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LA GUERRA DEI FIORI ROSSI



Regia: Zhang Yuan
Lettura del film di: Adelio Cola
Edav N: 347 - 2007
Titolo del film: LA GUERRA DEI FIORI ROSSI
Titolo originale: KANSHANGQU HENMEI
Cast: regia: Zhang Yuan - sogg.: Wang Shuo, Ning Dai, Zhang Yuan - scenegg.: Zhang Yuan, Ning Dai - fotogr.: Yang Gao - scenogr.: Huo Tingxiao - cost.: Huang Baorong, Zhao Zhibin, Wang Hao, Zhu Meiling, Zheng Yujuan, Huo Feng - mont.: Jacopo Quadri - interpr. princ.: Dong Bowen (Fang Qiangqiang), Ning Yuanyuan (Yang Nanyan), Chen Manyuan (Yang Beiyan), Zhao Rui (Ms. Li), Li Xiaofeng (Ms. Tang), Sun Yujia (Dou), Du Ma (Fa), Liu Runqiu (Pang), Wang Ziye (Mao), Zhang Yanghao (Jin), Kang Jiani (Jia), Zhao Jiaheng (Hai), Liu Lian (Qian), Yao Qing (Ning), Li Huacheng (Long)- durata: 92' - colore - produz.: Marco Muller per Downtown Pictures, Citic Culture and Sports Enterprises LTD, Century Hero Film Investment LTD, Century Hero Film Investment LTD, Beijing Century, Good-Tidings Cultural Development LTD, in associazione con Rai Cinema e Istituto Luce - origine: CINA, ITALIA, 2006 - distrib.: Istituto Luce (12.1.2007)
Sceneggiatura: Zhang Yuan, Ning Dai
Nazione: CINA, ITALIA
Anno: 2006
Presentato: 56. Festival di Berlino 2006 - Panorama Special
Premi: PRIZE OF THE GUILD OF GERMAN ART CINEMAS AL 56MO FESTIVAL DI BERLINO, 2006; PREMIO ALBACINEMA MIGLIOR REGIA ALLA 5a EDIZIONE DELL'ALBA INTERNATIONAL FILM FESTIVAL, 2006; PREMIO ROBERT BRESSON 2006 DELL'ENTE DELLO SPETTACOLO

È LA STORIA, ambientata nella Cina Popolare – Pechino anno 1949 –, di Qiang, bimbo di quattro anni caparbio e insofferente di disciplina, parcheggiato stabilmente dai genitori, impossibilitati a tenerlo in famiglia per impegni di lavoro, in un asilo infantile assieme a tanti altri compagni e compagne, il quale, dopo aver forzatamente accettato la sua «condanna» e dopo vari tentativi di resistere e di ribellarsi alle regole dell’istituto anche coinvolgendo i suoi amici nel rifiuto di quel genere di vita, alla fine evade dall’asilo ed entra nel parco confinante d’una casa di cura per alienati mentali riposandosi stanco ma provvisoriamente libero in un angolo solitario del manicomio.

Riassunta cosí, sembra una storia raccontata alla maniera di Truffaut: ricordi autobiografici del regista. Ma tale non può essere per diversi motivi. Anzitutto perché l’autore del film non può conservare una memoria cosí precisa e chiara della sua lontana infanzia, ma soprattutto perché essa è da lui raccontata in modo da fare propendere lo spettatore per l’ipotesi che essa non sia una storia reale, anche se verosimilmente imbastita secondo moduli e criteri educativi di mezzo secolo fa in Cina, ma una parabola. Ci chiediamo allora quale potrebbe essere la sua applicazione alla vita cinese di cinquant’anni fa e forse anche d’oggi.

Osserviamo anzitutto che l’asilo dei bimbi è un asilo caserma, dove ogni attività si svolge a suon di fischietto della maestra, che esercita l’autorità con severa ferma determinazione. Non si può parlare, a tavola per esempio, non si può protestare, non si deve disobbedire, bisogna scendere immediatamente dal letto al fischio del mattino e dormire subito a quello della sera.

Quasi tutte le regole sono opportune al fine di governare il plotone numeroso dei bimbi; è il modo di esigerne l’osservanza che appare di tipo militaresco. Ad un certo punto sfilano di fronte ai bimbi in passeggiata esterna i giovani soldati di leva che ripetono meccanicamemte ordini gridati dal comandante che non si vede. Il parallelo tra i due gruppi è evidente.

La maestra si comporta in modo tale da essere definita dall’intraprendente protagonista del film «il mostro che mangia i bambini». Contro di lei il nostro riesce a coalizzare i compagni per legarla e renderla inoffensiva. L’impresa non riesce ma la reazione rivoluzionaria del bimbo disobbediente impressiona grandi e piccoli ospiti dell’asilo.

«Qui non potrete piú tornare da adulti. Di questa vostra esperienza conserverete buona memoria per sempre!», esorta la direttrice. Al protagonista e a coloro che lo imiteranno un giorno, da adulti rimarranno tre opzioni: la prima, l’omologazione tipo robot il nostro l’ha istintivamente rifiutata; la seconda, reclusione in casa di cura per... dissidenti e disobbedienti, farà tutto quello che dipende da lui (e da loro?...) per evitarla; la terza, rivoluzionaria, decisa con il rifiuto delle regole disumane, per ora non può essere messa in pratica: crescendo in età... ognuno farà la sua scelta.

Il film è distinguibile in tre parti strutturali: la prima descrive la rassegnazione forzata accettata con viscerale malcontento delle regole dell’asilo; segue l’insieme delle reazioni di difesa del protagonista e delle sue iniziative di coinvolgimento dei bambini timidi e succubi della «cattiva maestra»; assistiamo infine alla simbolica evasione del protagonista dall’asilo caserma, dal quale già un’altra volta aveva tentato l’avventura con una bambina disposta a seguirlo ma ritornando poi al suo posto, dopo aver approffittato della distratta sorveglianza delle assistenti correndo il pericolo di rimanere travolti dal traffico stradale.

La coeducazione degli innocenti angeletti e angelette, (s)vestiti come i putti dei quadri rinascimentali, è accettata dai bimbi con generale accettazione passiva. Il regista sottolinea fortemente l’insubordinazione del piccolo protagonista che lotta in difesa della sua libertà. Qiang dà vita a marachelle a catena offrendosi come capo di simili iniziative a femminucce timide e disponibili.

La fantasia che lo spinge a coalizzare i compagni di sventura contro «la maestra, mostro che mangia i bambini» è chiara anticipazione di attività rivoluzionarie difensive future. Ma... gli saranno permesse da adulto, nel tempo della futura Rivoluzione Culturale?

A questo punto si giustifica il titolo italiano del film: quella del protagonista è «guerra» contro l’autorità, che nelle persone responsabili dell’asilo che lo ospita premiano i buoni e puniscono i cattivi con l’assegnazione o la privazione d’un «fiorellino rosso» sul loro nome nell’elenco incollato alla parete del salone della scuola. 

La lode incondizionata va al regista del film, che è riuscito a far recitare in modo spontaneo e credibile non soltanto il caparbio protagonista ma anche la folla dei bimbi dell’asilo. Si nota qualche insistenza tematica nell’aggiunta non necessaria di alcuni nuclei narrativi al fine di sottolineare due volte le reazioni di difesa del protagonista.

Quanto ai metodi educativi del tempo nel quale il film è stato ambientato, c’è da augurarsi che siano stati definitivamente abbandonati. (Adelio Cola)

 


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