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Non Pensarci



Regia: Gianni Zanasi
Lettura del film di: Eugenio Bicocchi
Edav N: 360 - 2008
Titolo del film: NON PENSARCI
Cast: regia e sogg.: Gianni Zanasi scenegg.: Gianni Zanasi, Michele Pellegrini scenogr.: Roberto De Angelis mont.: Rita Rognoni mus.: Merci Miss Monroe, Les Fauves, Atomik Dog effetti: Fabio Zaveti interpr. princ.: Valerio Mastandrea (Stefano Nardini), Anita Caprioli (Michela Nardini), Giuseppe Battiston (Alberto Nardini), Caterina Murino (Nadine), Paolo Briguglia (Paolo Guidi), Teco Celio (Walter Nardini pap), Dino Abbrescia (Carlo vigilante) durata: 110 colore produz.: Pupkin Production, ITC Movie con La7 origine: ITALIA, 2007 distrib.: Eagle Pictures Distribuzione 01 (4.4.08) Film realizzato col contributo del MIBAC (ministero beni attivit culturali)
Sceneggiatura: Gianni Zanasi, Michele Pellegrini
Nazione: ITALIA
Anno: 2007
Presentato: 64. Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia - 2007 - Giornate degli autori - Premio PASINETTI, Premio FEDIC, Premio AIACE, Premio ARCA CINEMAGIOVANI

La vicenda. Stefano, un ultratrentenne, persegue la carriera di musicista suonando in un complesso di cui sembra svolgere il ruolo di capo. Di capo, se cosí si può dire. Difatti è un tipo tranquillo, un «posapiano»: mentre il «suo» complesso prova, lui sonnecchia su di un divanetto; e, quando gli chiedono quale tonalità reputi migliore, per un dato brano, tra due alternative si dimostra ugualmente possibilista.

Durante un concerto, in cui un suo compagno, per l’ebbrezza della esecuzione, spicca, dal palco, un salto verso il pubblico piombando, però, dritto filato sul pavimento, redarguisce, con tono tuttavia pacato, gli spettatori perché non hanno allungato le braccia per evitare la rovinosa caduta.

Piantato in asso, una sera, dalla ragazza che lo «ospitava», dato che «sta ospitando» un altro chitarrista, Stefano si arrangia dormendo in auto.

Dopo una seduta in sala di incisione, durante la quale, in accordo con gli altri membri del complesso, decide di eseguire un certo brano con mezzo tono piú basso (questo passaggio è il tocco piú bello e sottile della sceneggiatura, per esprimere quello che, con un rimando colto peraltro del tutto estraneo allo stile del film, si potrebbe definire l’aurea mediocritas di Stefano), Stefano fa ritorno alla villa paterna in Emilia, dove è accolto con espressioni di gioia dai suoi che finalmente lo rivedono: madre, padre, il fratello, la sorella. Sembra un mondo felice, ma presto il clima famigliare si rivela ben diverso. Il fratello Alberto, padre di due bambini, si sta separando dalla moglie (finirà per innamorarsi di una prostituta straniera, scambiata nella prima fase del corteggiamento, per una brava ragazza); per di piú, la fabbrica che gestisce è in grave crisi economica per l’errata scelta manageriale di investire nella produzione di sciroppo di fragola, le cui confezioni restano del tutto invendute. La sorella, Michela, ha interrotto gli studi universitari, abbandonando cosí il sogno di una laurea, per andare a lavorare in un acquario. La madre prima chiede a Stefano d’accompagnarla al funerale di un amico, poi gli rivela d’aver avuto una relazione, seppur breve e lontana nel tempo, con il defunto; infine confessa che lui, Stefano, è il frutto di quella licenza. Egli, dunque, non è figlio di colui che ha, da sempre, considerato il proprio padre. Quest’uomo, a sua volta, continua a vivere all’oscuro di tutto, sempliciotto nella sua condizione di inconsapevole marito tradito.

A Stefano, che pure sarebbe un tipo che prende i rovesci della vita senza particolari ansietà, va in frantumi l’immagine della propria famiglia, anche se, dopo la rivelazione del segreto materno, riesce a fingere con il finto padre.

Quando, alla fine, lascia la villa paterna e ritorna a suonare col suo complesso, in occasione del primo concerto, cosí come aveva fatto, all’inizio, un suo compagno, Stefano spicca un salto verso il pubblico. Il fotogramma si ferma in truka, l’immagine si freeza come se diventasse tutto d’un tratto una fotografia: Stefano è bloccato nel mezzo della parabola di quel volo, sospeso in aria… titoli di coda.

Il racconto. La vicenda è trattata in maniera lineare, con uno stile da commedia, per evidenziare i risvolti umoristici delle situazioni. In effetti un certo numero di battute verbali, molto piú che visive, sono decisamente felici, in misura minore, però, rispetto ad altre parti di dialogo di basso profilo, talora addirittura banalmente volgari.

Il senso di tutta la pellicola sta nel titolo, in questo invito a «non pensarci» che vorrebbe essere, nelle intenzioni dell’autore, una lode della leggerezza, ma che di fatto scade quasi nell’esaltazione dell’irresponsabilità. Magari fosse leggerezza! L’inquadratura finale col protagonista sospeso nel suo tuffo verso il pubblico (tuffo che ha il significato che, per il protagonista, è meglio l’incognita della reazione dei fans piuttosto di una vita come quella dei suoi famigliari ai quali dice, a un certo punto, «voi non avete nessuna idea di quello che succede fuori di qua», cioè fuori del loro ristretto orizzonte) è una battuta visiva a effetto, non di una conclusione tematica, perché tematicamente non c’è sviluppo nel corso della narrazione filmica. Non ci sono passaggi che costruiscano via via un discorso strutturato. C’è il susseguirsi di situazioni sulle quali si può fare dell’umorismo, nell’ottica di una visione giovanilistica, in parte di moda, aggiungerei. Ci sono infatti nel film diversi fondi mentali riconducibili da un lato alla mentalità del giovane tout court, dall’altro al sentire collettivo dei giovani odierni. Nel primo senso vanno intesi i non pochi riferimenti al sesso, come la storia della relazione adulterina della madre, quella del fratello con la prostituta, la circostanza relativa al protagonista improvvisamente scaricato dalla sua ragazza perché attratta dalla convivenza con un altro (il fondo mentale del regista che ispira tali motivi è riconducibile all’ossessione, di stampo maschilista, tipica dell’età giovanile), e anche il ridere (irrispettoso) su circostanze funeree (grossolanità proprie dell’incoscienza dell’età, ovvero di chi pensa alla morte come cosa estranea, «cosa d’altri»). Nel secondo senso (comunque i due sensi si compenetrano e la distinzione è qui esposta solo in funzione di chiarificazione schematica) vanno intesi i dubbi e gli scetticismi sulle relazioni famigliari e l’irrisione delle stesse (oggi quali giovani credono nei valori di detta istituzione, praticamente tramontata dal loro orizzonte?), e anche il consumo di certa musica (nel film, senza offesa, c’è una macedonia di brani musicali inseriti con vari pretesti, in certi casi come musica diegetica, in altri come musica – dello stesso genere – extradiegetica).

Come fondo mentale – diciamo a un livello generale – si può anche cogliere, disseminato nel film di Zanasi, un certo spirito regionalistico, riscontrabile, non infrequentemente, in chi vive o partecipa della realtà emiliano-romagnola. Mi riferisco a quell’atteggiamento di fondo d’impronta sorridente, a quello spirito bonario che, per tradizione e abitudine, viene chiamato bolognese e che tante volte affiora nei commenti sulla vita o anche nelle situazioni esistenziali semplici e d’ogni giorno.(1) A questo fondo mentale vanno ricondotti i momenti felici di NON PENSARCI, la cui presenza nella pellicola è stata sopra riconosciuta e posta subito in evidenza nel passaggio riguardante il racconto.

Il pubblico presente in sala (a Venezia, in occasione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica, edizione 2007) ha mostrato, nel corso della stessa proiezione, un costante e forte apprezzamento per il film. I diversi premi – anche se del settore «premi collaterali della Mostra» – sono indice del successo. A mio avviso c’è un eccesso di valutazione. Il film ha diritto d’esistere e, come si suole dire, «ci sta». Ciò che altera la reale dimensione dell’opera di Zanasi è il suo inserimento nella sezione «Giornate degli autori», nel contesto di una Mostra che è definita «d’arte cinematografica». Ma è questa la tendenza. Che dire, allora, anche del successo di critica (quotidiani) raggiunto da questa pellicola? (Eugenio Bicocchi)

 

(1) A puro titolo esemplificativo riporto, tra le tante ascoltate, una battuta sentita, alcuni anni fa, a Bologna, che, ispirata da quel certo spirito tipico del capoluogo emiliano, riuscí ad inserire – in maniera non grossolana e irriguardosa – un elemento di totale sdrammatizzazione durante i commenti della gente circa una pur gravissima notizia di cronaca. Il fatto: durante un tentativo di rapina in una gioielleria della città, il titolare, sparando un colpo di pistola, aveva determinato la morte dell’assalitore. La circostanza in cui è stata udita la preannunciata battuta: in un bar, due uomini commentavano l’episodio. Il primo, sostenendo la difesa del commerciante, se ne uscí con questa domanda: «Ma perché tu, cosa avresti fatto se un rapinatore fosse entrato nel tuo negozio puntandoti in faccia la rivoltella?» (domanda che, nelle intenzioni, voleva chiaramente sollecitare il consenso dell’ascoltatore). E l’altro: «Cosa avrei fatto con una pistola puntata alla faccia? Ah, io mi sarei messo a piangere».

Senza assolutizzare le parole direi che una simile battuta difficilmente si sarebbe potuta ascoltare, per esempio, in Toscana, perché lo spirito tipico dei suoi abitanti, quelli ben inseriti nella cultura tradizionale della regione, è orientato in modo differente: è orientato a far uscire, quasi esplodere, una battuta improvvisa, sferzante, capace di creare un sorprendente effetto; anzi, direi un bagliore psicologico. Anche in questo caso cito uno dei tanti esempi. A Siena, anni fa, in occasione del Palio dell’Assunta, una contrada aveva organizzato una novena alla Vergine in funzione propiziatoria. Si potrebbe dire una vera e propria raccomandazione per la vittoria. Si era creata alla fine un’attesa molto fiduciosa. La corsa purtroppo fu sfortunata per quella contrada e molto grande la delusione. La sera, in chiesa, il parroco, interprete anche lui dell’amarezza generale, prese il suo cappello e lo mise sulla testa di una piccola statua della Vergine. Quel copricapo nascondeva tutto il volto. Parroco: «Sta cosí per tre giorni: non farti vedere!»

Nel settore dei film di intrattenimento comico si parla, da tempo, di una scuola toscana. In Emilia c’è ora il «fenomeno» Zanasi. Sarebbe interessante una comparazione, per esempio, tra un’opera di Pieraccioni e NON PENSARCI di Zanasi. Una comparazione tra quello che ho chiamato lo spirito regionale individuabile nell’uno e nell’altro film. E che dire della comicità disincantata d’ambito partenopeo? E di quella «da poveracci» romanesca (si pensi a Sordi!).

In riferimento a circostanze piú serie si può egualmente dire – purché, anche in questo caso, senza irrigidire in modo assoluto le affermazioni – che esiste (o almeno è esistito) in Emilia (in particolare nell’area reggiana e parmigiana) un certo spirito comico di matrice politica, il quale probabilmente (dopo i primi accesi dibattiti) ha finito per svolgere, col tempo, la funzione di mediazione nel teso contesto del periodo post-bellico. È il caso dei personaggi creati da Guareschi, ossia don Camillo e Peppone. Il successo arrise ai testi in forma letteraria e a quelli in forma cinematografica, a tal punto che si susseguirono, negli anni, libri dopo libri e film dopo film.

Un segno positivo lasciato da questa «cultura» si trova in un interessantissimo documentario girato in terra emiliana dal regista meranese Bruno Jori, negli anni 1963-64, per la televisione federale tedesca (durata 61’, formato 35 m/m, b&n), vincitore, tra l’altro, al Festival cinematografico di Mannheim 1964, di due importanti riconoscimenti: il primo premio «Ducato d’oro» nella categoria film «Documentari su popoli e terre», (presidente della giuria il regista Fritz Lang) e il «Prix de la Critique internazionale» (Féderation internazionale de la Presse Cinématografique) con la seguente motivazione «per l’imparzialità con la quale l’autore presenta un problema sociale e umano […]».

Si tratta del documentario BAGNOLO – PAESE TRA IL NERO E IL ROSSO. Bagnolo è una località della pianura padana a una decina di chilometri da Reggio Emilia. È necessaria una spiegazione del sottotitolo. Contrariamente a quanto apparirebbe a prima vista – soprattutto per la cultura emiliana di quegli anni del dopoguerra, ma anche italiana in generale – il termine «nero» contrapposto a «rosso» (rosso, chiaramente, «Comunismo») non sta per «Fascismo». Allude, invece, all’abito talare. Dunque ai sacerdoti, al clero. Si tratta cosí di un paese caratterizzato da una polarità comunista e da una polarità clericale. A metà degli anni sessanta!

Il regista vede e va a cercare la contrapposizione ideologica. La trova.

La strada provinciale – come in altri paesini della bassa reggiana – taglia in due Bagnolo. Dice lo spea­ker: «la strada è la linea di demarcazione: a destra (rispetto alla cinepresa) l’ufficio DC, a sinistra la segreteria del Partito Comunista». Il procedimento narrativo è per «contrapposizione»: per esempio, la macchina da presa si sofferma sulla Parrocchia e sulle sue iniziative, e, subito dopo ecco l’intervista con un giovane, Franco Iotti, che dalle file cattoliche è passato al PCI. Certo c’è contrapposizione, ma poi Iotti dichiara: «la mia meta è sempre la stessa», cioè l’ideale non è cambiato: il benessere della gente che altro non è che il cristiano amore per il prossimo. Come non percepire la stessa sensibilità che accomunano le due parti contrapposte? E allora contrapposizione, ma anche tolleranza. Molto significativa è anche la scena immediatamente successiva della domenica in cui il parroco esce dalla chiesa e «invade» le strade del paese per la benedizione delle automobili. I socialisti e i comunisti, raccolti nel bar del popolo, lasciano fare: non partecipano (contrapposizione), ma tollerano (convivenza). E piú avanti, lo speaker (che è il portavoce del regista): «Don Barbieri [il Parroco, ndr.] non è un fanatico intransigente, come non lo sono i suoi antagonisti».

O ancora: lo speaker, «Ogni gruppo combatte [nel senso che “sostiene con decisione”, ndr.] e nessuno vuole o vorrà cedere le armi [espressione totalmente metaforica, ndr.]; ma si rispetta l’avversario. Forse si tratta semplicemente di un senso di comprensione umana che qui, nei momenti decisivi, agisce piú a fondo di ogni contrasto. […]».

C’è nel documentario di Iori, talvolta, una sottile vena ironica; probabilmente una sorta di assunzione del punto di vista del paese. Perché non pensare che risieda proprio qui il presupposto che, nei momenti decisivi, sorregge «un senso di comprensione umana […] che agisce piú a fondo di ogni contrasto».

 


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