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Tutta la vita davanti



Regia: Paolo Virz
Lettura del film di: Franco Sestini
Edav N: 360 - 2008
Titolo del film: TUTTA LA VITA DAVANTI
Cast: regia.: Paolo Virz sogg.: Michela Murgia, tratto dal suo libro Il mondo deve sapere - Romanzo tragicomico di una telefonista precaria, Isbn Ediz., 2006 scenegg.: Paolo Virz, Francesco Bruni fotogr.: Nicola Pecorini mus.: Gabriella Conti, Marco Streccioni mont.: Esmeralda Calabrio cost.: Claudette Lilly effetti: Paolo Zeccara, Franco Galiano interpr.: Isabella Ragonese (Marta), Sabrina Ferilli (Daniela, capotelefonista), Massimo Ghini (Claudio, boss della Multiple), Valerio Mastandrea (Giorgio Conforti, sindacalista), Elio Germano (Lucio 2, venditore), Micaela Ramazzotti (Sonia, mamma di Lara), Laura Morante (voce narrante), Valentina Carnelutti (Maria Chiara, telefonista), Paola Tiziana Cruciani (Madre di Sonia), Mary Cipolla (Madre di Marta), Tatiana Farnese (Signora Franca), Caterina Guzzanti (Fabiana Lanza Campitelli), Nicol Senni (Sebastiano Mangiarotti), Edoardo Gabbriellini (fidanzato di Mara), Lele Vannoli (addetto alla Security) durata: 89 colore produz.: Motorino Amaranto origine: ITALIA, 2007 distrib.: Medusa (28.3.08)
Sceneggiatura: Paolo Virz, Francesco Bruni
Nazione: ITALIA
Anno: 2007

È la storia di Marta, una giovane e bella palermitana emigrata a Roma per studiare, che incontriamo mentre discute la tesi su Heidegger ottenendo la laurea in filosofia teoretica, l’abbraccio accademico e la pubblicazione della tesi; dopo il conseguimento del prestigioso traguardo, la ragazza – dopo aver visto concludersi la relazione con un collega, Roberto, invitato da una Università americana – comincia a guardarsi attorno e, contemporaneamente, a ricevere porte in faccia sia dal mondo accademico che da quello editoriale, fino a ritrovarsi «assunta» da una deliziosa bambina nell’inedito ruolo di baby-sitter: sarà poi la madre della piccola, una sbandata e fragile ragazza madre, Sonia, a introdurla nel «call-center» della Multiple, azienda specializzata nella vendita di un apparecchio per la depurazione dell’acqua, apparentemente miracoloso: contratto «part-time» a tempo, quindi precaria, per la bella somma di 400 euro al mese.

Da qui inizia il viaggio di Marta in questa realtà a lei sconosciuta: quattro ore al giorno ad un centralino telefonico, alla ricerca di signore, prevalentemente anziane, alle quali strappare un appuntamento, al quale poi verrà inviato uno dei venditori che si occuperà di concludere l’affare.

La ragazza usa una tattica particolare: mentre telefona alla malcapitata signora, si collega contestualmente su Internet ed ottiene la mappa della zona nella quale abita la sua interlocutrice, potendo cosí millantare delle conoscenze con negozi e persone che molto probabilmente anche la signora conosce, riuscendo cosí ad instaurare un migliore e piú stretto rapporto: questo avviene in particolare con Franca, una anziana donna che ha avuto la figlia morta per suicidio ed alla quale Marta, ovviamente mentendo, svela di aver conosciuto la ragazza.

Il call-center dove lavora la ragazza è una specie di cattedrale nel deserto, tutta vetro e acciaio, con niente intorno, dove si arriva con un solo autobus che attraversa l’ estrema periferia romana; l’ambiente è paragonabile ad alcuni stereotipi giapponesi, con la canzoncina beneaugurante che viene cantata da tutto lo staff delle telefoniste, allo scopo – come recita la strofa finale – «di iniziare bene la giornata»: mensilmente tutte le precarie vengono riuniti dalla direttrice, Daniela, e vengono letti i risultati della piú brava e delle…. meno brave: applausi per la prima e incoraggiamenti per le seconde, purché la cosa non si ripeta, altrimenti le malcapitate vengono punita con l’eliminazione sul tipo «Grande Fratello».

In questo periodo Marta ha due eventi importanti: la visita alla madre a Palermo, la quale è affetta da un tumore che la sta consumando lentamente; gli incitamenti della donna ad intraprendere una strada felice, lei che «ha tutta la vita davanti», rappresentano benzina per la ragazza che deve affrontare una vita assai grama; ed anche le comparazioni con gli amici d’Università incontrati in una cena ben delineata, ci mostrano che tutti quelli che a scuola non erano dei «fenomeni» sono autori televisivi (del Grande Fratello) o redattori di riviste scientifiche o, al minimo, giornalisti addetti ai gossip delle veline e compagnia bella; solo lei che a scuola era veramente brava sembra non riuscire a sfondare nella vita.

Delle persone che gravitano nel call-center, la vicenda ne estrapola due: il primo è il «venditore piú bravo di tutti», Lucio, che poggia tutto il suo fragile equilibrio emotivo sulla capacità di restare sempre all’apice della struttura di vendita; l’altro è Giorgio, sindacalista altrettanto fragile dei precari che vorrebbe sindacalizzare, in evidente ritardo sulla realtà e soprattutto perennemente e vanamente impegnato a far quadrare i conti della propria vita privata, turbata da continui adulteri.

La nostra Marta, anche per la particolare tattica usata, comincia ad emergere nel gruppo e iniziano cosí le invidie delle altre telefoniste e le sviolinate della direttrice che cerca di prenderla sotto la propria ala protettrice, allo scopo di fare bella figura con il proprio innamorato, il boss Claudio, che nasconde nel lavoro i fallimenti della sua vita privata e che porta avanti la relazione con Daniela solo per tornaconto, ben sapendo che non c’è un futuro per loro.

Dopo che la ragazza ha raccontato al sindacalista il tipo di vita che avviene nel call-center, la cosa arriva all’orecchio di un giornalista del TG3 che realizza un servizio e questo provoca la prima crisi: il boss Claudio si mette alla ricerca della «spia» tra le telefoniste e crede di averla individuata in Sonia, la madre della bambina, la quale viene licenziata in tronco; Daniela dal canto suo crede che Marta si sia messa con l’amato boss e questo la manda in bestia; intanto la madre di Marta muore e lascia la figlia costernata ma allo stesso tempo la responsabilizza ancora di piú sul proprio futuro.

Rientrata a Roma, spedisce ad una fantomatica rivista, l’«Oxford Journal of Philosophy», una sua ricerca sul rapporto ipotizzabile tra Heidegger, la dinamica dei call-center e i meccanismi del «Grande Fratello».

Al call-center, intanto, la situazione precipita quando Daniela svela a Claudio di aspettare un bambino da lui («un maschio», gli grida orgogliosa) ed alle resistenze dell’amante, lo uccide.

Nell’ultima sequenza troviamo Marta insieme alla bambina e a Sonia (nel frattempo diventata una «escort» a domicilio), che si reca dalla signora Franca per restituire i 300 euro che il venditore Lucio ha bellamente trafugato alla donna; tale denaro è il compenso che l’editore della rivista le ha spedito per l’accettazione e la conseguente pubblicazione dell’articolo su Heidegger.

Le due donne e la bambina si fermano a pranzo dall’anziana signora e tutte insieme, ostentando una apparente felicità, cantano la canzone «Che sarà, sarà», mentre la bambina afferma che da grande vuole fare la professione della «filosofa» che per la madre è simile a «fisioterapista».

Un grosso come narrativo balza subito evidente: tutta la vicenda è contrappuntata da una voce narrante (di Laura Morante) che sottolinea alcuni punti piú rilevanti e lega le varie situazioni: la voce fuori campo potrebbe significare che stiamo assistendo alla narrazione di una favola, ma cosí non è in quanto la realtà è ben presente nel film; forse l’autore ha inteso indicare che la realtà narrata è fortemente condizionata da alcuni elementi che vengono narrati con stile favolistico (la canzoncina del call-center, gli atteggiamenti del boss e della direttrice ne sono alcuni esempi); questo modo narrativo, comunque, non toglie niente alla veridicità della vicenda nel suo insieme.

La struttura è suddivisa in tre parti: la prima ci mostra il conseguimento della laurea da parte di Marta e l’inizio dei problemi lavorativi con tutta la sequela di «no» che la ragazza riceve da piú parti;

la seconda racchiude tutto il grosso nucleo del call-center ed è, prevalentemente a carattere didascalico, cioè a mostrare – sia pure con quelle esagerazioni di cui sopra è cenno – come nel nostro mondo contemporaneo i giovani, anche bravi e ben laureatisi, riescono a stento a barcamenarsi per sbarcare il lunario; ed i pianti e la disperazione che prende le ragazze che vengono licenziate (e quindi perdono i 400 euro) sono sintomatici della mancanza di alternative che al mondo d’oggi affliggono i nostri ragazzi. Però ­– e qui mi sembra una contraddizione, forse tesa ad evidenziare la gran massa di precari – nella cena con i compagni di università, ci appaiono diverse figure di giovani «arrivati», tutti immersi nelle professioni oggi di moda (televisione, giornali scandalistici, pubblicità) che sotto, sotto invidiano la «purezza» della filosofa Marta, non sapendo però che la stessa è telefonista al call-center.

La terza parte ci mostra la conclusione della vicenda che inizia dall’omicidio di Claudio da parte di Daniela e si conclude con il pranzo nel cortile della signora Franca: l’evento delittuoso sembra aver consentito alla ragazza di riprendere la propria libertà di azione ed è in virtú di questa ritrovata condizione che affronterà la futura esistenza, forte della propria laurea in filosofia, ammirata per il momento soltanto dalla piccola bambina che dichiara solennemente di volerla imitare.

Difficile tirare una conclusione che contenga una idea tematica, in quanto il film porta avanti una serie di idee parziali, ma non riesce a farle coagulare insieme, forse per difetto di scrittura cinematografica ma anche per un eccesso di «partecipazione personale» che il bravo Virzí mostra di avere per la problematica del futuro dei giovani; in concreto, i precari, con la loro disperazione e la loro insicurezza, gli hanno preso la mano e forse lo hanno fatto sbandare e deviare da una tematica che avrebbe potuto essere ben piú precisa.

Nella sequenza finale, infatti, troviamo radunati al tavolo del cortiletto di periferia, i quattro stereotipi su cui l’autore basa il film: l’anziana signora che vuole essere la massa amorfa di coloro ai quali si rivolgono i giovani che si affacciano alla vita; la bella Sonia, immagine tipica della precaria che però può risolvere la propria esistenza attraverso l’uso strumentale del proprio corso; Marta, che pur uscendo sconfitta dalle battaglie finora combattute, non ha mai deviato dalla propria linea di condotta e questo è suo titolo di merito; infine la bambina, cioè la prossima generazione, che sembra avere compreso quale strada intraprenderà da adulta e sarà la stessa di Marta (la filosofa).

Gli adulti che il film ci mostra sono tutti dei «perdenti» e degli «infelici», a cominciare da Daniela e dalla solitudine nella quale si ritrova a festeggiare l’inaugurazione della nuova casa (bellissima l’idea di collocarla in «Via Franco Lechner, in arte Bombolo»); analoga condizione per il Boss Claudio, perennemente alla ricerca di una soluzione che gli consenta di ritrovare la famiglia che invece sembra averlo ripudiato, salvo ricorrere a lui da parte della figlia ventenne, per darsi un’aggiustatina alle misure del proprio seno.

Per concludere, ci sarebbe da notare il manifesto del film che è un adattamento dello storico dipinto di Giuseppe Polizza da Volpedo «Quarto Stato», rappresentante l’esercito proletario in marcia che in questo caso viene sostituito dai precari, quale novello proletariato che però si distingue dall’originale, perché non mi sembra – ovviamente nel film – consapevole della lotta che deve ancora intraprendere.

Buone tutte le interpretazioni, con un Massimo Ghini nel ruolo di Claudio il boss, che mi appare un po’ sopra le righe, ma decisamente d’effetto. (Franco Sestini)

 


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