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SOGNI



Regia: Akira Kurosawa
Lettura del film di: Nazareno Taddei
Titolo del film: SOGNI
Titolo originale: YUME
Cast: regia, sogg. e scenegg.: Akira Kurosawa - fotogr.: Takao Saito, Masaharo Ueda, Kazutami Hara - mus.: Shinichiro Ikebe - scenogr.: Yoshiro Muraki, Akira Sakuragi - mont.: Akira Kurosawa, Tome Minami - cost.: Emi Wade - interpr.: Akira Terao (Io), Martin Scorsese (Vincent Van Gogh), Mitsuko Baisho (Madre di Io), Toshie Negishi (Madre con bambino), Mieko Harada (Fata), Mitsunori Isaki (Io Adolescente), Toshihiko Nakano (Io Bambino), Mieko Suzuki (Sorella di Io) - Colore - durata: 120' - produz.: Mike Y. Inoue, Hisao Kurosawa per Kurosawa USA, Warner Bros. - origine: GIAPPONE, 1990 - distribuz: Warner Bros Italia - Warner Home Video (Gli Scudi) .
Sceneggiatura: Akira Kurosawa
Nazione: GIAPPONE
Anno: 1990
Presentato: 43. Festival di Cannes 1990 - Fuori Concorso

(Tratto da TUTTOKUROSAWA a cura di Nazareno Taddei sj, Edizioni Edav, 2001)

«Ero un ragazzino piagnucoloso, — ha dichiarato Kurosawa — quasi con una sensibilità femminile. Fu mio padre, insegnante di arti marziali, con la sua disciplina a forgiare il mio carattere.» Viene in mente questa dichiarazione vedendo questo film — diciamo pure strano eppur bellissimo, anche se non interamente comprensibile.

È composto di otto episodi, legati idealmente da un unico personaggio che li percorre. Per i primi due, il personaggio è un bambino. 

 «Sole attraverso la pioggia»: le volpi, dice la mamma, quando il sole riappare e piove ancora, celebrano i loro matrimoni e non sopportano di essere viste mentre lo celebrano. Il bam­bino va ne­la foresta per cer­care di ve­de­re. È piccolino tra questi alberi im­mensi e si nasconde per vedere una pro­cessione di per­sone mascherate che compiono una stranissima dan­­za, come se lo avessero vi­sto. Scap­pa; e, rientrato a casa, la mamma gli dice che lui ha visto quello che non doveva vedere e che le volpi gli hanno lasciato un coltello; per cui deve andare a chiedere perdono alle volpi, che stanno dove finisce l’arcobaleno; e lo chiude fuori casa. Il bimbo, timoroso, ritorna col coltello in mano e si trova in un’immensa prateria piena di fiori su cui domina l’arcobaleno. 

«Il pescheto»: Un bambino porta il te a un gruppo di ospiti della sorella, nella stanza piena di bambole; ma si meraviglia che le persone ora siano cinque, mentre prima erano sei. Ma intravede un personaggio femminile, che gli altri non vedono e che è uscito. Lo insegue, prima nel bosco con gli alberi sottili, poi sulla colli­na; ma un folto gruppo di per­sonaggi in ma­schera, vestiti con colori sgargianti, gli impedisce di continuare. Gli spie­ga­no che i suoi han­no tagliato i pescheti e per questo non ci potrà più essere la festa delle bambole, perché «è anche la festa del pescheto: la festa delle bambole è in onore degli alberi di pesco, perché la bambola è la terza invenzione degli alberi di pesco; gli spiriti di pe­sco abitano nei fiore di pesco.» Il bimbo pian­ge, non perché non possa più mangiare le pe­sche, ma per­ché non potrà più godere dei fiori. Il personaggio-capo riconosce che è un bimbo buono e gli per­mette di vedere ancora una volta i peschi in fiore. Tutti allora intrecciano una danza lentissima su una fondo di musica tipicamente orientale. Poi, una rapida ma magnifica visione di peschi in fiore (la musica ora è occidentale), tra i quali egli scorge ancora quel fantastico personaggio e ancora lo insegue; ma si ritrova nel pescheto con i rami tagliati. Cerca ancora, ma si trova, meravigliato e triste, davanti a un ramo fiorito. 

Negli episodi che seguono, il personaggio che li lega è un giovane uomo. 

«La tormenta»: in una fitta nebbia azzurrina, alcuni personaggi legati in cordata e ben equipaggiati avanzano faticosamente e incerti su un ghiacciaio. Una sequenza lentissima con l’ansimare dei personaggi nella colonna sonora. C’è la tormenta e si accasciano, compreso il capocordata che pur sollecitavai compagni a non lasciarsi andare. Una misteriosa figura di donna, su una mu­sica dol­cis­s­ima, lo copre di veli e poi col suo mantello e s’invola nell’aria. Quasi a inseguirla, si alza e si dà a far alzare anche gli altri. Poi al suono di magiche trombe, si intravede il campo al quale erano avviati e si animano per raggiungerlo. Ma… realtà o illusione?

«Il tunnel»: un ufficiale reduce dalla guerra entra in un tunnel, ma gli si fa incontro aggressivo un cane con sul dorso alcune fiaschette di soccorso. Egli lo scansa ed entra nel tunnel. All’uscita, si volta per vedere se il cane l’ha seguito e invece intravede uscire dall’oscurità un soldato col volto cenereo che, dopo averlo salutato militarmente, gli grida: «Signor comandante, avevo la licenza … Quella laggiù è la mia casa. Mio padre e mia madre non si convincono ancora che io sia morto.» Quel tale gli era morto tra le braccia e ora non c’è più nulla da fare. Il sol­dato ri­tor­na nel tun­nel, ma l’­uf­ficiale lo ha salutato militar­men­­te in pieno ri­spetto.

 Mentre l’ufficiale, triste, lo ve­de scomparire nell’ombra, un rumore ossessionante di squadrone in marcia lo spaventa. Appare compatto il terzo battaglione, tutti col volto di cenere come il primo, tutti morti. Lo salutatano militarment e come resoconto al comandante, il capo dichiara: «Perdite, nessuna!». Ma il nostro ufficiale cerca di convincere che ormai tutti sono morti: «la guerra è follia, l’esercito con i suoi regolamenti è disumano; ma io non intendo nascondere la mia colpevolez­za dietro questa di­sumanità.» È stato fatto prigioniero e ha «assaggiato il sapore della morte; e adesso, rivedendo voi, torno a sentire quel tremendo sapore. Vi assicuro, vi giuro, che avrei voluto morire insieme a tutti voi.» Loro hanno sofferto più di lui. Ora, però, che tornino indietro. Come comandante, dà l’ordine di dietro-front e quelli obbediscono. L’ossessivo rombo di marcia continua. Egli si accascia. Ricompare il cane, abbaiando aggressivo, dopo un suono di tromba militare. 

«Corvi»: un giovane pittore visita una mostra di Van Gogh. Il quadro de Il pontedi Langois gli si anima con sottofondo la musica di Chopin. Egli percorre le strade e gli spazi riprodotti nei vari quadri e incontra Van Gogh di persona: «Non dipinge?» «Questo quadro prescinde dalla realtà. Io mi perdo in questa bellezza e poi il quadro si dipinge da solo… Poi lavoro da schiavo, come una locomotiva. Il sole mi costringe a dipingere» e se ne va perché non ha tempo da perdere con lui. Il nostro continua. Contro il sole, il suo cammino è nei quadri diventati come fossero quella realtà che riproducono. Arriva così al Campo di grano con corvi , dove i corvi, volando gracchianti, riempiono il cielo. Poi improvviso suono di locomotiva e tutto si ferma su lui che guarda il quadro. Uno strano, bellissimo, cammino nell’arte, genio e follia.

«Fujiama in rosso»: fiumana di gente che scappa: «È cominciata l’esplosione del Fujiama! Il Giappone è piccolo. Scappate!» Fiumana. Ora c’è una landa di rimansugli proprio come dopo un passaggio di folla. Un uomo descrive l’effetto mortale delle nubi ra­dio­at­tive. Una mamma con bambini si dipera. Arriva una nube rossa. Il giovanotto, che all’inizio chiedeva cos’era successo, cerca di disperderla agitando la propria giacchetta davanti alla donna.

Evidente critica disperata contro le nuove scoperte della scienza.  

«Il demone che piange»: un giovane uomo cammina in una landa desertica percorsa dalle nubi. Incontra un uomo cencioso che lo sfugge e che gli dice: «Un tempo io ero un uomo. Un missile ha fatto questo deserto.» Si vedono fiori enormi. Il cencioso parla del­l’in­qui­namento della radioattività. Parla di dèmoni, che devono vivere per l’eternità e quando arriva la notte piangono. Lo invita a vedere come piangono: persone bicornute che gettano ombre rosse ululano e si muovono di­spe­ra­tamente nel pianto. Il giovane uomo scappa e scende correndo dalla montagna. L’inferno del­l’insensata civiltà tecnologica moderna.  

«Villaggio dei mulini»: il solito giovane uomo arriva in un villaggio senza nome, dove ogni casa ha un molino e dove una passerella permette di sorpassare i due bracci di fiume. I bambini portano fiori su una pietra dove molto tempo fa un passante era morto e non c’erano soldi per farne una lapide. Il nostro uomo va a cercare spiegazioni presso un vecchio centenario, che sta aggiustando una ruota del suo mulino, e che lo ragguaglia circa quel villaggio senza nome e senza elettricità; per la notte ci deve essere buio per poter godere delle stelle; gli spiega come l´i si vive: tutto nella natura e con la natura; non c’è bisogno delle nuove tecnologie che invece, la natura, la rovinano. Si sentono suoni e rumori di festa; ma è il funerale d’una vecchia di novantanove anni, ch’era stata la sua prima fiamma, ma poi aveva sposato un altro. Al funerale si fa festa, perché la gente si complimenta col morto che è vissuto bene, lavorando e facendo quello che doveva fare. Il giovane uomo se ne va raccogliendo anche lui un fiore da mettere su quella pietra. Sui titoli di coda, si vede un’acqua calma di tor­rente, che scorre tra i sassi e fa­cendo in­curvare le alghe. 

 Il titolo «sogni» è la prima chiave di lettura. Dov’è il Kurosawa di RASHOMON e di KAGEMUSHA? Forse c’è un pizzico di DERSU; ma, se si vuole, quel pizzico di poesia grande o piccolo che c’è in tutti i suoi film, qui diventa il contenuto più che l’elemento ispiratore. La poesia del bambino chevive nel regno dei sogni; quella («La tormenta») dell’uomo che vuole arrivare (p.e. KA­GEMUSHA) e non si sa se arriva; quella — ch’è particolarmente la sua — dell’uomo che è trascinato sa fare cose belle trascinato dalla locomotiva della bellezza del creato; e finalmente quella poesia che, spenta dalle nuove imperanti tecnologie («Fujiama» e «Demone»), rinasce nel sogno di poter rivivere quella bellezza, non solo estetica («Corvi»), bensì umana e sociale («Il villaggio»).

Il sogno è poesia o vera o ingigantita o ferita; ma vita autentica. Forse è il vero testamento di Kurosawa. (Nazareno Taddei sj)    

 


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