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HOTEL SPLENDID



Regia: Mauro Bucci
Lettura del film di: Moretti Lorenzo
Edav N: - 2017
Titolo del film: HOTEL SPLENDID
Titolo originale: HOTEL SPLENDID
Cast: ospiti Hotel Splendid - 90' - documentario Storie di identit e futuro tra i profughi dell'Hotel Splendid
Sceneggiatura: Mauro Bucci
Nazione: ITALIA
Anno: 2016
Premi: Il film ha ricevuto di recente importanti riconoscimenti: il premio "Marzocco d'Oro" come miglior lungometraggio in assoluto e il premio "Luciano Becattini" come miglior documentario di particolare rilevanza espressiva, entrambi dal Valdarno Cinema Fedic festival. Il film ha, inoltre, appena vinto l'Ethno Film Festival di akovo, in Croazia Infine, Hotel Splendid ha ricevuto anche una menzione speciale dal Bastimento Film Festival di Bologna.

LA VICENDA Un gruppo di immigrati in attesa del permesso di soggiorno viene trasferito dall’Hotel Sintini dove sono ospitati all’Hotel Splendid di Cesenatico per l’arrivo dell’inverno. Nella speranza di ottenere i documenti necessari a garantirgli un lavoro e una regolare sistemazione, aiutati da alcuni volontari (Anna, Morena, Alberto e il mediatore culturale Ababakar), gli immigrati hanno l’occasione di mettersi alla prova nei mesi di permanenza nell’hotel imparando meglio la lingua italiana, svolgendo servizi utili non solo per l’albergo che li ospita ma anche per la città, e simulando colloqui in previsione del confronto con le Commissioni, incaricate di valutare se queste persone «possono o non possono restare in Italia». Alla fine solo alcuni di loro riusciranno ad avere il permesso di soggiorno ma questi ultimi dovranno lasciare l’Hotel Splendid per un’ordinanza della Prefettura (anche se non hanno ancora ottenuto il documento), in quanto l’albergo – che può contenere un massimo di 76 persone –  deve restare a disposizione di nuovi ospiti in arrivo da Lampedusa.

 

IL RACCONTO La struttura del film, lineare e schematica nell’impostazione, segue due diversi percorsi narrativi che si alternano e si ripetono regolarmente:

a)     Il primo descrive la vita degli immigrati nei mesi di permanenza all’Hotel Splendid e il complesso e delicato lavoro dei volontari e dipendenti dell’hotel che li assistono (le attività lavorative e culturali, le relazioni con gli italiani ospitanti, il confronto/scontro con le istituzioni);

b)    Il secondo è costituito dalle testimonianze di cinque ragazzi che raccontano le loro storie che hanno in comune cinque tappe fondamentali (conversazioni sulla terra d’origine, conversazioni sul deserto del Sahara, conversazioni sulla Libia, conversazioni sul Mare Mediterraneo e Italia). Ciascuno racconta la sua tragica esperienza nel paese natale e il difficile e doloroso viaggio verso l’Italia. Il racconto dei ragazzi viene strutturato in modo tale da far comprendere allo spettatore le reali difficoltà di queste persone (sono cinque testimoni su ben 76 ospiti dell’Hotel Splendid), le ragioni che li hanno portati a lasciare il proprio paese e a rischiare più volte la vita per raggiungere l’Italia, e le loro aspettative.

 Il film si apre con l’immagine di alcuni piedi scalzi che camminano su un marciapiede che si alterna a quella delle acque del mare dove si possono ascoltare le voci fuori campo (in inglese e in francese) sottotitolate in italiano di alcuni immigrati che costituiscono per lo spettatore una serie iniziale di indizi di ciò che verrà trattato nel corso del film in quanto ci introducono nello stato d’animo dei protagonisti del documentario:

a)     «Il giorno della mia vita che non potrò mai scordare è stato allo stesso tempo un’esperienza amara e dolce»;

b)    «Portarono un gommone e lo riempirono d’aria, quindi iniziammo il nostro viaggio»;

c)     «Per quanto mi riguarda avrei preferito morire in mare che in Libia»;

d)    «Guardai a destra e c’era acqua, davanti e dietro di me, solo acqua; avevo paura»

Un’inquadratura successiva mostra la mano di un ragazzo che esibisce il suo biglietto in cui vengono riportati i dati dello sbarco: 1/276 1° Sbarco del 15/6/2014 e la sua voce che dice: «Scoppiai in lacrime, perché non credevo che sarei arrivato fin qui».

Si torna all’immagine dei piedi scalzi iniziale in cui un’altra voce specifica: «quando entri in un paese senza documenti, senza nulla, sei considerato un immigrato irregolare. Verrai inviato a un centro profughi».

Segue la descrizione dei volontari al lavoro nell’Hotel Sintini e degli immigrati che si preparano per il trasferimento all’Hotel Splendid. In questa parte introduttiva è significativo l’intervento di Modou, un ragazzo senegalese che specifica quello che è importante per loro: «I documenti sono la cosa più importante. Non importa quale lavoro. Per quanto mi riguarda non ho scelta, perché qui non ho documenti, non ho denaro. Tutto quello che vogliamo è avere i documenti e un lavoro».

 

Parte I: conversazioni sulla terra d’Origine

 

In questo primo punto i ragazzi si presentano allo spettatore raccontando la loro storia nella terra d’Origine (Gambia, Costa D’Avorio, Senegal e Nigeria): pur provenendo da Paesi diversi, queste persone hanno in comune la condizione di «estrema necessità» che li ha portati a lasciare la terra e la famiglia di provenienza:

-       Essa (dal Gambia) è stato costretto a lasciare il suo paese a causa del regime, lavorava per il Governo. Accusato di inviare informazioni contro il Governo da un collega è stato arrestato dalla polizia militare e sottoposto a «punizioni pesanti», picchiato e torturato e portato in un ospedale militare per nascondere ai suoi parenti quello che stava vivendo. Riesce a fuggire grazie a un amico che lo porta al confine con il Senegal;

-       Adama (dalla Costa d’Avorio) non pensava che sarebbe venuto in Italia. Viveva con la sua famiglia e progettava di sposarsi. Ha perso il suo negozio e i genitori durante la guerra e grazie a un amico ha iniziato a guidare un taxi in Burkina Faso. Finita la guerra, Adama è tornato in Costa d’Avorio continuando a lavorare come tassista, poi ha deciso di trasferirsi in Libia;

-       Maman (dal Senegal) faceva l’agricoltore come il padre per aiutare la famiglia, in particolare le sorelle più piccole, ma l’agricoltura non rendeva più molto denaro a causa dell’introduzione delle nuove macchine, così Maman si trova costretto a fare anche l’autista mandando con fatica i suoi guadagni alla famiglia. Dopo qualche anno di duri sacrifici, decide di lasciare il suo paese;

-       Osayuware (dalla Nigeria) era un tecnico del computer, poi ha avuto problemi economici. Mentre tornava da Lagos viene a sapere che la casa di suo padre in cui era collocato anche il suo negozio era bruciata rimanendo così in debito verso i clienti che lo hanno minacciato anche di morte. Così decide di andare in Libia.

Dopo queste prime testimonianze vediamo i volontari nell’albergo che si occupano dell’alfabetizzazione dei ragazzi dove si può ascoltare il commento di Adama «Dunque dove sono adesso imparo un po’ la lingua italiana. Studio poco a poco. Perché ora non ho nulla da fare. Se trovi un’opportunità qui in Italia, ma non sai parlare la lingua, come fai? Finiscono per non assumerti. Quando mi dicono che me la cavo bene in italiano e mi chiedono come faccio, io non posso pensare a divertirmi e dimenticare il motivo per cui sono venuto qui. Non posso farlo. Perché con l’aiuto di Dio voglio una vita migliore, qui in Italia». Queste ultime parole costituiscono un altro segnale importante, in particolare vengono qui evidenziate le aspettative di questi ragazzi.

Essa spiega quelli che sono i tre pericoli (il deserto del Sahara, lo Stato della Libia, il Mare Mediterraneo) che si devono affrontare per arrivare in Italia, costituendo a livello strutturale un ponte tra la parte iniziale (presentazione dell’albergo e dei suoi ospiti) e la parte centrale che rappresenta le tappe del viaggio che tutti e cinque hanno affrontato per arrivare in Italia.

 

Parte II: Conversazioni sul deserto del Sahara

 

Prende la parola un nuovo ragazzo, Baomar dal Gambia, che descrive i pericoli che si incontrano nell’affrontare il passaggio nel deserto (il viaggio sul pick-up, la fame e la sete) e soprattutto i vari check-point dove tutti (doganieri, poliziotti, funzionari dell’immigrazione) richiedono del denaro ai viaggiatori per proseguire il viaggio.

Lo stesso Baomar, tramite il mediatore culturale Ababakar prepara il documento in cui spiega le ragioni per cui ha lasciato il Gambia: «Organizzarono una manifestazione, la Coalizione per il cambiamento in Gambia e abbiamo marciato insieme con magliette con scritto “la dittatura deve finire”. Quindi vennero nella nostra abitazione per arrestarmi. Da quel giorno ho lasciato il mio paese».

A questo punto le testimonianze si interrompono per mostrare due sequenze descrittive altamente suggestive che mostrano alcuni ospiti dell’albergo che si trasferiscono a Forlì per partecipare a un importante momento di riunione collettiva all’interno della Chiesa Internazionale della Lode; parallelamente, Maman, islamico, rientrato nella sua stanza in albergo, recita sul tappeto la preghiera finale della giornata. Il confronto tra le due religioni (Cristianesimo e Islam) non è rappresentato come elemento di contrasto ma di unione (tutti i ragazzi arrivati in Italia si ritengono aiutati da Dio per essere sopravvissuti ai pericoli), come si vedrà poco dopo nella scena in cui viene festeggiato il Natale.

Si torna alle testimonianze. Adama parla della sua esperienza nel deserto dicendo: «Abbiamo rischiato la nostra vita perché nel nostro paese non potevamo guadagnare soldi. Le nostre famiglie sono a casa e non hanno soldi. Io ho tre sorelline che sono a casa e vivono con un mio amico in Costa d’Avorio. Quando lavoravo li davo un po’ di soldi così loro potevano comparare e rivendere cose e andare avanti. Non ho famiglia a parte le mie sorelline». Segue una breve ma delicata sequenza in cui il ragazzo chiama le sorelle per telefono.

All’Hotel Splendid si festeggia il Natale, a cui partecipano anche i musulmani insieme agli amici cristiani al fine di restare «tutti insieme». Uno di loro prende la parola e dice «Natale che ci porti molte cose, molte opportunità per noi. Tanta salute, tanto denaro e lavoro. Che Dio ci benedica. Perché ne abbiamo passate molte prima di arrivare qui».

 

Parte III: conversazioni sulla Libia

 

Baomar ricorda la sua esperienza ricordando che dopo il deserto, la Libia si presenta piena di pericoli: «Senza dubbio qualcuno ti rapirà e se ti rapiscono devi dargli dei soldi. Se non hai una posizione, non hai nessuno che paghi per te, se non lavoravi, rimani là. Non gli interessa, se muori loro ti gettano via». Baomar racconta di essere stato rapito dall’autista ed è rimasto là per nove mesi insieme ad altre persone di diverse nazionalità: nigeriani, gambiani e senegalesi, «più di 200 uomini», trattate come animali. Dopo essere stato nuovamente picchiato perché ha dichiarato di non saper parlare arabo, Baomar viene aiutato da una persona che lo ha fatto uscire che dapprima lo ha portato alla sua abitazione e in seguito riesce a imbarcarlo tramite un suo conoscente per l’Italia.

Nel frattempo a Cesenatico c’è un’emergenza caratterizzata da inondazione e fango sulle strade e i ragazzi dell’Hotel Splendid si impegnano a svolgere lavori utili anche per la città.

Essa racconta una nuova tragica esperienza nel suo viaggio verso l’Italia, questa volta avvenuta in Libia: «Sono stato arrestato lungo la strada per entrare in Libia, dal deserto al villaggio mi hanno arrestato. Anzi ci rapirono perché non erano nemmeno poliziotti quindi sono rimasto in prigione per nove mesi». Il momento più forte è quando il ragazzo racconta di un amico che aveva viaggiato con lui dal Senegal alla Libia ed è stato bruciato vivo, commentando: «in Libia succede di tutto, è un luogo davvero terribile dal punto di vista umanitario».

Adama ricorda di aver lavorato in Libia, ma non veniva pagato regolarmente e in più c’era la guerra. Dopo la distruzione di un dormitorio in cui sono rimaste uccise 26 persone, Adama e un amico decidono di lasciare la Libia ma non potevano tornare nel deserto «quindi abbiamo preferito rischiare la nostra vita attraversando il mare in modo da lasciare la Libia» specifica il ragazzo.

Mentre all’Hotel avviene da parte dei volontari una nuova distribuzione di soldi e di vestiti, uno dei ragazzi parla del cosiddetto pocket-money (somma di denaro distribuite ai profughi per provvedere alle spese fondamentali): «Tutto quello che fanno per noi serve per aiutarci. Il pocket-money è una buona cosa, così possiamo chiamare i nostri cari a casa. Il pocket-money è importante per noi»

 

Parte IV: Conversazioni sul Mare Mediterraneo

 

Dopo il Sahara e la Libia, il mare rimane l’ultimo ostacolo da affrontare per queste persone. Nel difficile viaggio attraverso le acque del Mediterraneo, vengono messe a confronto le testimonianze (analoghe) di Essa e Adama, intervallate dalla simulazione dei colloqui:

Essa racconta che quando è salito sul gommone a causa del mare agitato non sono riusciti a superare la Libia finendo per essere addirittura minacciati di finire nuovamente prigione. Essa è spaventato mentre le altre persone cominciano a disperarsi: «quando una persona è disperata è capace di fare qualsiasi cosa. Quindi abbiamo cercato di farci coraggio tra di noi, abbiamo continuato a navigare fino a superare le acque tunisine ed entrare in quelle internazionali», ricorda l’uomo. Durante la navigazione verso Malta il motore ha avuto dei problemi. Essa ricorda il triste episodio del capitano, che nel tentativo di riparare il motore è caduto dal gommone e trascinato via dalla acque: «Eravamo bloccati, non potevamo andare da nessuna parte. Quindi i soccorsi sono arrivati. Avevamo visto la nave ma non conoscevamo nemmeno la sua provenienza perché sia l’Italia che Malta dicevano che non potevano venire». A questo punto il ragazzo pronuncia la frase-chiave di tutto il film, quella che più di tutti si avvicina al pensiero dell’autore: «Malta diceva che eravamo in movimento e gli italiani che non eravamo nelle loro acque territoriali. Dal mio punto di vista avevano entrambi ragione, perché non eravamo responsabilità di nessuno, ma penso che la vita delle persone sia comunque molto importante».

All’Hotel Splendid arrivano i primi documenti (codice fiscale e tessera sanitaria) e i ragazzi si preparano a simulare dei colloqui con il volontario Alberto per prepararsi ad affrontare le domande delle rispettive Commissioni.

Adama racconta la sua esperienza in mare. È salito su un gommone con altre 46 persone, che si è bucato. Come Essa anche lui ha visto il compagno di viaggio morire dopo che il gommone si era bucato e rovesciato (episodio simile a quello del capitano), mentre le acque lo hanno trascinato nuovamente in Libia. Così Adama ha lavorato ancora per un mese in Libia ma è costretto a lasciare questo paese a causa del pericolo di venire ucciso affrontando nuovamente il mare questa su una barca: «Ho deciso di rischiare nuovamente la vita per attraversare il mare. Sono partito ancora, dunque. Ho pagato altri soldi e Dio mi ha aiutato. Questa volta eravamo 115 persone nella barca. Ho lasciato la Libia il 5 settembre e sono entrato in Italia il giorno 7».

I ragazzi simulano i colloqui in cui Alberto cerca di farli capire che l’importante è dimostrare «che rischiavate veramente la vita» e pertanto «richiedete protezione di asilo politico».

Segue una bella sequenza descrittiva di danza africana, che costituisce un momento importante non solo di comunità ma anche e soprattutto di identità culturale come si capisce dalle parole di uno dei ragazzi: «Noi siamo africani, siamo tutti insieme. Noi stiamo aspettando i nostri documenti perché non abbiamo nulla. Noi vogliamo lavorare qui in Italia. Qui, in Italia. Lavorare, qui in Italia».

 

Parte V: Italia

 

Nell’ultima parte del documentario, che si chiama appunto Italia, si comunicano gli esiti (positivi e negativi) delle Commissioni descrivendone le reazioni da parte dei protagonisti. Sia per Osayuware (che si dichiara rattristato) che per Baomar l’esito è purtroppo negativo.

Baomar afferma: «L’esito della mia commissione è negativo. Perché non mi hanno dato i documenti. Ho raccontato tutto alla commissione, ma non mi hanno creduto, allora ho avuto il diniego. Quindi mi sento molto male perché sono qui da troppo tempo e quando ti danno il diniego non hai alcun potere. Non puoi farci nulla. Quando dicono che la storia che racconti non è vera… devi prendere le cose così come vengono. Perché non puoi fare niente e allo stesso tempo tu sei un immigrato in questo Paese. Quindi devi prendere le cose con calma.»

Per Essa l’esito è invece positivo e commenta: «Tre giorni dopo la Commissione, sono stato informato dalle autorità che la Commissione mi aveva dato una risposta positiva. Hanno accettato tutto quello che gli ho detto, quindi mi hanno dato protezione sussidiaria per cinque anni. Questo tempo che mi hanno dato per stare in Italia, cinque anni, mi fa sentire molto felice. Perché sento che la mia vita ricomincia in Italia».

Intanto Alberto avverte i ragazzi che la Prefettura ha mandato la seguente ordinanza: «tutte le persone che riceveranno una risposta positiva dalle Commissioni cioè che otterranno il permesso di soggiorno definitivo potranno stare solo 20 giorni nel Centro di Accoglienza dopodiché dovranno andarsene, anche se il permesso di soggiorno non è ancora pronto, perché ci sono molti altri profughi arrivati a Lampedusa che devono entrare nel Centro». Così Essa, ma anche Maman – che ha avuto esito positivo – lasciano l’Hotel Splendid.

Essa, che ha avuto esito positivo commenta l’intero viaggio portando lo spettatore vicino all’idea centrale del regista: «Questo viaggio è molto pericoloso, mai e poi mai consiglierei questa strada per venire in Italia o in Europa. È terribile. È un viaggio pericolosissimo. E anche i miei parenti nessuno verrà in questo modo, è inutile che mi chiedano del denaro per questo viaggio. Anche se avessi dei soldi non glieli invierei per questo. Perché non approvo questa strada. È molto costoso. Se vai dal Gambia all’Italia come minimo paghi 1500 Euro. Li spendi. Quindi se hai quella somma puoi avviare un’attività nel tuo paese. È meglio usarli in questo modo. In verità io ho fatto questo viaggio perché quando ero in Gambia la mia vita non era più al sicuro, per questo ho lasciato il mio paese».

Il documentario si conclude mettendo in contrapposizione l’esperienza di un ragazzo che ha trovato lavoro in una gelateria con la Marcia delle donne e degli uomini scalzi (che si alterna ai titoli di coda), una manifestazione che si è svolta davanti al Municipio di Cesenatico a supporto dei migranti, con la quale il regista riprende l’immagine iniziale seguita da alcune inquadrature che documentano quel giorno, e dopo i titoli di coda una brevissima sequenza interna in una sala piena di persone che riprende la musica composta ed eseguita dagli stessi immigrati.

 

LA SIGNIFICAZIONE

 

Si possono formulare due gradi di significazione: immediata e idea centrale.

Significazione immediata: alcuni richiedenti asilo (i cinque intervistati), ospiti dell’Hotel Splendid di Cesenatico, provenienti da situazioni difficili nel loro paese, sognano di ricostruirsi una vita in Italia, contando sul rilascio dei documenti e su leggi che gli garantiscano le stesse opportunità degli italiani;

L’idea centrale, che rispecchia il sottotitolo, può essere così formulata: sottolineare che tra i profughi ci sono anche persone di cultura, oneste con una propria identità che nel loro paese avevano lavoro, famiglia, avvenire ma che avverse situazioni li hanno costretti ad emigrare altrove con la speranza di rifarsi una vita, anche con l’obiettivo di dare un sostegno  ai propri famigliari.

 


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