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IL SEGRETO DI ESMA



Regia: Jasmila Zbanic
Lettura del film di: Olinto Brugnoli
Edav N: 348 - 2007
Titolo del film: IL SEGRETO DI ESMA
Titolo originale: GRBAVICA
Cast: regia: Jasmila Zbanic sogg.: Barbara Albert scenegg.: Jasmila Zbanic fotogr.: Christine A. Maier mus.: Enes Zlatar mont.: Niki Mossbck scenogr.: Kemal Hrustanovic cost.: Lejla Hodzic interpr.: Mirjana Karanovic (Esma), Luna Mijovic (Sara), Leon Lucev (Pelda), Kenan Catic (Samir), Jasna Ornela Berry [Jasna Beri] (Sabina), Dejan Acimovic (Cenga), Bogdan Diklic (Saran), Emir Hadzihafizbegovic (Puska), Ermin Bravo (Lehrer Muha), Semka Sokolovic-Bertok (Madre di Pelda), Maike Hhne (Jabolka), Jasna Zalica (Plema), Nada Djurevska (Zia Safija), Minka Muftic (Vasvija), Sedina Muhibic (Maja), Vanesa Glodo (Dzemila), Hasija Boric (Fadila), Sanja Buric (Mirha), Sabina Turulja (Zehra), Dunja Pasic (Mila) durata: 90 colore - produz.: Coop99 Filmproduktion, Deblokada Filmproduction, Noirfilm Filmproduktion, Jadran origine: AUSTRIA, BOSNIA-ERZEGOVINA, CROAZIA, GERMANIA, 2005 distrib.: Istituto Luce (27.10.2006)
Sceneggiatura: Jasmila Zbanic
Nazione: AUSTRIA, BOSNIA-ERZEGOVINA, GERMANIA, CROAZIA
Anno: 2005
Presentato: 56. Festival di Berlino 2006 - In Concorso
Premi: ORSO D'ORO A JASILA ZBANIC AL 56MO FESTIVAL DI BERLINO 2006

Il film rappresenta l’opera prima di una regista bosniaca, Jasmila Zbanic, che finora si era cimentata nell’ambito del documentario e del cortometraggio. Consigliata da Amnesty International e insignita del Premio della Giuria Ecumenica, l’opera ha ottenuto a sorpresa anche l’Orso d’Oro come miglior film al Festival di Berlino 2006.

Durante la consegna del premio, l’autrice ha pronunciato dal palco queste dure parole: «Io spero di far ricordare che, undici anni dopo la fine della guerra, i criminali di guerra Ratko Mladic e Radovan Karadzic sono ancora in libertà. Essi hanno organizzato lo stupro di ventimila donne in Bosnia, hanno ucciso 100 mila persone e ne hanno deportato un milione. Tutto ciò si è svolto in Europa, ma nessuno ancora sembra ritenere opportuno il loro arresto.»(1) 

La vicenda. A Grbavica, un quartiere di Sarajevo, vivono Esma e la figlia dodicenne Sara. I modesti aiuti statali sono appena sufficienti per vivere, visto che il padre di Sara, secondo la versione di Esma, è morto in Bosnia ed è quindi considerato un martire alla stregua di tanti altri uomini, come il padre di Samir, un compagno di scuola di Sara. Ma Esma cova in cuor suo un segreto. La vediamo indaffarata a cercare di arrotondare il magro contributo lavorando come cameriera in un fumoso e malfamato club e facendo la sarta per alcune sue amiche impiegate in un calzaturificio. Il suo scopo principale pare essere quello di raggranellare 200 euro che servono per pagare una gita scolastica alla figlia. Strano, visto che, per disposizione delle autorità, i figli degli eroi di guerra possono parteciparvi gratuitamente. Nel frattempo Sara fa amicizia con Samir (un’amicizia che vede i due ragazzi sempre piú coinvolti sentimentalmente) ed Esma simpatizza con Pelda, una delle guardie del corpo del direttore del club. Venuto il momento della gita, Esma riesce, grazie ad una colletta organizzata dalle sue amiche, a pagare il prezzo del biglietto. Ma ciò suscita la reazione rabbiosa di Sara che avrebbe voluto che la madre esibisse il certificato di morte del padre, per poter godere dei vantaggi economici e anche per dimostrare a tutti che suo padre è stato veramente un martire. Durante un furioso litigio tra madre e figlia emerge finalmente la drammatica verità: Sara è il frutto di uno stupro etnico che Esma ha dovuto subire in un campo profughi. La terribile verità è lacerante, ma diventa la condizione indispensabile per riappacificarsi e per guardare con piú serenità ad un futuro che si spera migliore. 

Il racconto.

- L’incipit del film è costituito da un’immagine dal chiaro sapore emblematico: un gruppo di donne sedute o sdraiate, con gli occhi chiusi, viene ripreso dall’alto con una lenta panoramica, mentre una musica dolente accompagna l’immagine visiva che si ferma sul P.P. di Esma. Questa apre gli occhi e guarda in macchina. C’è una grande luce e di seguito il titolo originale del film, che è semplicemente GRBAVICA.

Il film procede poi con struttura lineare dividendo la storia in due parti: la prima, che comprende quasi tutta la vicenda, e la seconda, che ne rappresenta la conclusione. In mezzo c’è il vero e proprio perno strutturale narrativo, rappresentato dal litigio tra madre e figlia che fa esplodere la verità. 

- La prima parte è tutta centrata sulla figura delle due protagoniste, Esma e Sara, viste all’interno di un contesto ambientale quanto mai significativo. Partiamo da quest’ultimo. 

* L’ambiente. È significativo che il titolo originale del film sia semplicemente Grbavica, proprio per sottolineare l’importanza di quel quartiere di Sarajevo che, durante la guerra, sotto il controllo serbo-montenegrino, veniva usato come campo di tortura e di violenza. Dopo alcuni anni quel luogo porta ancora impressi, nel tessuto urbano e nell’animo delle persone, i segni dello squallore e di infiniti dolori. Non è un caso che la regista ce lo mostri durante il periodo invernale, con grossi cumuli di neve accatastati lungo le strade, il clima rigido e impietoso, le persone che cercano di ripararsi da un freddo che non è solo fisico. Gli edifici sono squallidi e fatiscenti, i panorami spogli e desolati. La povertà si manifesta nell’abbigliamento della gente che fa la spesa, che prende l’autobus, che cammina tristemente in un vuoto di comunicazione e di rapporti umani. In compenso c’è il club, dove alcuni cercano di dimenticare le brutture della vita, stordendosi con l’alcol, immergendosi in una sordida volgarità alimentata da entraîneuses da strapazzo e organizzata da loschi figuri senza scrupoli, che magari, durante la guerra, hanno fatto i soldi col mercato nero. Ne sono un tipico esempio il direttore del club, che si fa difendere da due guardie del corpo (tra cui Pelda), e un certo «comandante» che cerca di assoldare le stesse guardie del corpo per eliminarlo. Significativa in proposito la frase pronunciata da Pelda al suo collega di lavoro: «Ci amavamo di piú durante la guerra». Ci sono poi le donne (vedove o, come nel caso di Esma, stuprate) che si mettono in fila per ricevere i contributi statali; c’è la madre di Pelda che si lamenta per gli scarsi aiuti umanitari; ma soprattutto si sente parlare di fosse comuni che vengono scoperte e dei cadaveri nei sacchi di nylon che devono essere riconosciuti (come il padre di Esma o quello di Pelda). «Questo odore è lo stesso di prima», commenta tristemente Esma in uno dei rari momenti di comunicazione e di confidenza con Pelda, che, a sua volta, aveva detto al suo collega: «Se dovessi ricordare tutto, mi sarei già ucciso». 

* Esma. Dopo l’immagine emblematica dell’inizio, la vediamo cercare lavoro proprio nel club di cui s’è parlato. Per ottenerlo dichiara di non avere vincoli familiari e di essere disposta a fare i turni di notte. Si può dire che in tutta questa prima parte Esma dimostra di avere un’unica preoccupazione: quella di racimolare i 200 euro necessari per la gita scolastica di Sara. Oltre a lavorare nel club, Esma fa alcuni lavoretti da sarta per delle sue amiche, ma è costretta a ricorrere all’aiuto di Sabina per accudire Sara durante le sue assenze notturne. Il suo rapporto con la figlia, un po’ irrequieta e irrispettosa, è decisamente buono. Fin dall’inizio la vediamo ridere e scherzare con lei. Si capisce che il suo amore per la figlia è forte: appena ritirato il sussidio va a comperare una trota che sa essere gradita alla figlia; la guarda spesso con attenzione e profondo affetto; chiede a varie persone i soldi necessari per la gita scolastica. Non rinuncia tuttavia a darle un’educazione, come quando le raccomanda di lavarsi le mani e la costringe a tagliarsi le unghie o le infligge cinque giorni di punizione per il suo comportamento scorretto. Accetta le attenzioni di Pelda, ma quando s’accorge che Sara spia le sue mosse e teme di rimanere sola, l’abbraccia con vigore e le promette che non la lascerà mai. La difende anche di fronte alle lamentele di Sabina («Non sai niente di bambini») e la rassicura ripetutamente circa il certificato e la partecipazione alla gita. Ma poco alla volta emerge quel segreto che Esma si porta dentro e che le pesa come un macigno. In diverse occasioni vediamo in lei segni di turbamento. La prima volta è quando, scherzando con Sara, si trova ad essere distesa sul pavimento con la figlia sopra. In seguito, in autobus, fugge di fronte ad un uomo che, con la camicia aperta, mostra il petto villoso. Per due volte, nel club dove lavora, è costretta ad assistere a scene di approcci sessuali: scappa, con evidente disagio, e si rifugia nel camerino dove ingoia alcune pillole. Inoltre la vediamo partecipare (assieme ad altre donne, quelle stesse viste nell’immagine iniziale) a delle terapie di gruppo alla presenza di una psicologa.

 È chiaro che sono tutte donne che hanno subito violenze e che adesso cercano di superare i traumi subiti. Alcune di loro parlano; altre sembrano isteriche; Esma, invece, tace. Molto significativo appare a questo punto il monito lanciato dalla psicologa: «Alcune donne cercano di esternare i propri sentimenti, di condividerli... chiuderci è la cosa peggiore che ci potrebbe capitare. Alcune di voi non hanno mai parlato (e l’immagine si sofferma sul volto di Esma), ma non può esserci alcuna guarigione senza che se ne parli». Verso la fine di questa prima parte Esma riesce finalmente ad avere tutti i soldi per la gita di Sara e li porta a scuola, ma dovrà vedersela con la dura reazione della figlia, cui sarà costretta a dare un ceffone. Piú tardi Pelda viene a salutare Esma: ha deciso di partire da quello squallido luogo. I due si salutano affettuosamente e si baciano. Ma Sara, che ha visto tutto dalla finestra, è in agguato.  

* Sara. Inizialmente non ha molto peso, ma penso che anche lei possa essere considerata protagonista del film, sia per l’evoluzione che avrà, sia perché le ultime immagini si soffermano su di lei. Ha un caratterino non certo facile. Fin dall’inizio la vediamo giocare a calcio come un «maschiaccio» e litigare con Samir. È scontrosa e un po’ ribelle: mente al professore che la rimprovera raccontando che la madre è malata di cancro; litiga con Sabina, alla quale si diverte a fare dei dispetti; tira sassi ai gatti. Si vanta con tutti di avere avuto un padre martire in guerra. Ma poi rivela tutte le sue contraddizioni e la sua fragilità: la simpatia, seppur inizialmente mascherata ma poi sempre piú intensa, con Samir; la paura di rimanere sola e la pretesa di imporre alla madre il giuramento di non sposarsi; il desiderio di sapere che cosa «ha preso» dal padre («I capelli», le risponde Esma). Anche lei ama la madre, anche se talvolta in modo un po’ conflittuale. Soprattutto non riesce a capire perché Esma tardi tanto a cercare o a procurarsi quel certificato per lei cosí importante. Infine si scontra con la madre per via del certificato e con tre sue compagne che mettono in dubbio l’identità del padre. Quando Esma fa ritorno a casa, dopo aver baciato Pelda, Sara l’aggredisce e arriva a minacciarla con la pistola di Samir e ad offenderla crudelmente: «Non sai nemmeno con chi hai scopato».

- La seconda parte del film inizia con il drammatico scontro tra madre e figlia. Sara accusa Esma di essere una bugiarda e, minacciandola, le impone di dirle la verità. Esma allora esplode e, in un crescendo drammatico, picchia la figlia sbattendole in faccia tutta la verità: sí lei è la bastarda di un Cetnico, il frutto di uno dei tanti stupri che Esma ha dovuto subire durante la guerra.

Potrebbe essere la fine di tutto, la distruzione di due esistenze, una lacerazione che non dà scampo.

Ma le due «donne» reagiscono con una forza insospettata.

Esma partecipa alla terapia di gruppo: le immagini sono simili a quelle dell’inizio, ma questa volta le donne hanno gli occhi aperti: la panoramica anche questa volta arriva sul volto di Esma, che però ora non è impassibile o muta, ma piangente. E finalmente parla. Racconta delle umiliazioni che ha dovuto subire, quando ogni giorno due o tre Cetnici abusavano di lei. E del dramma della sua maternità non voluta, dei pugni che si dava sulla pancia, picchiando con tutte le sue forze, per abortire: «Ma era inutile; la mia pancia cresceva con lei dentro». Poi il rifiuto: «Non la voglio; portatela via». Poi l’arrivo del latte; il pianto della bambina al di là del muro; il primo allattamento («solo per una volta»). «Ma quando me la portarono, quando la presi tra le braccia era cosí piccola... e cosí bella. Io avevo dimenticato che c’era qualcosa di bello in questo mondo». Esma ha compiuto un grande gesto di amore e di straordinaria apertura nei confronti della vita, accettando Sara, nonostante tutto.

Sara, chiusa in un preoccupante mutismo, compie un gesto simbolico e al tempo stesso liberante: si rasa a zero. Cioè si taglia quei capelli che, come le era stato detto, erano uguali a quelli del padre, rifiutando cosí quella paternità frutto di violenza.

E solo ora può avvicinarsi senza piú alcuna remora a Samir e baciarlo appassionatamente.

Giunto il momento della partenza per la gita, Esma e Sara si salutano, si guardano intensamente, si abbracciano. C’è tanta sofferenza sui loro volti. Ma poi, quando il pullman parte, Sara appoggia la mano sul vetro e saluta la madre sorridendole. Esma si commuove, sorride e la saluta. L’immagine in soggettiva del pullman che si allontana sancisce la riconciliazione tra madre e figlia e, nel contempo, emblematicamente, l’allontanamento di Sara da quel luogo di sofferenza e di dolore. Le ultime immagini, infatti mostrano una Sara sorridente che, assieme ai suoi amici, canta una canzone di vita e di amore.

Idea centrale. Gli orrori della guerra e la crudeltà degli uomini provocano lacerazioni che sembrano insanabili per sempre. Ma la forza della verità («Non può esserci alcuna guarigione senza che se ne parli») che rivela non solo i gesti atroci, ma anche gli eroici gesti di amore, permette di superare i traumi, consente la riconciliazione tra le persone e consente di proiettarsi verso un futuro piú sereno, in cui la vita e l’amore possano nuovamente trovare diritto di cittadinanza nel mondo.

Soprattutto grazie alle donne (si pensi alle bellissime ed emblematiche immagini iniziali). Donne violate, ferite, umiliate. Donne private della loro dignità. Ma anche donne forti, capaci di gesti eroici, che, pur tra indicibili sofferenze, riescono a riappropriarsi dell’amore e della vita. (Olinto Brugnoli)

 


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