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LALBERO DELLA VITA



Regia: Darren Aronofsky
Lettura del film di: Franco Sestini
Edav N: 348 - 2007
Titolo del film: LALBERO DELLA VITA
Titolo originale: THE FOUNTAIN
Cast: Regia: Darren Aronofsky; Sceneggiatura: Darren Aronofsky, Ari Handel; Attori: Hugh Jackman, Rachel Weisz, Ellen Burstyn, Stephen McHattie, Mark Margolis, Fernando Hernandez, Sean Patrick Thomas, Cliff Curtis, Donna Murphy, Ethan Suplee, Richard McMillan, Lorne Brass, Anish Majumdar, Kevin Kelsall, Alexander Bisping, Patrick Vandal, Marcello Bezina; Fotografia: Matthew Libatique; Montaggio: Jay Rabinowitz; Musiche: Clint Mansell; Produzione: Warner Bros., Regency Enterprises, Epsilon Motion Pictures, Protozoa Pictures; Distribuzione: 20th Century Fox; Paese: USA 2006; Genere: Drammatico: Durata: 96 Min.
Sceneggiatura: Darren Aronofsky e Ari Handel
Nazione: USA
Anno: 2006
Presentato: 63. Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia - 2006 - In Concorso -

È la storia della continua ricerca, da parte dell’uomo, dell’Albero della Vita, quell’albero che sarebbe stato nell’Eden insieme all’albero del male e del bene e che, dopo la cacciata di Adamo ed Eva dal Paradiso Terrestre, sarebbe stato «sorvegliato» da una lama fiammeggiante che ne avrebbe impedito a tutti l’avvicinamento: questo albero, o meglio la sua linfa, avrebbe il potere di conferire l’immortalità.

In questa ricerca si cimenta dapprima (siamo nel sedicesimo secolo) un «conquistador», Tomas, che per amore della bella regina di Spagna, s’imbarca nell’avventura che dovrebbe dare alla regnante il potere che l’Inquisitore le sta strappando; lo stesso personaggio si ritrova ai giorni nostri nei panni di uno scienziato che cerca una sostanza che possa salvare la moglie da un cancro al cervello; e lo stesso personaggio (questa volta completamente senza capelli) lo incontriamo in entrambi gli episodi, mentre svolazza per il cielo come un avveniristico astronauta (siamo nel XXVI secolo) e da lassú commenta questa ricerca e la sua impossibile soluzione.
Nel primo episodio (XVI secolo) il Capitano Tomas si avventura nelle terre degli Inca dove un vecchio frate si sarebbe imbattuto nell’albero che dona la vita; dopo svariate avventure e dopo essere stati catturati dagli indigeni, viene individuata la pianta che dovrebbe donare l’immortalità, ma non abbiamo la possibilità di sperimentarla in quanto assistiamo soltanto alla guarigione di una ferita del nostro conquistador.
Nell’altro episodio – indubbiamente molto piú lineare sul piano narrativo – il solito Tom, qui nei panni di uno scienziato innamoratissimo della moglie (che ha lo stesso volto della regina spagnola), il quale è impegnato in una ricerca su alcune scimmie nella quale viene iniettata una sostanza estratta dalla corteccia di un albero proveniente dalla Giamaica; sugli animali il cancro sembra tendere a regredire, ma non c’è il tempo di sperimentarlo anche sulla donna in quanto essa muore prima dell’applicazione.
Si diceva poi del «cosmonauta» che dovrebbe appartenere al nostro futuro e che commenta le reazioni alla morte sul piano spirituale e come l’importanza sia quella di accettare l’evento come una cosa naturale della nostra esistenza.
In pratica il film, pur caotico e con immagini al limite dell’allucinato, intende proprio questo: l’uomo affronta la morte e questa lo rende ancora piú «umano»; se arrivassimo a trovare questa sorta di immortalità, salveremmo il corpo ma, probabilmente, a discapito dello spirito.
Nel contesto narrativo, c’è un elemento che deve essere rimarcato: i due esempi citati dall’autore, compiono la ricerca dell’immortalità non per un mero egoismo, ma per cercare di salvare – in qualche modo – la donna amata, quindi la ricerca non ha un carattere materiale bensí spirituale.
Ed a proposito di questo spirito, l’autore cita soltanto in forma narrativa, che l’albero della vita era situato accanto a quello del bene e del male e che era a disposizione di Adamo ed Eva che quindi erano stati creati per essere immortali; il peccato originale ha distrutto questo programma e si è dovuto ripiegare su uomini umani, cioè con vite a scadenza, al termine della quale la morte ne interrompe l’esistenza. Di tutto questo il film non fa cenno, ma era naturale non aspettarsi niente del genere, anche se il considerare la morte come il naturale epilogo della vita risulta già un concetto che ha alla base se non altro una buona spiritualità.

Il film è sovraccarico di immagini tutte curatissime ed estremamente elaborate anche sul piano della computer-grafica; sarà pure un mio limite, ma quando vedo questi film mi viene subito in mente che gli autori che danno tanta importanza alle immagini costruite per stupire lo spettatore, hanno poco altro da usare per accattivarsene il giudizio, ovverosia non hanno una tematica interessante e tanto meno la sanno confezionare con una struttura ben delineata. (Franco Sestini)

 


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