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[REC]2



Regia: Jaume Balaguero / Paco Plaza
Lettura del film di: Manfredi Mancuso
Nazione: SPAGNA
Anno: 2009
Presentato: 66. Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia - 2009 - Fuori Concorso

Un ristretto gruppo di agenti del reparto speciale di polizia spagnola viene chiamato a fronteggiare un’emergenza all’interno di un edificio dove si sospetta la diffusione di un virus sconosciuto e  letale; dei membri del gruppo fa parte anche un medico che sin dall’inizio mostra una chiara volontà di  comando (è anche il solo a essere in comunicazione con i vertici dell’operazione e ad avere il potere di decretare la fine delle operazioni), nonostante gli attriti con il comandante del reparto. Il loro intento comune è quello di raccogliere informazioni e di cercare superstiti. Sin dall’inizio capiscono però che il lcompito non sarà facile: si imbattono infatti in una delle infette che morde uno di loro, Martos, trasmettendogli l’infezione. Divenuto ormai un essere privo di ogni ragione, il malcapitato viene a fatica rinchiuso, ancora vivo, dentro la stanza di un appartamento, sigillata poi con coltello e catenina di rosario.

Dopo un battibecco con il comandante di polizia, il medico “vuota il sacco” e si rivela essere un prete, in missione segreta per recuperare un campione di sangue dell’untrice originale del virus, Maria Madeiros, una bambina indemoniata, su cui il vaticano aveva fatto segreti esperimenti per carpire il segreto della possesione diabolica e trovarne cura.

Appreso così il mistero, l’obiettivo primario diventa quello di trovare la piccola posseduta.

Nel frattempo anche un secondo agente, persi i contatti con la squadra e braccato dagli indemoniati, si suicida. Dopo la perdita del secondo uomo, il comandante tenta dapprima di convincere il prete a decretare la fine della missione, poi viene convinto da quest’ultimo a continuare, «altrimenti il virus potrebbe diffondersi nel mondo e non vi sarebbe cura alcuna».

Alla vicenda della squadra di cui sopra, si aggiunge frattanto quella di 3 ragazzini in vena di bravate che, con fida telecamera al seguito, s’intrufolano di soppiatto nell’edificio blindato, pedinando un inquilino rimasto chiuso fuori e un pompiere. Le due vicende si intrecciano nel peggiore dei modi: i poliziotti uccidono infatti l’inquilino scambiandolo per uno degli infetti. Il gruppo di ragazzini e il pompiere fuggono spaventati dai poliziotti rifugiandosi…nella tana del lupo. Ingannati da Martos, lo liberano, venendo attaccati, ma riuscendo a eliminarlo.

Attirati dal trambusto i poliziotti e il prete trovano i ragazzini rinchiudendone due in una stanza e legando il terzo (che aveva fatto in tempo a farsi mordere) a una sedia.

A questo punto alla compagnia si aggiune una nuova… compagna: Angela, una giornalista che stava svolgendo un servizio giornalistico dentro l’edificio trovandosi coivolta nel dilagare del virus. Segue una conversazione prete-indemoniato nella quale il possessato svela loro che Maria si trova sull’attico.

La compagnia torna così sull’attico trovando effettivamente la “bambina”, una mostruosa creatura con parvenze femminili che va in giro brandendo un martello. Muore anche il comandante della polizia. Al prete sta per toccare la stessa fine, ma Angela uccide la creatura, vanificando però così anche l’ultima possibilità di ottenere un antidototo. Non ci sarà tempo di dolersene perché la giornalista uccide anche l’ultimo agente sopravvissuto e quindi, dopo aver svelato che lei è in realtà il demonio che originariamente era nella bambina, fa fuori anche il prete, imitandone poi la voce e decretando la fine della missione.

Il racconto è iscritto in due inserti (ripresi nella “modalità notturna” della telecamera) che ci mostrano per due volte Angela, la giornalista. Una prima volta, trascinata via urlante lontano dalla videocamera verso la parte più buia della stanza e, una seconda volta, dopo essere stata resa infetta da Maria grazie a un “bacio” poco desiderato, mentre, risvegliata dall’irruzione degli uomini della squadra d’assalto, spegne lo schermo della videocamera. In questi due inserti (tralasciato il più ovvio effetto da colpo di scena finale) viene reso evidente un cambiamento di ruolo (da vittima a carnefice, da forte a debole) che è speculare ma inverso a quello che definirei il protagonista del film, il religioso inviato in missione segretissima che sembra essere l’unico con il suo carisma e la sua sicurezza (al limite del fanatismo) a riuscire a porre una soluzione al problema, ammansendo uomini (vedi il comandante di polizia) e indemoniati (vedi Martos e il ragazzino), ma che si rivela poi del tutto inutile: proprio “inutile” lo definisce la giornalista/demonio nell’ultima scena, prima di ucciderlo e di sancire definitivamente la sua vittoria, che si manifesta con un beffardo sguardo diretto verso la camera.

Il film, riprendendo lo stile del primo episodio, è interamente girato con macchina a mano. A differenza del primo episodio, qui il regista sceglie di variare stile, caratterizzato dall’uso di ben tre fonti di ripresa diverse e spesso anche dal sovrapporsi di uno schermo sullo schermo con un effetto di “picture in picture” (video nel video).

L’uso delle diverse fonti è sapientemente dosato con trovate narrative che ne giustificano l’impiego sempre in maniera abbastanza credibile (la prima telecamera, sul casco del poliziotto, viene danneggiata dalle botte prese; la seconda, la telecamera dei ragazzini, a un dato punto si interrompe per mancanza della batteria; la terza, quella della giornalista, chiude il film, continuando a registrare, muta testimone della vittoria finale del maligno, finché non è proprio quest’ultimo a spegnerla, mettendo fine, di fatto, al film.

Per parte loro i “buoni” fanno poco per scampare alle grinfie del malvagio, passando metà del tempo in contrasti e a uccidersi tra loro, volontariamente (l’inquilino, trucidato mentre ancora umano si imbatte nel gruppo d’assalto) o il pompiere giustiziato da un colpo sparato si direbbe con precisione chirurgica dalla mano inesperta della ragazzina. Il film è un horror con qualche buona trovata a livello stilistico, ben diretto e ben girato, con un uso “classico” della musica e dei trucchetti di un genere che sembra essere il preferito del regista spagnolo. (Manfredi Mancuso)

 


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