)

Brad Macallam è un giovane americano dall’esistenza tranquilla che, di ritorno da un viaggio in Perù – dove comincia a sentire nella sua testa una voce interiore che gli dice cosa fare –, comincia a comportarsi in modo sempre più strano agli occhi di amici, familiari e fidanzata.

Nella sua excalation di comportamenti bizzarri arriva, in ultimo, a uccidere la madre con una spada, utilizzata in precedenza per delle recite teatrali alle quali il giovane aveva preso parte nei mesi precedenti.

Dopo l’omicidio si barrica in casa con due “ostaggi” (che in realtà, scopriremo poi essere soltanto i suoi due fenicoteri domestici) e un fucile, attendendo l’evolversi della situazione. Per cercare di risolvere il caso e convincere l’assassino ad arrendersi viene chiamato un detective della polizia di S. Diego che, recatosi sul posto, fa la conoscenza della fidanzata di Brad e di un regista teatrale, amico dell’omicida, entrambi contattati telefonicamente dal giovane dopo il delitto.

Da loro, il detective apprende alcune vicende dei mesi precedenti che hanno visto Brad Macallam protagonista di gesti all’apparenza insensati, avvenuti in particolar modo durante le prove di una recita teatrale, L’Oreste, in cui il ragazzo interpretando la parte dell’assassino della madre, sembra via via entrare un po’ troppo dentro il suo personaggio, rimanendone ossessionato.

All’arrivo della squadra d’assalto della polizia, tutto è pronto per fare irruzione nella casa, ma, sorprendendo tutti, è lo stesso Brad a consegnarsi, sollecitato dalla sua fidanzata, alla forze dell’ordine, dopo aver scambiato per un attimo un paio di battute con il detective e avergli richiesto, invano, alcune deliranti concessioni. Le macchine della polizia ripartono e il film ha termine.

La storia dell’omicida ci viene presentata attraverso una serie di flashback, che poco alla volta svelano, oltre alla figura allucinata di Brad, anche gli altri “mostri” che popolano l’universo del giovane: una madre iperprotettiva e invadente; uno zio mezzo sciroccato che coltiva struzzi e ambizioni di ricchezza grazie all’idea di produrre spot televisivi e con nani e alberi secolari; un gruppo di amici (particolarmente il “figlio dei fiori”, perennemente in meditazione yoga) che sembra uscito dalle pagine di una rivista satirica, e così via; tutti presentati con accezioni caricaturali quando non espressamente negative, tanto da rendere difficile il tentativo di effettuare una netta separazione tra chi sia sano e chi pazzo nell’universo ritratto dal film. Tanto più che, alle evidenti prove di squilibrio mentale del giovane, nessuno di coloro che ruotano attorno a lui (né il “maestro di vita” regista, né la fidanzata, né tantomeno la madre) denunciano il suo “folle” comportamento, reputandolo anzi del tutto normale.

Nemmeno le figure del detective e del suo assistente scampano a una rappresentazione il più delle volte impietosa, persino al limite del parossismo.

A questa idea di base, che sembra essere quella espressa con maggior forza dal regista, dove si può rilevare una critica spietata alla sanità mentale della società contemporanea, si aggiunge anche il tentativo di operare un parallelo tra la realtà e il teatro e tra vita e recitazione. Il percorso seguito dal personaggio ce lo mostra sempre più ossessionato dall’opera teatrale che sta recitando, mentre usa frasi tratte dall’opera nella vita “reale” e frasi della sua realtà quotidiana nella recita; con la spada di “scena”, usata per uccidere Clitennestra, il ragazzo uccide (ripetendo gli stessi gesti mostrati durante le prove dell’opera), anche la madre “reale”, mentre per un paio di volte assistiamo nel film al “blocco“ degli attori sulla scena, quasi attori di “tableau vivants” che, dopo l’esecuzione delle loro scene madri aspettano immobili la discesa del sipario. Tuttavia, risulta molto difficile seguire in quest’opera le linee di una struttura portata avanti con coerente unità. Herzog fa anche gran uso di simbolismi che risultano (forse volutamente) del tutto oscuri: alle figure di fenicotteri e struzzi, si aggiungono immagini di nani, alberi secolari, palloni da basket, montagne incontaminate e indios dalla faccia scavata, senza tacere l’uso di certe figurazioni a “triangolo” che, per ben tre volte, appaiono sullo schermo, senza che si riesca a dar loro un’adeguata sistemazione (e significazione) all’interno della citata struttura.

Secondo di due film di Herzog, presentati alla Mostra di Venezia ed entrambi in concorso, il film risulta un’opera abbastanza confusa e presuntuosa per cui, anche in caso di mancanza, nessuno avrebbe potuto gridare allo scandalo. (Manfredi Mancuso)

 


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