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KRIGEN (Una guerra)



Regia: Tobias Lindholm
Lettura del film di: Manfredi Mancuso
Titolo del film: KRIGEN (UNA GUERRA)
Titolo originale: KRIGEN (UNA GUERRA)
Cast: regia e scenegg.: Tobias Lindholm interpr. princ.: Pilouasbaek, Tuva Novotny, Seren Malling, Charlotte Munck durata: 115 origine: DANIMARCA, 2015
Sceneggiatura: Tobias Lindholm
Nazione: DANIMARCA
Anno: 2015
Presentato: 72. Mostra Internazionale D'arte Cinematografica di Venezia (2015) ORIZZONTI

In Afghanistan, il Comandante di Compagnia Claus Michael Pedersen è al comando di un contigente militare Danese, schierato nella guerra contro i Talebani. Mentre Pedersen passa i suoi giorni al fronte, a casa, in Danimarca, la di lui moglie, Maria, “combatte” con la quotidiana vita familiare, dovendo gestire tre bambini piccoli, di cui uno sembra subire più di tutti la lontananza paterna, mostrando problemi comportamentali.

 

Pedersen è un comandante premuroso e generoso con i suoi uomini, e con la popolazione locale, ma anche fermo nelle sue decisioni: quando una famiglia Afghana, minacciata dai Talebani, chiede rifugio nel campo militare, egli nega il consenso, promettendo di aiutarla l’indomani. Il giorno seguente si rivela però troppo tardi e, quando il contingente Danese arriva sul posto, i Talebani hanno già ucciso tutti.
Non c’è però tempo di rattristarsi, perchè i militari cadono subito vittima di un’imboscata. Con un uomo a terra e in condizioni critiche, mentre il soccorso aereo viene negato perchè la squadra non riesce a fornire le coordinate del nemico, Pedersen prende una decisione che avrà una grave conseguenza. Il Comandante ordina al suo addetto alle comunicazioni di mentire e dichiarare delle coordinate fasulle. Il soccorso aereo arriva, bombardando la zona comunicata, e il soldato colpito viene portato via in elicottero. Qualche giorno dopo arriva la notizia che l’uomo è sopravvissuto. L’azione di Pedersen ha dunque salvato la vita ai uno dei suoi uomini.
Purtroppo per Pedersen però due procuratori militari arrivano nel campo base e incriminano il Comandante per l’uccisione di 11 civili: comunicando delle coordinate fasulle, Pedersen ha infatti condannato a morte due intere famiglie, incluso donne e bambini.

Tornato in Danimarca per affrontare il processo, Pedersen rivela l’accaduto alla moglie, ammettendo le sue responsabilità. Maria però non vuole nemmeno ascoltare il marito quando egli sembra rassegnarsi alla pena che lo aspetta: lei non potrebbe farcela per 4 anni (tale infatti è la pena prevista in caso il soldato venga trovato colpevole) da sola e Pedersen deve quindi mentire.

Durante il processo infatti, consigliato anche dal proprio avvocato, il Comandante mente, affermando di non ricordare chi gli abbia rivelato le coordinate.
Nonostante la menzogna, le prove in sue sfavore sono schiaccianti. Tuttavia, quando il processo sembra ormai concludersi con la condanna dell’ufficiale, ecco il colpo di scena: uno dei suoi uomini chiamati a testimoniare, mente a sua volta, rivelando di essere stato lui a comunicare al suo comandante la posizione del nemico. Poco dopo, arriva la sentenza di assoluzione per Pedersen che può quindi tornare a casa dalla moglie e dai figli, nonostante il rimorso delle sue azioni continuerà a perseguitarlo.

Sin dall’inizio il regista Lindholm mette lo spettatore dinanzi all’efferatezza della guerra. Non passano nemmeno 3 minuti e un soldato mette un piede su una mina: urla, scompiglio, sangue e arti lacerati riempiono lo schermo. Questo è lo scenario in cui si trova ad agire il protagonista della vicenda, Pedersen, uomo di guerra, ma anche, al tempo stesso marito e padre affettuso di tre bambini. Egli è un personaggio dall’agire contraddittorio. Comprensivo e affabile con i “suoi uomini” (come quando prende in prima linea il posto di un soldato traumatizzato, che viene messo a riposo per due settimane), il Comandante si mostra anche buono e comprensivo con la popolazione locale, soprattutto con i bambini (infatti è proprio Pedersen a far prestare soccorso alla bambina di una famiglia Afghana, rimasta ferita). Tuttavia l’uomo è anche un soldato ligio alle regole, come quando impedisce con scrupolo minuzioso che la stessa famiglia Araba spenda la notte all’interno del campo base, attirandosi gli sguardi e il malumore degli altri soldati che non capiscono il perchè di tanta fermezza.
La famiglia viene di lì a poco sterminata e Pedersen accusa il colpo (la MDP si sofferma impietosa sui piedi inanimi del bimbo al quale il giorno prima Pedersen aveva fatto calzare i sandali). Subito dopo però, la violenza della guerra riprende e il contingente Danese cade vittima dell’imboscata, mentre Pedersen, messo alle strette, prende un’altra decisione che si rivelerà catastrofica per altri civili innocenti.

Tornato a casa, l’uomo sembra deciso ad ammettere le sue responsabilità, ma viene convinto dalla moglie Maria e salvato infine da un’altra menzogna, quella di un suo soldato.

Pedersen viene assolto, ma il rimorso per le sue azioni lo accompagnerà forse per sempre: nella sequenza finale, l’uomo mette a letto suo figlio e si arresta mentre osserva i piedi di suo figlio spuntare fuori dalle coperte (proprio come era accaduto con i piedi dello sfortunato bimbo Afghano). Successivamente, la MDP isola l’uomo nell’inquadratura finale, mentre rimane seduto da solo, di sera, pensieroso e incrucciato, nel giardino della sua casa.

Nel racconto, le vicende di Pedersen al fronte si alternano poi continuamente con quelle delle moglie Maria, mamma premurosa e attenta, ma che sembra sovrastata dalla responsabilità di gestire una famiglia da sola (il figlio di mezzo, con evidenti problemi comportamentali, non la ascolta nemmeno; mentre il figlio più piccolo è anche il più “pericoloso” come quando ingoia delle pasticche, costringendo Maria piangente a correre in ospedale per una lavanda gastrica). In tale accezione il titolo del film “Una Guerra”, in realtà non rende bene, dato che si dovrebbe dunque parlare di “due” guerre, rispettivamente quella di Pedersen e quella di Maria. Il titolo riacquista però il suo senso quando lo si considera sotto il profilo dell’idea che l’autore sembra aver voluto esprimere, ovvero raccontare tutte le diverse “guerre” che una Guerra comporta e le innumerevoli vittime che essa lascia dietro di sé. Non soltanto i militari in prima fila, ma anche i civili, incluse le famiglie dei soldati e, soprattutto, i bambini, vere vittime innocenti dei conflitti, sia quando uccisi da vili proiettili che quando privati di quella stabilità e serenità familiare che sarebbe doveroso garantire loro. Vi sono poi ancora altre vittime del conflitto, le coscienze proprie degli uomini che si trovano a combattere in situazioni disumane e difficili, che richiedono spesso scelte difficili quando non discutibili.

Krigen (Una Guerra) non è sempre chiaro nella costruzione della sua struttura tematica e il regista Lindholm sembra a tratti portare avanti più spunti di riflessione senza identificarne precisamente uno (come del resto, avviene anche nella struttura narrativa, tant’è che il film risulta un “Action movie” nella prima parte e un thriller legale/procedurale nella seconda). Il film è comunque un’opera valida e apprezzabile nella sua realizzazione tecnica e artistica.

 


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