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I SETTE SAMURAI



Regia: Akira Kurosawa
Lettura del film di: Nazareno Taddei
Titolo del film: I SETTE SAMURAI
Titolo originale: SHICHININ NO SAMURAI
Cast: regia: Akira Kurosawa - sogg. e scenegg.: Akira Kurosawa, Hideo Oguni, Shinobu Hashimoto - fotogr.: Asakazu Nakai - mus.: Fumio Hayasaka - scenogr.: So Matsuyama - cost.: Mieko Yamaguchi, Kohei Ezaki - interpr.: Takashi Shimura (Kambei Shimada Caposamurai), Toshiro Mifune (Kikuchiyo), Yoshio Inaba (Gorobei Katayama), Seiji Miyaguchi (Kyuzo), Minoru Chiaki (Heihachi Dayashi), Bokuzen Hidari (Yohei), Ko Kimura (Katsushiro Kamoto), Daisuke Kato (Sichiroji, ex compagno di Kambei), Kuninori Kodo (Gisaku), Yoshio Kosugi (Mosuke), Keiji Sakakida (Gosaku), Yukiko Shimazaki (Moglie di Rikichi), Yoshio Tsuchiya (Rikichi), Kamatari Fujiwara (Manzo), Shimpei Takagi (Capo dei Banditi) - B&N - durata: 200' - produz.: Sojiro Motoki per Toho Company LTD - origine: GIAPPONE, 1954 - distribuz: Dear/Toho - Vivivideo, San Paolo Audiovisivi, L'Unit Video
Sceneggiatura: Akira Kurosawa, Hideo Oguni, Shinobu Hashimoto
Nazione: GIAPPONE
Anno: 1954
Presentato: 19. Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia - 1954 - In Concorso
Premi: LEONE D'ARGENTO ALLA MOSTRA DI VENEZIA 1954, EX-AEQUO CON "LA STRADA" DI FELLINI, "SANSHO DAYU" DI MIZOGUCHI E "FRONTE DEL PORTO" DI KAZAN.

(Tratto da TUTTOKUROSAWA a cura di Nazareno Taddei sj, Edizioni Edav, 2001

È la storia di sette samurai del sec. XVI, i quali, assoldati con varie difficoltà dai contadini di un villaggio minacciato da predoni, accettano, praticamente senza ricompensa e senza grandi onori, di aiutarli e nell’impari lotta riescono a vincere (quattro samurai muoiono eroicamente con molti contadini), liberandoli sia dai banditi sia dalla paura nella quale vivevano e avvertendo nel contempo che il loro gioioso ritorno al lavoro dei campi lascia nella propria vita di guerrieri un senso di nostalgico rimpianto: «Anche questa volta siamo stati noi (samurai) - è l’ultima parola del film detta dal capo dei samurai — i vinti; i vincitori sono loro, i contadini!»

È un lungo film in bianco e nero che, nella versione originale riconquistata dal vhs, dura tre ore e un quarto; ma scorre vivace senza far sentire la sua lentezza. Non è la vivacità americana o anche degli ultimi tempi, piú o meno comici, del cinema italiano. Una lentezza che è affascinante, anziché esasperante, perché presenta uno a uno i suoi personaggi (v. es. di Kikuchiyo) e le situazioni (v. l’idillio) come tu fossi lí presente: è insomma la vivacità dell’attenzione e dell’arte con cui Kurosawa li segue e tu con lui.

Il film è costruito in parti, separate da una dissolvenza in nero.

In una specie di prologo, è descritta la disperazione di quei contadini, vittime di scorribande di soldati sbandati e di briganti.

I contadini de­­cidono di cercare dei samurai che combattano i­ banditi, ma pos­­­sono offrire solo il vitto e alloggio, ma nessuna gloria; ed è difficile trovarne.

Finalmente, Kanbei (attore Ta­gashi Shimura), un ronin (samurai senza padrone) accetta e ne raccoglie altri cinque. Il settimo di loro, Kikuchiyo (attore Toshiro Mifune) non è un vero samurai; è un vagabondo sbruffone, orfano di samurai, desideroso solo di diventarlo sul campo.

Il film descrive il difficile reclutamento dei samurai e l’organizzazione della difesa. È anche un’interessantissima ricostruzione storica dell’epoca (banditi, situazione delle campagne) e della realtà dei samurai, come serietà di impegno, validità di preparazione e di imprese: v. l’arrivo dei samurai al villaggio, il primo loro contatto con la gente, il timore dei genitori delle ragazze per la presenza dei samurai.

Poi il piano di difesa e di offesa, accurato, intelligente piano di difesa e di offesa.

Siamo a circa me­tà film. Ed ecco i tre giorni e tre notti di battaglia (occupa tutto il resto del film, tranne la breve ma significativa sequenza finale), seguita in tutti i dettagli, presentata dal fascino d’un realismo minuzioso, eppure piú tematico che descrittivo: mostra infatti il distacco tra le due clas­si, eppure l’o­ne­stissimo, infaticabile e anche intelligente impegno dei samurai, ma insieme la collaborazione decisiva dei contadini, nella pioggia e nel fango, tra le grida delle donne. Kanbei segna accuratamente i banditi uccisi, sí da poter preparare meglio i successivi incontri. Impossibile darne un’immagine fedele con sole inquadrature fisse; ne cogliamo solo qualche istante.

Finalmente, la lotta, pur impari, è vinta: quasi baldan­zo­sa­mente: quattro samurai e molti contadini sono morti. Lo stendardo dei sei piú uno samurai sventola gioioso.

Si inserisce in questo clima di guerra, un tenero idillio tra il piú giovane samurai e la figlia d’un capo del villaggio, per il quale vale la divisione delle caste. Anch’esso ha un notevole peso tematico.

Il regista lo prepara fin dall’inizio col timore del padre che la figlia non caschi vittima di qualche samurai: la fa vestire da uomo e sarà in questa guisa che il giovane samurai l’incontrerà tra i fiori del bosco e l’inseguirà ritenendola un giovanotto renitente ai doveri del momento. Poi l’incontrerà per darle il suo riso; ma la notte che precede la battaglia finale, lei lo cerca e si incontreranno il padre li scoprirà gridando contro il samurai che ha violentato la figlia e picchia la ragazza che resterà sola, per terra, abbandonata da tutti per lo scandalo, mentre il samurai se ne va triste.

Tutto il villaggio è sconvolto e Kanbei, per risollevare lo spirito in vista della battaglia che li aspetta e quasi condannando la discriminazione, dice al giovane samurai che questa notte è diventato uomo. Tutti ridono.

La battaglia è vinta e i contadini tornano al lavoro. I tre samurai superstiti osservano i cumuli degli uccisi. Il giovane sente arrivare le ragazze cantando si volta e si ferma a guardarle; la ragazza gli passerà avanti abbassando la testa, dopo averlo fissato; il samurai la inseguirà guardandola da lontano e la ragazza si volterà furtiva a guardarlo.

La tradizione impedisce l’amore, ma che lascia intravedere una speranza per il futuro. È la sequenza finale del film, che si concluderà, come già detto e come rivedremo, con la frase del capo­sa­mu­rai, già citata all’inizio.

Questo sapore romantico in un clima di paura e di guerra sta a precisare il significato tematico di tutto il film: i due giovani sono di due clas­si ben diverse, che si direbbero inconciliabili; ma l’a­more (non il sesso, che pur succede; ma quale differenza con Ki­ku­chiyo che cer­ca «donne»!) è al di sopra delle caste, benché al momento debba soccombere. Grosso apporto.

 Si intravede già, quindi, la ricchezza tematica del film.

Ma la struttura dell’intero film la esprime con forza espressiva.

La prima immagine mostra un gruppo di banditi a cavallo che stanno per assaltare il villaggio; ma uno di loro ricorda che l’hanno già depredato e che quindi ci sarà ben poco da prendere: ritorneranno dopo il prossimo raccolto. Un vecchio contadino, nascosto sotto un mucchio di paglia, li ha sentiti e riferisce al villaggio. Di qui la paura e lo sgomento di cui già det­to.

L’ultima immagine mostra il campo dei tumuli degli uccisi: quattro samurai in alto e molti piú contadini.

Ma quest’im­magine arriva co­me con­tro­campo a quella già vista, dove (il giovane se n’è andato per la ragazza) fa la sua riflessione: «Anche questa volta siamo stati noi i vinti; i vincitori sono loro, i contadini!» Ma: in che senso?

Siamo in un tempo di banditismo (prima immagine) che genera morte (ultima immagine). Ma il regista pone queste due immagini come base di una piramide che è l‘incontro di due caste: quella morte è vittoria, grazie alla generosità dei samurai e l’impegno guerresco pur obbligato dei contadini. Il regista sottolinea l’incontro felice tra le due culture, contadini e samurai, sollecita di appoggiarsi, anche oggi, sulle radici culturali del Giappone che spa­ziano tra la poesia dei sentimenti (la terra) e il fragore delle armi per difenderli. L’idillio tra il giovane samurai e la contadina è come la vetta poetica della piramide tematica. Poetica, perché parole di civiltà.

In altri termini, la tematica sociale di Kurosawa comincia con questo film a confrontarsi con le radici di quella civiltà; e lo fa con un cinema pieno di realismo poetico, stracarico di pensiero. Un pensiero, come vedremo, in continua evoluzione.

Capolavoro del cinema mondiale, i sette samurai appartiene ai film del genere jidai-geki come RASHOMON. Molte scene sono state riprese contemporaneamente da vari punti, per evitare che, dovendosi ri­pe­tere, si perdesse la spontaneità della recitazione. 

Presentato alla XV Mostra di Venezia (1954), ha vinto il secondo dei quattro «Leoni d’Argento» con la motivazione: «per la maestria con la quale sono stati rievocati l’antico Giappone e le sue tradizioni in un ampio affresco animato da un gruppo di efficacissimi attori». (Nazareno Taddei sj)

 


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