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L'ALBERO DEGLI ZOCCOLI



Regia: Ermanno Olmi
Lettura del film di: Olinto Brugnoli
Edav N: 62-63 - 1978
Titolo del film: L'ALBERO DEGLI ZOCCOLI
Cast: regia, sogg. e scenegg.: Ermanno Olmi - fotogr.: Ermanno Olmi - mus.: Fernando Germani - scenogr.: Enrico Tovaglieri - mont.: Ermanno Olmi - cost.: Francesca Zucchelli - interpr.: Luigi Ornaghi (Batisti), Francesca Moriggi (Batistina), Omar Bignoli (Minek), Antonio Ferrari (Tuni), Teresa Brescianini (Vedova Runk), Giuseppe Brignoli (Nonno Anselmo), Carlo Rota (Peppino), Pasqualina Brolis (Teresina), Massimo Fratus (Pierino), Francesca Villa (Annetta), Battista Trevaini (Finard), Giuseppina Sangaletti (Finarda), Maria Grazia Caroli (Bettina), Felice Cervi (Ust) - Colore - durata: 170' - produz.: Gruppo Produzione Cinema (Milano), RAI, Italnoleggio Cinematografico - origine: ITALIA, 1978 - distribuz: Italnoleggio Cinematografico, Fonit Cetra Video, Video Club Luce, Gruppo Editoriale Bramante (Cinecitt).
Sceneggiatura: Ermanno Olmi
Nazione: ITALIA
Anno: 1978
Presentato: 31. Festival di Cannes 1978 - In Concorso
Premi: PALMA D'ORO E PREMIO DELLA GIURIA ECUMENICA AL FESTIVAL DI CANNES 1978; DAVID DI DONATELLO (1979) PER MIGLIOR FILM (EX-AEQUO CON "CRISTO SI E' FERMATO A EBOLI" DI FRANCESCO ROSI E "DIMENTICARE VENEZIA" DI FRANCO BRUSATI); NASTRO D'ARGENTO PER MIGLIOR REGIA, MIGLIOR SOGGETTO ORIGINALE, MIGLIOR SCENEGGIATURA, MIGLIOR FOTOGRAFIA E MIGLIORI COSTUMI (Francesca Zucchelli).

Prodotto dalla Rete 1 della nostra TV e distribuito dall’Ital Noleggio Cinematografico, L’ALBERO DEGLI ZOCCOLI, ultimo film del regista bergamasco Ermanno Olmi, ha ottenuto la Palma d’Oro al Festival di Cannes 1978, rinnovando – e superando – il clamoroso successo ottenuto l’anno scorso da un altro film prodotto dalla nostra TV: PADRE PADRONE dei fratelli Taviani. Il film è interpretato da contadini e gente della campagna bergamasca e viene distribuito in due versioni: una, originale, parlata in dialetto bergamasco e corredata di didascalie in italiano; l’altra – destinata a circolare nelle normali sale di proiezione – doppiata in italiano ma degli stessi protagonisti, che conservano l’accento natio e parecchie espressioni dialettali. È quest’ultima la versione di cui si parla nel presente articolo. 

La vicenda è quella di un gruppo di persone, costituenti quattro nuclei familiari, che vivono in una cascina lombarda sul finire del secolo scorso. Man mano che i vari episodi si dipanano sullo schermo, impariamo a riconoscere e a familiarizzare con i vari personaggi e relative famiglie. Innanzitutto con Batisti, onesto e laborioso padre, prima i due, poi i tre s’cett (bambini), che vive in perfetta armonia con la docile moglie. Il figlio maggiore dei due, lo sveglio Minek, su proposta del parroco, viene mandato a scuola (cosa assai rara per un figlio di contadini) e deve ogni giorno percorrere a piedi sei e sei dodici chilometri per andare dalla cascina al borgo e ritorno. Un giorno, tornando da scuola, gli si rompe uno zoccolo. Eciò proprio in concomitanza con la nascita del suo secondo fratellino. Batisti, per evitare preoccupazioni alla moglie, le tace l’episodio e pensa bene di provvedere ad un paio di zoccoli nuovi per il figlio con il legno ricavato dall’abbattimento di un albero (del padrone). Ma il fatto avrà conseguenze drammatiche: il padrone, accortosi dell’albero mancante, farà cacciare Batisti dal podere dal fidatissimo quanto spietato fattore. Lo vediamo partire con i suoi, nell’amara scena conclusiva del film, accompagnato non dai saluti, ma dalla preghiera e dalla muta partecipazione dei vicini, che guardano esterefatti il lume del carro di Batisti allontanarsi nella notte.

Ed ecco la vedova di Runk che, dopo la morte del marito, ha dovuto far la lavandaia per tirar su i sei figli, dei quali solo il maggiore viene assunto come garzone in un mulino e può darle una mano. In famiglia vive anche l’arzillo nonno Anselmo con la sua passione per i «pomidori», che riesce con mille cure a far maturare un mese prima degli altri, e che entra trionfalmente in paese col canestro pieno, tra la gioiosa ammirazione della nipotina. Episodio centrale relativo a questa seconda famiglia è il «miracolo» della guarigione di una mucca, data per spacciata dal veterinario, che, dopo le «cure» e le preghiere piene di fede alla vedova, sembra completamente ristabilita.

Incontriamo poi la famiglia Brena, cui appartiene l’angelica Maddalena, che lavora alla filanda e che si sposerà con Stefano, un bravo giovane d’una vicina fattoria. Dopo il matrimonio antelucano i due giovani sposi, affrontano un viaggio «lungo e pieno di pericoli», si recano a Milano in visita a una reverenda zia di Maddalena. Torneranno a casa con un bambino di un anno, un orfanello detto «figlio di pane» in quanto dotato di un provvido sussidio, che i due, su suggerimento della zia suora, non esitano ad adottare per dargli il calore di una famiglia.

Ed infine ecco l’avido e malandrino Finard che litiga e si azzuffa continuamente, maledicendolo, con un figlio scansafatiche e che si ammala di rabbia per la perdita di una moneta d’oro che aveva notte-tempo nascosto sotto lo zoccolo del suo cavallo.

Si può notare che, oltre ai nuclei narrativi che hanno come protagonisti le singole famiglie o i singoli membri delle varie famiglie, esistono altri episodi più corali in cui sono coinvolti – più o meno – tutti gli abitanti della cascina. Sono gli episodi che si riferiscono al lavoro comune e comunitario come l’aratura, la semina, la spannocchiatura, l’uccisione del maiale, ed altri come le riunioni nella stalla (filò) cui partecipano grandi e piccoli, raccontando storie e recitando il rosario.

Sempre a livello narrativo si nota che, mentre in alcuni casi i personaggi acquistano rilievo in quanto appartenenti ad un certo nucleo familiare (in altre parole è la famiglia che interessa), in altri casi essi acquistano peso individualmente (come nel caso di Maddalena, i cui genitori restano – per così dire – sullo sfondo). 

Il racconto cinematografico possiede una struttura che si potrebbe definire ad incastro. Infatti i vari nuclei narrativi, che hanno come protagonisti i diversi personaggi, si alternano, si compenetrano fra loro, quasi come tessere di un grandioso mosaico, fino al compimento del quadro d’insieme.

Già da questo rilievo è possibile cogliere una prima significazione del racconto: è chiaro che al regista interessa ricostruire e rievocare la vita di un gruppo di famiglie contadine della Bassa Bergamasca sul finire del secolo scorso. Ma a che fine? Forse con intenti storici, o sociologici, o politici? Direi senz’altro di no, anche se questi aspetti non sono del tutto assenti (né potevano esserlo, trattandosi di una ricostruzione). Il rilievo storico più esplicito è quello relativo ai moti milanesi del 1898, soffocati dalla dura repressione del generale Bava Beccaris. Dal punto di vista politico e sociologico, oltre alla didascalia iniziale, che descrive brevemente le condizioni di vita dei contadini («la terra, le case, parte degli animali e degli attrezzi appartenevano al padrone, al quale andavano i due terzi del raccolto»), si può rilevare il comizio tenuto al termine della sagra annuale (nel quale si fa riferimento alle varie ingiustizie sociali) e i vari episodi relativi al padrone e al fattore, tra i quali spicca l’ultimo, quello della cascina. Altri accenni sono marginali e di poco conto.

Da una più attenta analisi del racconto, invece, ci si accorge chiaramente che l’interesse del regista marcia in un’altra direzione. L’attenzione è volta a scoprire e a comprendere l’atteggiamento interiore, le motivazioni profonde, lo spirito di questa gente, i valori che sottostanno al suo comportamento e alla sua vita. Esistono nel film degli spazi tematici, all’interno dei quali è possibile ricondurre quasi tutto il materiale narrativo, che acquista in tal modo pregnanza e trasparenza.

Innanzitutto la profonda religiosità. Fin dall’inizio siamo immersi in un’aura religiosa e sacrale. Le prime immagini che descrivono visivamente l’ambiente naturale sono contrappuntate da una canzone sacra (che si capisce provenire dalla chiesa) di lode e di ringraziamento al Signore.

La religiosità viene espressa dal regista in due forme differenti, ma convergenti: a livello di cosa rappresentata, attraverso l’atteggiamento e la sensibilità religiosa dei vari personaggi; a livello di rappresentazione, col commento musicale affidato alla musica religiosa di J.S. Bach.

La religiosità dei personaggi si manifesta e si concretizza in varie forme e atteggiamenti.Si va dal semplice segno di croce che precede le varie azioni (il mangiare, il coricarsi, ecc.) alla recita comunitaria del rosario farfugliato in latino; dall’atteggiamento superstizioso e ingenuo della «donna del segno» che prescrive un intruglio talismanico a Finard, alla profonda fede di Runk che (seppur con riti quasi magici) riesce a «strappare» al Signore la grazia per la mucca ammalata («Fatemela ‘sta grazia; Signore, non potete rifiutarmela!»); dalla partecipazione comunitaria alla messa nel giorno della sagra, a quel guardare commossi verso il cielo stellato finché suonano le zampogne sotto Natale. Come si vede, talvolta la religiosità è arcaica e primitiva, commista di elementi miracolistici e magici, ma, al di là delle forme concrete in cui talvolta si realizza, rivela alle radici una fede semplice e possente, capace di spostare le montagne.

La religiosità che sgorga dal commento musicale investe e permea tutto il film, conferendogli una dimensione quasi sacrale. Una sacralità che è della natura e di chi, lavorando la terra, le è così vicino. Una natura generosa e amica, fonte di letizia e di serenità. Il lavoro e la vita dei campi sono, si, duri e faticosi, ma nello stesso tempo occasione di gioia e di festa. Oltre che di commento alle varie scene «agresti», la musica ritorna in altri momenti «forti» del film. Ad esempio quando don Carlo, il parroco del borgo, propone alla vedova Runk di far «ritirare» dalle suore i due figli più piccoli; oppure quando Batisti, recitando in qualche modo il rosario, modella gli zoccoli per il figlioletto; ancora, quando, subito dopo la nascita del nuovo figlio, Batisti e la moglie si parlano con pudore quasi imbarazzato; durante la piantata dei «pomidori» da parte del nonno Anselmo; nella scena finale, a commento della desolata dipartita della famiglia di Batisti. Sono momenti di tristezza, di sofferenza, di amore, di gioia; di sentimenti semplici e naturali e, proprio per questo, religiosi sacrali. 

Ma la religiosità di questa povera gente non si esaurisce nelle preghiere o nella rassegnazione alla volontà divina, bensì diventa fonte di altri valori. Di grande interesse, a questo proposito, è la predica fatta da don Carlo per la festa della Madonna. Essa parte da un fatto miracoloso avvenuto 350 anni prima (le lacrime della statua della Madonna) per approdare ad un discorso quanto mai attuale e di grande valore teologico: non solo quel miracolo va considerato, bensì tutti i miracoli, perché «senza i miracoli noi non saremmo qui; i miracoli sono la forza che l’uomo non ha, sono la forza dell’amore di Dio per noi necessario e l’amore di Dio lo si ottiene attraverso l’amore del prossimo».

L’amore verso gli uomini, corollario dell’amore di Dio, si traduce in operosa solidarietà. Questa si manifesta sia nell’ambito familiare (si pensi a Batisti che aiuta la moglie e si prende cura dei figli) sia nel lavoro comune (le grandi scene corali dell’uccisione del maiale, della semina, della spannocchiatura, della pesatura del grano), ma anche nei confronti degli altri, soprattutto dei più bisognosi e diseredati. Si pensi al patetico personaggio dello scemo del villaggio che va per le case a pregare e a chiedere un pezzo di pane. Viene accolto con rispetto (la vedova Runk rimprovera le bambine cui scappa da ridere: «Non va bene ridere; quelli che non hanno niente dalla vita sono i più vicini al Signore»), si prega con lui, gli si offre quello che c’è, anche nei momenti di maggiore tristezza o miseria (nonno Anselmo gli offre un po’ di polenta proprio quando la mucca era data per spacciata). Si pensi ancora al bambinetto che viene adottato da Maddalena e Stefano, che accolgono di buon grado e senza parole l’invito della zia suora: «Ci si deve soccorrere a vicenda in questo mondo». E si pensi all’accoglienza che gli viene fatta, una volta a casa, da tutti i membri della comunità, con il commento del parroco; «la prima roba è volergli bene e lui sarà contento lo stesso».

Anche il pudore e la riservatezza che trionfano nell’episodio di Maddalena e Stefano, oltre che a fatto di costume e di tradizione, si possono far risalire ad un profondo rispetto per gli altri, che è presente in vari personaggi ed episodi.

La generosità e l’altruismo sono le altre virtù che sgorgano da quanto precedentemente osservato. L’esempio più limpido è dato dall’atteggiamento del maggiore dei sei figli della vedova Runk, il quale, di fronte alla proposta della madre di far «ritirare» dalle suore i fratellini più piccoli, non ha esitazioni: «magari lavorerò giorno e notte, ma i miei fratelli li teniamo qui in casa con noi».

Un’ultima annotazione: Olmi non ha voluto idealizzare o mitizzare la cosiddetta civiltà contadina. Prova ne è che, accanto a personaggi positivi e virtuosi, ne ha posti altri quanto meno criticabili, come Finard, ladruncolo e iracondo, e la sua famiglia, non molto migliore di lui. Ma se, per rispetto della realtà, Olmi ha giustamente tenuto conto anche delle miserie e degli aspetti meno nobili del mondo contadino, è chiaro che la sua attenzione e il suo interesse sono rivolti agli aspetti positivi, a quei valori che oggi risultano purtroppo offuscati e dimenticati.

Si può affermare pertanto che l’idea centrale consiste in una rievocazione della vita del mondo contadino, alla ricerca di valori perduti of offuscati; valori che, al di là delle forme storiche, contingenti in cui si sono concretizzati, sono tuttora validi e devono pertanto essere riscoperti dall’uomo contemporaneo. Quella di Olmi, quindi, non è nostalgia per il passato, per il buon tempo antico, che sarebbe antistorica e sterile, ma recupero di certi valori del passato in vista del progetto di un futuro migliore e più umano. 

Cinematograficamente il film è splendido. Nonostante le tre ore di proiezione, praticamente non esistono cadute di tono o momenti morti. Il ritmo è maestoso e nel contempo dimesso. La recitazione è sobria, contenuta, perfettamente aderente al mondo e all’ambiente che si vogliono ricreare. Il regista riesce ad ottenere dai suoi contadini la massima naturalezza: sullo schermo non si scorgono  attori che recitano, ma personaggi che vivono e operano. Olmi sa fissare, con mano magistrale e con sensibilità squisita, le espressioni dei volti e le vibrazioni degli animi. L’uso del sonoro è quanto mai efficace e funzionale. Si è già detto della stuggente musica di Bach, chiamata a conferire sacralità a gesti e atteggiamenti; ma anche i suoni, i rumori, le parole si fondono in un afflato corale e unitario (1). Anche la fotografia, sempre volta a sfumare le tinte degli interni e dei paesaggi e a variare le luci a seconda delle stagioni, è perfettamente intonata al tono elegiaco dell’opera. 

Artisticamente, si può parlare di vera e propria contemplabilità. Tutto il film è sotteso da una vena poetica grandiosa. Basterebbe pensare ad alcuni episodi, come le scene di vita comunitaria, la caduta della neve, il primo giorno di scuola di Minek, il rapporto Maddalena-Stefano, il suono delle zampogne alla vigilia di Natale, i racconti e i «pomidori di nonno Anselmo, per rendersi conto della capacità trasfigurante delle immagini nei confronti della materia trattata.

Tematicamente e moralmente non solo non esistono riserve, ma va sottolineato il grande valore del film per l’efficacia dell’espressione tematica, la validità dei temi proposti ed il rispetto profondo per l’uomo e la sua dignità. (Olinto Brugnoli)

 
 

(1) Sarebbe interessante – in proposito – poter analizzare la copia in edizione originale, con didascalie. Probabilmente la fedeltà e l’aderenza al mondo in oggetto dovrebbe essere ancora più esemplare

 


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