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La ragazza del lago



Regia: Andrea Molaioli
Lettura del film di: Franco Sestini
Edav N: 353 - 2007
Titolo del film: LA RAGAZZA DEL LAGO
Cast: regia: Andrea Molaioli sogg.: Sandro Petraglia, Andrea Molaioli scenegg.: Sandro Petraglia fotogr.: Ramiro Civita scenogr.: Alessandra Mura mont.: Giogi Franchini mus.: Teho Teardo cost.: Jessica Zambelli interpr.: Toni Servillo (Commissario Sanzio), Nello Mascia (Alfredo), Marco Baliani (Davide Nadal), Giulia Michelini (Francesca), Fausto Maria Sciarappa (Siboldi), Denis Fasolo (Roberto), Franco Ravera (Mario), Sara DAmario (Dott.ssa Giani), Heidi Caldart (Silvia Nadal), Alessia Piovan (Anna Nadal), Nicole Perrone (Marta), Enrico Cavallero (Allenatore), con la partecipazione di: Anna Banaiuto (moglie Sanzio), Omero Antonutti (padre Mario), Fabrizio Gifuni (Corrado Canali), Valeria Golino (Chiara Canali) durata: 95 colore produtt.: Nicola Giuliano, Francesca Cima produz.: Indigo Film origine: ITALIA, 2007 distrib.: Medusa
Sceneggiatura: Sandro Petraglia
Nazione: ITALIA
Anno: 2007
Presentato: 64. Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia - 2007 - Settimana Internazionale della critica

È la storia di Giovanni Sanzio, commissario di Polizia ad Udine, che viene chiamato ad occuparsi di uno «strano» caso di morte violenta di una bellissima ragazza, atletica, apparentemente felice, che viene ritrovata sulle rive di un laghetto, nuda ma ricoperta compassionevolmente con un giaccone; l’inizio della storia è la ricerca di una bambina apparentemente scomparsa, che invece viene ritrovata in compagnia di Mario – un omone mezzo matto – il quale le ha raccontato il fenomeno del lago: in questa stagione sorge dalle acque un serpente che, se guardato negli occhi, addormenta l’incauta persona; in effetti, una ragazza che sembra addormentata c’è, ed è la bellissima Anna, ma non è addormentata, bensí morta, probabilmente per annegamento; da lí scatta l’indagine.
La ragazza è fidanzata con Roberto, un giovane del paese, ed è stata una campionessa di hokey su ghiaccio, fino a quando non ha deciso di smettere tale sport, in concomitanza con la morte di un bambino, Angelo, del quale era la baby sitter.
L’indagine prosegue in modo serrato, coinvolgendo diverse persone del paese che, di volta in volta, appaiono come sospettati; ovviamente quello maggiormente indiziato è Roberto, il fidanzato, che è in possesso di una serie di DVD di Anna, di alcune analisi mediche e dello zainetto che la ragazza aveva la mattina che è morta.
Contestualmente allo sviluppo delle indagini, il commissario Sanzio viene visto in occasione di una visita alla moglie – affetta da alzeimher precoce – che non lo riconosce e ci parla come se fosse il fratello, e con la figlia che da brava teen-ager non riesce a comunicare con il genitore e viceversa.
Il poliziotto – dopo avere arrestato il fidanzato della ragazza, Roberto – continua a indagare e focalizza la sua attenzione sul lavoro di Anna – baby sitter con il piccolo Angelo – e scopre che il bambino – affetto da una rara malattia che lo rende costantemente irrequieto e agitato – è morto in modo tragico: è stato soffocato da un pezzo di biscotto in occasione della prima colazione; presente all’evento soltanto il padre Corrado che, tra l’altro, sembra essere l’ultima persona che ha visto Anna viva.
Mentre la vita privata del commissario Sanzio continua a «interferire» nell’indagine, si scopre dall’autopsia due fatti importantissimi: il primo è che Anna era ancora vergine e quindi non aveva avuto alcuna relazione «fisica» con il fidanzato o con altri; il secondo è che la ragazza risulta affetta da un tumore al cervello allo stadio terminale con speranze di vita ridotte ad un massimo di dodici mesi.
Alla fine il commissario scopre che l’assassino è Corrado, il padre di Angelo, al quale Anna non aveva mai perdonato di aver lasciato morire il figlio. Infatti, la morte del piccolo sembra assomigliare ad una esecuzione; i genitori, in modo particolare il padre, che non ne possono piú di questa peste di figlio (malato, ripeto, e quindi reso irrequieto dalla malattia) e pertanto, quando si presenta l’occasione (il boccone andato di traverso) lasciano che il bimbo soffochi, facendogli cosí fare una morte atroce.
La scoperta della verità da parte del commissario Sanzio, produce un primo effetto importante: la figlia, che non aveva piú visto la madre da dopo il ricovero, viene condotta a visitare la madre che, ovviamente non la riconosce e se ne va al braccio di un paziente del quale si è perdutamente innamorata: il padre e la figlia riscoprono una unità che sembrava perduta e sembrano pronti ad affrontare il futuro con maggiori possibilità di riuscire a «sopravvivere».
Il film è tratto da un’opera letteraria ambientata nella fredda Finlandia e la trasposizione discende dalla possibilità – rilevata dall’autore – di poter raccontare intrecci e sentimenti familiari: siamo infatti in presenza di un piccolo paese nel quale – come dice un personaggio – «tutti sanno tutto di tutti» e quindi sembrerebbe facile condurre un’indagine poliziesca; ma è invece questa dovizia di particolari che affluiscono al protagonista, che lo portano varie volta a sbagliare strada nelle indagini.
Il film è comunque prettamente di vicenda, ben fatto, ma esclusivamente appoggiato alla narrazione; il fatto che le indagini abbiano riflesso sulla vita privata del poliziotto, è l’unico elemento strutturale che ci può portare a tirare qualche somma di carattere tematico: se sai guardare bene intorno a te, potrai trovare sempre delle cose o delle situazioni che ti verranno in aiuto per la tua particolare situazione familiare.
La narrazione è ben realizzata, il protagonista è di livello assoluto, le riprese sono effettuate con particolare professionalità, ma se devo dire la verità, quello che manca è il «film scritto», cioè la parte nella quale si sviluppa la tematica cui l’autore vuole approdare: ecco, questo aspetto mi appare assai carente e nella successiva elaborazione delle immagini si avverte questa lacuna.
Ovviamente, fermo restando le prestazioni di alcuni attori: Toni Servillo è un «commissario Sanzio» assolutamente credibile e ben calibrato, ma quello che con sole tre scene vale il biglietto d’ingresso è Omero Antonutti, padre dello «scemo», a sua volta handicappato, ma con una mimica e con delle espressioni da cineteca. (Franco Sestini)

 


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