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LE ROSE DEL DESERTO



Regia: Mario Monicelli
Lettura del film di: Franco Sestini
Edav N: 346 - 2007
Titolo del film: LE ROSE DEL DESERTO
Cast: regia: Mario Monicelli sogg.: Mario Tobino liberamente tratto dallopera Il deserto della Libia di Mario Tobino (ed. Mondadori) e dal brano Il soldato Sanna tratto dallopera Guerra dAlbania di Giancarlo Fusco (ed. Sellerio) scenegg.: Mario Monicelli , Alessandro Bencivenni, Domenico Saverni fotogr.: Saverio Guarna scenogr.: Lorenzo Baraldi cost.: Daniela Ciancio mont.: Bruno Sarandrea effetti: Claudio Napoli interpr.: Michele Placido (frate Simeone), Giorgio Pasotti (ten. Marcello Salvi), Alessandro Haber (maggiore Stefano Strucchi), Fulvio Falzarano (sergente Barzottin), Moran Atias (Aisha) durata: 102 colore produz.: Mauro Berardi per Luna Rossa Cinematografica origine: ITALIA, 2006 distribuz.: Mikado (01-12-2006)
Nazione: ITALIA
Anno: 2006

È la storia di un gruppo di soldati dell’esercito italiano, ai tempi della guerra di Libia, facenti parte di un reparto della sezione sanitaria del Battaglione «Montebello», al comando del generale Pederzoli, accampato in una oasi del deserto libico; poiché tutto il gruppo è protagonista del film, vediamo almeno le figure principali: anzitutto il maggiore Strucchi (interpretato da un centratissimo Alessandro Haber) che comanda il reparto, il quale delega ogni incombenza agli inferiori per rifugiarsi nel suo mondo poetico fatto di quotidiane liriche inviate alla moglie della quale è follemente innamorato; abbiamo poi il tenente Salvi (interpretato dal bravo Giorgio Pasotti), che sull’onda dell’andazzo generale – guerra lampo, gita turistica per aiutare i libici e via di questo passo – si aggira tra le dune e nel piccolo villaggio vicino all’oasi, munito di macchina fotografica, si dedica a cogliere le immagini piú suggestive di quel mondo; c’è poi il sergente Barzottin (Fulvio Falzarano) sul quale ricadono tutte le problematiche dei commilitoni ed il soldato Sanna (Emanuele Spera) che è in crisi per aver ricevuto la cartolina precetto pochi giorni prima di convolare a nozze riparatrici con una compaesana e che adesso non sa come comportarsi. Quasi subito si presenta al campo un frate domenicano, padre Simeone (interpretato da un magnifico Michele Placido) che cerca di ottenere favori per i ragazzi libici che frequentano la sua piccola e scalcinata scuola e che finirà per seguire le peregrinazioni del reparto quando l’oasi verrà abbandonata.

La vita scorre quietamente tra lettere fiume del maggiore all’amata consorte e ricerca di avventure per il tenente: la moglie del capo villaggio verrà inguaiata da una sua incauta lettera in italiano che la ragazza ovviamente non comprende ma il marito sí ed allora c’è il ripudio della donna ed il suo confinamento in un bordello di Bendasi, dove infatti il giovane la rivedrà per un attimo.

Ad un certo punto della narrazione, tutto cambia e fa capolino la guerra vera, quella fatta di morti e di feriti: gli inglesi, dati per spacciati, hanno invece sfondato il fronte e stanno dando una bella lezione ai malcapitati italiani i quali non sanno trovare di meglio che darsela a gambe, pur con la consueta disorganizzazione ed il solito scarica barile di responsabilità; cosí anche il nostro reparto si trova a dover sloggiare dall’oasi per ripiegare insieme ad una colonna italiana. Le cose cambiano, dall’amena vita del gruppo che cercava di ammazzare il tempo con varie iniziative, si passa ai mitragliamenti degli aerei britannici che cominciano a fare i primi morti, tra i quali il soldato Sanna che non riesce cosí a coronare il sogno d’amore ed a sposare la compaesana: sarà padre Simone che lo sposerà – sia pure da morto – organizzando una sorta di matrimonio per procura che almeno dovrebbe salvare l’onore della ragazza.

Ed a questo punto giunge il generale Pederzoli (reso perfettamente dalla sorpresa Tatti Sanguineti) il quale impersonifica la retorica bellica, rendendola cosí marcata da portarla alla parossistica (e pagliaccesca) richiesta di «costruire un cimitero con una croce altissima, ma cosí alta da essere vista da ogni parte» e che, a costruzione ultimata se ne esce con l’affermazione «bene, ora che abbiamo il cimitero pensiamo a trovare i morti».

Anche il maggiore ha la sua sanguinosa disgrazia: riceve la notizia che la moglie è morta durante un bombardamento; l’uomo comincia a sragionare per il dolore, se la prende con tutti – in primis con Dio – per l’atroce disgrazia subita e meno male che la truppa gli cela la verità: la fedele mogliettina è stata colta da un bombardamento mentre si trovava – di notte – a casa di un cugino; a fare che, si domandano tutti? Meglio non chiederlo al maggiore che già è fuori di testa.

La fine del film vede i superstiti del reparto ancora in fuga precipitosa, questa volta insieme ai camerati tedeschi, dei quali viene sottolineata l’arroganza e l’incivile cattiveria: non sappiamo se riusciranno a cavarsela, non sappiamo se ce la faranno a rientrare in patria, in quanto tutto quello che era utile all’autore per la sua narrazione è già stato detto e non necessita altro.

Il film, diviso in due parti assai nette – la prima, con l’analisi delle varie situazioni dei nostri soldati e la seconda con la fuga e il modo come ognuno di loro si comporta nei confronti della guerra vera – ha un inizio puramente narrativo (l’arrivo e l’acquartieramento nell’oasi) e non ha una fine ben definita, perché le storie dei superstiti restano tutte aperte.

Anzitutto l’autore, attraverso la «varietà tipologica» dei protagonisti cerca – e in parte ci riesce – a conferire al film una sostanziale universalizzazione, cosí che si possa dire che «l’italiano» non è tagliato per fare la guerra – affermazione già fatta in altre opere da Monicelli – ma che quando ci si trova in mezzo, pur tra disorganizzazione (i pacchi dono con la grappa e le maglie di lana) e inettitudine dei comandi (il fuggi fuggi alla prima offensiva inglese) riesce a fare il proprio dovere ed a compiere anche atti di autentico eroismo (il campo minato passato in motocicletta).

Un film quindi che piú contrario alla guerra non si sarebbe potuto fare e che ricalca in qualche modo le tematiche care a Monicelli già trenta anni fa; la guerra mostra il lato peggiore dell’uomo (il generale che attende i morti da collocare nel «suo» cimitero) e riesce a vanificarne gli entusiasmi e le attese, come la poesia utilizzata dal maggiore per comunicare con la moglie che si trasforma in invettive ed in rancore verso Dio.

C’è poi una figura della quale ancora abbiamo trattato poco e cioè padre Simeone, sdrucito e trucido frate missionario di confine e per di piú in guerra: apparentemente non pare dedito alla dottrina ma all’aiuto dei poveri e degli indigenti ragazzi libici ai quali insegna un po’ della nostra lingua, ma quando è il caso di prendere posizione si riprende il saio e ritorna ad essere il difensore della fede («come puoi sapere tu, povero citrullo, quale sia il piano di Dio») pur in quella situazione nella quale sembra che Nostro Signore sia girato dall’altra parte.

Tutto questo ci è stato proposto da un signore di ben 92 anni, con 64 film all’attivo prima di questo; un signore che ha conosciuto fama in tutto il mondo ma che dall’analisi di quest’ultima (per il momento) opera si riesce a cogliere due cose: la prima è che le risorse che aveva a disposizione non erano sufficienti per quello che lui avrebbe desiderato realizzare, ma che è andato avanti lo stesso ingegnandosi in ogni modo possibile (la parte degli effetti speciali deve essere stata tagliata decisamente per motivi di budget); la seconda cosa che possiamo rilevare è la stringatezza narrativa che Monicelli imprime alla sua opera, come se avesse una gran fretta di portarla a termine prima possibile, circostanza che conferisce al film un ritmo ancora piú vertiginoso di quello che è già tipico dell’autore.

Potremmo stare delle ore a dibattere su quello che è peggiorato nel Monicelli della terza o quarta età e su quello che invece è rimasto tale e quale, ma credo che sia preferibile ammirare nella sua interezza quello che questo «grande signore di inizio secolo scorso» riesce ancora a confezionare, a dimostrazione soprattutto di una freschezza di sentimenti e di una grande lucidità di pensiero.

Per concludere, il film – liberamente tratto da «Il deserto della Libia» di Tobino, e dal brano “Il soldato Sanna” tratto dall’opera «Guerra d’Albania» di Giancarlo Fusco, che io peraltro non conosco – ha un titolo che richiama una formazione minerale, tipica dei paesi desertici (appunto: la rosa del deserto, piccolo gioiello che viene regalato agli ufficiali italiani dal capo villaggio); tale prodigio della natura risulta essere un aggregato di cristalli di gesso che si forma in ben determinate condizioni ambientali e climatiche e la cui componente di gesso – in presenza di piogge – si scioglie e cosí «la rosa» pian piano si distrugge: se ci fate caso, ci sono varie assonanze con la vicenda filmica, infatti le due fasi dello splendido minerale – prima la bellezza e poi la distruzione – sono richiamate emblematicamente dalla narratività del film che ha una prima parte dichiaratamente idilliaca, pur in situazione di guerra, ed una seconda chiaramente distruttiva, a causa della guerra (emblematizzando la pioggia che è caduta copiosa sul gioiello).

Ci resta solo da augurare a Monicelli di fare il suo sessantaseiesimo film e di farlo quanto prima; ma ancora piú importante è augurare al Grande Maestro un futuro sereno e ancora pieno di bei ricordi e di altrettanto bei sentimenti. (Franco Sestini)

 


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